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giovedì 30 luglio 2009

Ogni singolo respiro, capitolo 10



Booth divenne paonazzo.
Da quello sguardo severo era facile intuire che il suo superiore non stesse scherzando.
“Perché mi dice questo?”
“So come stanno le cose.”
“E allora?”.
La porta era rimasta aperta e alcune persone di passaggio si voltarono di scatto richiamate dal tono alto della sua voce.
“Ne devi restare fuori, ripeto. L’amichetto con il quale coglievi margheritine durante le gite fuori porta è in prigione. Il procuratore arriverà all’udienza preliminare con il coltello tra i denti. Non so chi diavolo abbia concesso la possibilità di fartelo vedere, fatto sta che ho abbastanza argomenti per convincerti a disertare l’incontro.”
Sentendo quelle parole, se anche ci fosse stata da parte sua qualche reticenza in proposito, Booth capì che voleva rivedere Emmerich.
Ad ogni costo.
“Mi sta minacciando?”
“Può giurarci!”
“E se la minacciassi io? So cosa pensa lei, cosa pensano tutti, per l’FBI sono un ridicolo finocchio che si è fatto abbindolare da un incantatore di serpenti assetato di sangue. Incontrerò Emmerich e, sicuramente, interrogherò Kelly.”
“Non sia ridicolo, Kelly è già stato interrogato, se non sbaglio proprio mentre lei era in vacanza.”
“La vacanza è finita, Capitano Ardich. E se non mi darà lei il permesso di interrogare quel bastardo, userò tutte le conoscenze che ho. Farò più rumore possibile. Io…”
“Non osi…”
“Quanto scalpore susciterebbe se si sapesse di un agente dell’FBI amante di un infiltrato assassino, i dettagli all’interno. Cosa ne pensa?”
“Non si renda ridicolo più di quando non sia stato fin ora. In ogni caso tutto questo le costerebbe un rapporto scritto per insubordinazione.”
“Mi sta bene.”
“Allora si prepari a consegnare il distintivo, Booth. Fintantoché non si sarà rassegnato a tornare nei ranghi non le darò tregua”.
Ardich non scherzava. Voleva la testa di Booth già da prima di quel dialogo. Emmerich era stato per mesi il suo partner: possibile che non si fosse avveduto dei suoi traffici? E andavano persino a letto insieme! Quel pensiero disgustoso gli faceva venire il voltastomaco.
Booth non rispose a quell’ennesimo attacco.
Si prepari a consegnare il distintivo, aveva detto senza mezzi termini. Quella frase riecheggiava ancora nella sua mente.
Ma anche lui non c’era andato morbido. Minacciare di svelare la relazione con il Profiler alla stampa era stata proprio una bella legnata per un uomo tutto d’un pezzo come Ardich. Un repubblicano, tutto famiglia, FBI e chiesa non poteva nemmeno concepire l’amore tra uomini. Figuriamoci tra suoi sottoposti!
Durante il tragitto in corridoio che lo conduceva al suo ufficio s’imbatté in Caroline.
“Procuratore, io…”
“Che mi combini, chèrie? In questi dannati corridoi non si fa che parlare di una tua storia a sfondo sessuale con Emmerich, che c’è di vero?”.
Booth si sentì lo sguardo della donna addosso. Non lo stava giudicando, ma pretendeva spiegazioni. Era anche comprensibile. Probabilmente sarebbe stata lei il pubblico ministero che avrebbe dato battaglia a Kelly e al suo socio infiltrato. I dettagli erano importanti.
“Questi corridoi hanno udito fin troppo. Parliamone nel mio ufficio.”
“Va bene, bellezza, finiamo pure questa conversazione in privato.”

Ian Emmerich passò l’ennesimo pomeriggio in infermeria. Lo stesso medico di guardia non seppe stilare un rapporto dei danni subiti dal detenuto.
“Ferite multiple in ogni parte del corpo provocate da un oggetto contundente.”
“Si chiama stuzzicadenti”, suggerì il detenuto, con voce soffocata, tenendosi la pancia in preda a fitte lancinanti, l’espressione che la diceva lunga su quanto soffrisse.
“Accusa dolori al basso ventre. Diarrea. Perdite ematiche anali.”
“Quei bastardi mi hanno infilato uno stecchino nel culo, scrivici questo!”
Il medico tirò su con il naso. “È già stato espulso?”
“Fottutamente, no.”
“In questo caso dobbiamo toglierlo.”
“Crede che non ci abbia provato da solo?”.
Il dottore fece per mettere i guanti in lattice ma Ian, prevedendo un’altra tortura, si alzò dalla lettiga per tornare nella sua stanza.
“Dove va? Torni qui!”
“Preferisco di no, sa com’è: il fisting* non è la mia pratica sessuale preferita”, lo informò mentre usciva.
Zoppicando, tornò nella sua cella. Scoprì che il suo compagno di stanza se n’era andato. Al suo posto c’era un ispanico tatuato dai piedi fino al mento.
“Piacere, Carlos”. Il nuovo venuto offrì la mano da stringere.
“Non te lo consiglio”, rispose Ian, sudante e tremante.
“Stai male, amico?”
“Secondo te?” si buttò sul materasso lercio. C’erano schizzi di sangue dappertutto, giaciglio compreso.
“Cos’è questo schifo?”, chiese l’altro riferendosi alle macchie ematiche.
“Non farci caso. Le guardie non sono tanto tenere con i presunti serial killer che ammazzano madri di famiglia.”
“Non lo sapevo. È questo che hai fatto?”
“E’ quello che ho fatto secondo l’accusa”. Una fitta gli tolse il respiro.“Devo andare al cesso! Se non torno entro dieci minuti dai l’allarme!”
Carlos attese che l’altro si fosse liberato. Questa volta ce l’aveva fatta.
“Uno stecchino? Ma è assurdo! E tu li lasci fare?”
“E che alternativa avrei? Se mi difendessi mi beccherei un’accusa per lesioni provocate a pubblico ufficiale. Non sarebbe un buon viatico in vista del processo.”
“Cristo santo, ma dove andrai a finire di questo passo? Oggi uno stecchino, domani una tenaglia di ferro arrugginita!”
Ian tornò a sdraiarsi nella sua posizione preferita. La testa e le spalle appoggiate al muro, le gambe leggermente divaricate, i piedi penzolanti. Ghignò: “A quel punto sarebbe complicato per loro far credere che mi sia infilata da solo una tenaglia!”
Anche l’altro sorrise di rimando.
Avrebbero dovuto dare inizio a un dialogo tra persone costrette a coabitare. Con il suo primo compagno non ce n’era stata possibilità, dato che si trattava di un saudita che non
spiccicava una parola d’inglese!
“Invece tu perché sei qui?”, domandò Ian senza autentico interesse.
“Narcotraffico.”
“Capito.” Ian chiuse gli occhi, provò a rilassarsi sul letto.
Le fitte delle ferite continuavano a farsi sentire, ma, quanto meno, non aveva più male alla pancia.

Caroline non aveva intenzione di dare una strigliata a Booth ma il dialogo risultò subito simile a un alterco. Per quanto provasse per lui affetto e stima incondizionata, aveva comunque un rospo in gola da tirare fuori.
“Quello che proprio non riesco a capire, chèrie, non è tanto il fatto che tu abbia provato attrazione per un uomo. In fin dei conti chi può dirsi veramente immune al fascino della trasgressione?”.
“Io, almeno finché non ho incontrato lui...”
“Esatto. Il problema è proprio lui. Voglio dire: potresti spiegarmi come ha fatto a plagiarti in quel modo? Uno in gamba come te che si fa fregare da un serial killer?”
L’agente ciondolò la testa contrariato: “È proprio questo che non torna. Procuratore, io non credo che Emmerich sia colpevole delle accuse che gli sono state mosse contro.”
“No?”
“E non sono l’unico.”
“A chi ti riferisci, bellezza?”
“Ad un altro Profiler...”.

Temperance Brennan si sentiva meglio.
Il giorno dopo il mancato aborto si svegliò rigenerata. Non le girava la testa, non sentiva l’acidità, non le veniva da rimettere. Possibile che quel miracolo fosse legato all’aver accettato, anche se ancora parzialmente, il fatto di essere incinta? Oppure le aveva semplicemente fatto tanto bene il sesso? Il sesso è sempre un toccasana meraviglioso. Se poi è con Booth lo è ancora di più, pensò sentendosi impudica ma felice.
Mangiò delle cialde con sciroppo d’acero e caffè lungo.
Tutto il resto, sembrava lontano anni luce.
Arrivò al Jeffersonian in perfetto orario. Poco dopo giunse anche Angela.
“Piccola, credevo ti prendessi un giorno di pausa, almeno per oggi.”
“Non ci crederai ma sto bene, ho smesso di odiare il mondo e non mi sento male da non stare in piedi!”
“Il fattore psicologico conta molto in questo caso. Ciò che ti faceva star male principalmente era il segreto. Tenerlo nascosto a Booth.”
“Il fattore psicologico ma anche il fatto che sono entrata ufficialmente nel secondo trimestre di gravidanza. In questa fase i fastidi si attenuano e, in qualche caso, spariscono del tutto.”
“Non vorrei fare la guastafeste ma non pensare che da qui in avanti saranno rose e fiori. La figlia delle mia vicina di casa durante gli ultimi mesi aveva i piedi così gonfi da essere costretta ad uscire in ciabatte”
“Di che parlate, di gravidanza?”, chiese Hodgins raggiungendole.
Immediatamente le due complici si fecero guardinghe e deviarono il discorso da tutt’altra parte. Proprio in quel momento Angela si ricordò che il Jeffersonian era anche un posto di lavoro.
“Tesoro, sono riuscita a ricostruire il volto dello scheletro nel muro.”
“Bene. Era ora che tornassimo a lavorare!”.
Si recarono di fronte all’Angelator, il computer tridimensionale brevettato da Angela.
Il volto dell’uomo, di quarant’anni circa, venne ricostruito attraverso mille e mille pixel partendo dall’alto verso il basso. Più i caratteri venivano svelati, più il colorito di Brennan si faceva cadaverico.
“Oddio, non ci posso credere!”, esalò ad un passo da un mancamento.
“Che succede? Lo conosci?”. La Montenegro era sorpresa da quella reazione.
“È lui!”
“Chi?”
“L’anestesista. L’uomo che mi ha convinto a non abortire!”

*Il fisting, dall'inglese "fist", pugno è una pratica sessuale estrema che consiste nell'introduzione dell'intera mano all'interno del retto

mercoledì 22 luglio 2009

Ogni singolo respiro, capitolo 9


Dopo l’ennesimo orgasmo i due amanti sembrarono placarsi un po’.
“Non farà male al bambino?”, chiese l’uomo preoccupato. Che se ne ricordasse un po’ tardi?
“Ma fa tanto bene alla sua mamma”, rispose lei ancora scossa dal fiatone.
“Intendo: queste contrazioni non potrebbero favorire le contrazioni vere?”
“Vedo che sei informato.”
“Sono padre.”
“Non tutti i padri si preoccupano di questo.”
“Io sì. È tuo figlio, Bones, ma è anche mio. È nostro figlio.”
“Non parliamo di lui in questi termini.” Si fece seria.
“Perché? Godiamoci questo momento, no? Dopo tutto ce lo meritiamo!”
“Già. E magari possiamo anche fingere che tu non stia più pensando a Emmerich, giusto?”. Booth si tirò su a sedere. Cercò con gli occhi qualcosa con cui coprirsi.
“Sto facendo di tutto per mettere in chiaro la mia posizione. Ce la sto davvero mettendo tutta.”
“Ma non è detto che tu ci riesca. Se c’è una cosa che ho capito dell’amore è che non si può imbavagliare, non è una scelta.”
“Certo, ma si può scegliere di essere felici e di non complicarsi la vita”, rispose lui.
“Complicarsi la vita temo sia insito nell’innamoramento stesso, non trovi?”, chiese lei, tentando di alleggerire i toni. Ma il volto dell’agente continuava ad essere troppo serio.
“Che c’è?”
“Domani incontrerò Ian.”
“Ah” doccia fredda. Quasi gelata. Quasi…
“L’avvocato che si sta occupando di lui ha fatto esplicita richiesta. Questo non piacerà ad Ardich.”
“E a te?”
“Bones, cosa ne pensi? Sono terrorizzato, di più: atterrito! Ma non posso tirarmi indietro. E nemmeno lo voglio... Ian ha bisogno di me.”
“Lo capisco.”
“No, Bones. Aspetta un attimo: non ti farò credere che lo sto facendo per la sete di giustizia o perché voglio dare la possibilità ad un amico di potersi difendere. No. Sarebbe facile per me ma non è così.”
“Lo fai perché provi ancora tanto per lui.” Lo vide chiudere gli occhi. Era dolorosissimo ammetterlo. Ma, nonostante tutto, non lo odiava. Non l’aveva dimenticato. Lui era lì, incastrato da qualche parte, come un proiettile tra lo sterno e il cuore. Diagnosi: inoperabile.
“Un tempo pensavo che non si potessero amare due persone contemporaneamente e nella mia testa è ancora così. Ma nel mio cuore… nel mio cuore... e anche se voglio più che mai una relazione stabile con te non posso mentirti.”
“Il tuo cuore è così grande da avere spazio per due persone?”
“No, è questo il problema. Non lo è. Perciò sto tanto male.”
Balle. Avrebbe voluto gridare lei. Avrebbe voluto avere la forza della Brennan soldato Jane che era un tempo e che il bambino sembrava avere assorbito completamente. Magari ne aveva bisogno per crescere. La vecchia Temperance Brennan l’avrebbe buttato fuori di casa con tutta la gioielleria al vento. Ma quella attuale si sentiva inerte di fronte a quel Booth in difficoltà. E la sincerità con la quale le aveva confessato come stavano le cose la spiazzava ulteriormente.
“Prima o poi sarai in grado di gestire tutto quanto. Ma io non sarò qui ad aspettarti, lo sai?”
“Non te lo chiederei mai!”
“Però in questo momento ci sono e ti dico: ok. Tutto è successo all’improvviso: l’inizio della nostra storia, l’attrazione per Emmerich. Ma arriverà un momento nel quale dovrai fare i conti con ogni cosa. Lo sai?”
“Come sei saggia Bones…”. Booth era genuinamente stupito.
“A forza di ascoltare i sermoni di Angela qualcosa sto imparando anch’io.”
“E pure piuttosto bene.” Guardò con interesse un angolo del suo collo. Era rischiarato dalla poca luce di una lampada posta al lato del divano. Decise che non poteva trattenersi dal baciarlo.
“Oggi è stato bellissimo”, le confessò mentre la sua bocca risaliva verso l’orecchio destro.
“Dì la verità: temevi di non riuscirci.”
“Negativo. Mai avuto dubbi in proposito.”
“Forse hai ragione, forse temevo di non essere io all’altezza.”
La guardò meravigliato: “Ma di che diavolo stai parlando? Di chi non dovresti essere all’altezza?”
“Di un amante maschio. Magari lui sa fare cose che io nemmeno mi sogno.”
Booth era imbarazzato. Malauguratamente, la processione di immagini erotiche che sperava prima o poi di rimuovere, ritornarono. Tra le braccia di Ian era stato bene, magari fosse stato il contrario!
“Non si possono fare paragoni, comunque non mi sembra il caso di tirare in ballo questa storia.”
“Mettiti nei miei panni, Booth. Se io avessi fatto l’amore con una donna tu ora non ti sentiresti un po’ impacciato?”.
“No, sono assolutamente certo di avere i mezzi necessari per farti godere più di qualsiasi femmina al mondo.”
“A sì? Questo cosa significa esattamente: che gli uomini, a tuo parere, sono più bravi a letto o che io dovrei ostentare più qualità di qualsiasi altro uomo al mondo?”.
“Ma che cosa stai dicendo? Io non ci capisco più niente!”. Booth era confuso.
Il primo bisticcio puerile dopo tanto tempo. Avrebbe dovuto esserne felice. Ma continuava a sentirsi minacciato da quell’argomento.
“Quello che intendo dire è che forse, proprio perché ‘uomo’, lui ha le potenzialità fisiche per farti provare maggior piacere.”
“Perché ti sei messa in testa questa cosa? Tu sei assolutamente all’altezza di darmi tutto il piacere di cui ho bisogno.”
“Non girarci intorno, devi dirmelo!”
“Bones, smetti di fare la bambina. Stai per diventare madre, non comportarti da immatura.”
“E tu non tergiversare”. Lei puntò l’indice contro la spalla nuda di lui. “Adesso mi dici chi ti ha fatto godere di più a letto: io o Ian?”.
Spaventato da quella domanda, l’uomo, l’agente e il maschio alfa che c’erano in lui restarono letteralmente di sasso.
A soccorrere Booth fu il trillo del telefono.
“Ora non vorrai scappare, spero!”
“È il lavoro, non sto scappando”. Con la mano destra aprì il telefonino. “Booth”, rispose. Temperance continuava a guardarlo con tutta l’aria di chi pensava ‘ti sbagli di grosso se pensi che finisca qui’.
“Ho capito tutto, arrivo immediatamente.”
“Non ti lascio andare finché…”
“Bones, è importante. Il capitano vuole parlarmi.”
“Stai andando al lavoro? Pensavo che oggi avresti disertato l’ufficio.”
“Lo pensavo anch’io” ribatté infilandosi i pantaloni.
“Prima di andartene devi rispondere alla mia domanda.”
“Sei veramente…”. Si avvicinò a lei e l’abbracciò. “…una gran testarda.”
Lei rispose all’abbraccio. “Il tuo capitano aspetterà a lungo se non rispondi…”
“Ok te lo dico. Se Ian mi avesse fatto questa domanda, non avrei avuto esitazioni a dire che preferisco farlo con una donna. Con te in assoluto…”
“Dunque?”
“… perché lui ci avrebbe riso. Mentre per quanto ti riguarda è assolutamente importante che dica ‘si con te è più bello’ perché hai bisogno di sapere che il tuo uomo, nonostante tutto, è completamente uomo.”
“E allora? Vieni al punto. Io o lui?”
“Sono due sensazioni completamente differenti”, biascicò lui infilandosi il resto degli abiti a gran velocità.
“Non penserai di cavartela con questa rispostaccia diplomatica, spero?”
“No, non è una risposta diplomatica. Tu sei in assoluto la migliore tra tutte le donne con cui sono stato. Mentre Ian è l’unico uomo a cui abbia permesso di toccarmi. Quindi…”
“Quindi…?” a quel punto l’agente era con un piede fuori dalla porta.
“Accontentati di questo.”
Sgattaiolò via per le scale sebbene lei continuasse a gridargli dietro.

Fuori non aveva ancora smesso di piovere. Booth continuava a ridacchiare riflettendo su come fosse riuscito a cavarsela senza rispondere davvero. Bones starà perdendo la testa, ne sono sicuro! Pensò. Non avrebbe mai potuto, nemmeno sotto tortura, ammettere che con Emmerich il piacere sessuale era stato qualcosa di impensabile! Paragonabile a niente. Ma da un certo punto di vista aveva ragione a non poterlo comparare. A letto con il profiler non c’era stato il vero Booth ma un uomo diverso, completamente diverso. Un uomo capace di rompere tutti gli schemi, di abbattere le barriere che aveva issato per anni. Stranamente, si era sentito a suo agio con lui fin dai primi istanti. Il desiderio che Ian aveva di possederlo sembrava così genuino e dolce. E quando lo aveva toccato proprio là, proprio nel punto dove nessun altro si era permesso prima (persino con le donne si era mostrato restio a quel genere di confidenze), gli era sembrato così naturale. Emmerich, tra il serio e il faceto, aveva più volte rimarcato la voglia di farlo suo. Per Booth, etero dalla testa ai piedi e anche oltre, era talmente fuori discussione da apparire ridicolo! Invece era accaduto l’impossibile.
Booth ricordava il dolore lancinante. Ma la costanza di Ian, d’interrompere e poi riprovare, senza mai calcare la mano e usando tutto il tatto possibile, avevano reso l’unione più di una concreta possibilità, permettendogli di scoprire un nuovo modo di definire il termine ‘insieme’. E l’intesa era sbocciata di conseguenza. Quei ricordi avrebbero dovuto spaventarlo a morte, invece provava una sorta di tenerezza assoluta, come quando si avverte un odore del passato. Conservava immagini poco nitide di quei momenti d’intimità, come se si fosse trattato di un film d’epoca. Poco chiare ma di rara bellezza. Forse Ian prova quello che sto provando io tutte le volte che ripensa alla nostra ultima notte. Strinse i pugni. Ma se sei uno spietato killer di madri di famiglia e stavi con me nonostante tutto... Doveva sforzarsi di non considerare nemmeno quell’ipotesi. Per adesso preferiva seguire il consiglio di Sweets. Non pensare a Ian l’assassino, pensa a lui come alla persona che ti ha fatto innamorare, così gli aveva consigliato durante la loro prima seduta. Tra una riflessione e l’altra giunse davanti all’ufficio del capitano. La porta era aperta. Bussò per palesare la sua presenza.
“Eccomi qua”, disse incrociando lo sguardo del suo superiore
“Cerca di restarne fuori, Booth. Oppure ti faccio pentire di essere nato.”

mercoledì 1 luglio 2009

Ogni singolo respiro, capitolo 7


WARNING! NC 17 per situazioni particolarmente violente e crude


Angela camminò sul posto per qualche minuto per poi andarsi a sedere accanto a Booth. Era distrutto.
“Non so cosa dire... ” esalò lei, in un filo di voce.
“Lo so... ”.
“Mi dispiace.”
“Ci ho provato. Ma tu conosci Bones: quando si mette in testa qualcosa... ma doveva dirmelo” con le mani si coprì la fronte e gli occhi piegando la testa verso le ginocchia.
“Ultimamente non faceva che ripetere quanto sarebbe stato sbagliato parlarti di questa gravidanza. Mentre ora sono più che mai convinta del contrario.”
“Voleva proteggermi. Per tutto quello che è successo con Ian. Sa quanto sto male e non voleva darmi altri pensieri. Dimenticando quanto per me l’aborto sia abominevole. Nessuno può arrogarsi il diritto di decidere per la vita di un figlio di Dio.”
“Lo sai, io non la penso come te. Ma posso capire il tuo punto di vista.”
Il dottor Holden interruppe la conversazione.
“Il signor Booth?”
“Sono io.”
“La dottoressa Brennan le vorrebbe parlare.”
“Ma sta bene, l’intervento è già finito?”
“Mi segua”, rispose il medico.
Temperance se ne stava accovacciata in posizione fetale guardando un punto indefinito nel vuoto.
La trovò così: immersa nei suoi pensieri.
“Bones... ”.
Appena udì la sua voce lei si alzò di scatto. Si mise seduta, un po’ rigida. Era seria. Prima di parlare chiese al compagno di sederle vicino. Booth prese posto al suo fianco.
“Piccola, stai bene?”, le chiese, accarezzandole i capelli.
“Non ce l’ho fatta, sei contento?”.
Gli occhi dell’uomo si riempirono di gioia ed emozione.
“È meraviglioso”, rispose, e l’abbracciò forte.
Brennan appoggiò la testa sulla sua spalla. Chiuse gli occhi gustandosi l’odore maschile che si mischiava a quello asettico dell’ospedale.
Decisamente più piacevole il primo, considerò.
“Non mi chiedi perché ho cambiato idea?”. Si staccò per guardarlo fisso.
“Lo hai fatto per me, perché credi ancora nel nostro amore.”
“Sì, ci credo. E non sono sicura che mi farà bene crederci.”
“Ma di certo la cosa sbagliata sarebbe stata sbarazzarti del nostro bambino”. Per rafforzare il pensiero appena espresso Booth le accarezzò il ventre ancora piatto. I suoi fianchi erano così stretti e la sua vita talmente piccola... sembrava incredibile ma presto da lei sarebbe nata una creatura di tre chili o più!
“Booth...”. Lo guardò inquieta.
“E non venirmi a dire che non è mio. So che lo è.”
“E cosa ti darebbe questa certezza?”
“È un lottatore come suo padre.”
A quelle parole la donna sorrise commossa.
“Portami via da qui”, chiese.
“Non c’è cosa che desidero di più al mondo.”
La prese letteralmente in braccio.
“Comincio a sentirti più pesante, forse dovremmo metterci a dieta, che ne dici?”
“Ma se sono persino dimagrita! Dai Booth, non fare lo sciocco. Mettimi giù”.
Lui la fissò con amore. “Solo se mi giuri che questo è l’ultimo segreto tra di noi.”
“Non sono io che ho una doppia vita.”
“Ti consento di essere arrabbiata ancora per un po’, ma molto presto dovrà entrare dentro a quella testolina così piena di nozioni da scoppiare che ciò che è successo con Ian non è stato il frutto di un... ”
“Lo so. Non parliamone più.”
“Questa è la seconda cosa che desidero più al mondo.”
Prima di riappoggiarla sul letto la fissò intensamente: “Anche se non sto ancora bene… anche se non sono il migliore uomo del mondo... anche se non sono intelligente come te, bello come te, anche se non ti merito nemmeno per... ”
“Finiscila, tra l’altro non hai mai pensato di essere meno intelligente di me.”
“Mi sono ricreduto. In ogni modo, quello che volevo dire è: anche se non sono alla tua altezza, vuoi sposarmi?”

Nel silenzio di una giornata come tante, il cielo era grigio ma striato di viola per via del tramonto.
Un cielo che lui non poteva vedere.
Ma se chiudeva gli occhi, se non altro, riusciva a sognarlo.
E quando proprio non ce la faceva a sognare Booth e gli ultimi momenti con lui, i pensieri angosciosi tornavano ad assalirlo.
Ma c’era il ricordo di un altro cielo, tanti anni prima, a consolarlo, a placare le sue ansie.
Il piccolo Edward, per sfuggire alle angherie di Mandy, la donna che si sarebbe dovuta occupare di lui e di altri cinque minori, sgattaiolava nel punto più alto della collina. Si arrampicava in cima al roccione dietro casa.
Tanti anni prima, il padre di Mandy aveva scavato degli scalini nel fianco della collina e costruito una piccola piattaforma alla sommità.
Edward era l’unico dei bambini ad aver scovato quel posto. Lì poteva starsene seduto a contemplare la valle con i piedi penzolanti nel vuoto. Gli sembrava che le sue gambe potessero toccare il cielo. Spesso fantasticava di incominciare a camminare su di una linea che lo conducesse lontano, via da tutti i suoi guai.
E pensare che in fondo a quella linea aveva trovato Seeley Booth!
Fortunatamente, con il pensiero riusciva ancora a ricreare l’immagine dell’amato. Questo gli consentiva di sentirsi ancora vivo.
Troppo presto le immagini belle vennero offuscate dalla realtà.
“Eccoci qui, Emmerich. Sentivi nostalgia?”.
I suoi carcerieri erano tornati. Molto probabilmente per torturarlo. Andava avanti da oltre un mese. Si chiamavano Scott e Mark. Tutte le volte che c’erano loro, per Ian le molestie erano assicurate.
“Che volete? Andatevene via.” Si girò dalla parte del muro affondando il volto sul cuscino.
“Così si parla a due amici? Volevamo solo divertici un po’ con te. Fare compagnia ad un frocio. Perché è quello che sei, vero?”
Con la forza della disperazione Ian tentò di aggredire Mark.
Prontamente Scott lo prese per un braccio e lo fece voltare di schiena. L’altro lo guardò pieno di disprezzo e cupidigia.
“Che volevi fare, mettermi le tue manacce da frocio addosso?”. Gli sputò.
“Che stronzo. E pensare che noi abbiamo una sorpresa per te”.
Dalla tasca tirò fuori un minuscolo bastoncino di legno.
Ian li guardò con disgusto. “Che volete fare? Andatevene vi prego.” Iniziò a tremare visibilmente.
“Ma non mi dire... Grande e grosso come sei te la fai sotto per uno stecchino?”
“Già, Scott, questi agenti dell’FBI sono proprio delle mammolette.”
“Sì, però questo è anche uno schifoso assassino e noi gli faremo passare per sempre la voglia di disturbare le nostre donne, vero?”.
“Da qui non uscirà più... ma anche se uscisse, certo si ricorderà di noi”.
Risate odiose aleggiarono attorno a lui.
Una lacrima silenziosa solcò la sua guancia mentre con lo stecchino i due iniziavano una lenta e inesorabile tortura.


“Booth, ti prego, sai come la penso... ”.
“Lo so, sei contraria al matrimonio. Ma ti sei ricreduta sul fatto che i legami emozionali sono effimeri e inaffidabili, no?”.
La donna sorrise beffardamente. “Non fare l’affabulatore con me. Ho bisogno di riflettere anche su questo.”
Si guardarono negli occhi con complicità, poi furono interrotti dall’arrivo dell’infermiera.
“La preanestesia è passata. Ora può anche tornare a casa”, comunicò con tono indifferente.
“Prima vorrei parlare con l’anestesista.”
“La dottoressa Jackson?”, chiese l’infermiera.
“No, si tratta di un dottore. È un uomo.”
L’infermiera sembrò costernata. “Le assicuro che questa mattina non è di turno nessun anestesista di sesso maschile in questo reparto.”
“Si sbaglia, è stato un uomo a farmi la preanestesia: alto, rasato, sui quaranta”.
“La descrizione che mi ha fornito non mi ricorda nessuno, mi dispiace.” Così dicendo, la donna afferrò un mazzo di cartelle e si accommiatò.
“Non capisco”, sussurrò Brennan, inquieta.
“Che sta succedendo, Bones?”
“L’uomo che mi ha raccontato del bambino nato pre-termine, il bimbo che sarebbe morto di certo se non ci fosse stato l’incidente... ”
“Perché è così importante per te?”
“Perché se lui non mi avesse parlato in questo momento non sarei più incinta.”

martedì 23 giugno 2009

Ogni singolo respiro, capitolo 6





Un uomo sudato e affannato, senza giacca e con l’aria di essere un pazzo scappato dal manicomio correva a perdifiato tra lo spartitraffico delle due arterie principali di Washington. Molto presto sarebbe stato affiancato da un’auto della polizia e, di certo, il conducente si sarebbe stupito di vedere il distintivo dell’FBI sventolare sotto il suo naso.
Ormai mancava poco. Un svolta a destra e avrebbe raggiunto la clinica. Doveva solo sperare di non svenire.
Arrivò di fronte alla receptionist. Una donna con un’acconciatura assurda lo guardò con tanto d’occhi.
“Mi scusi?”
“Temperance Brennan.” Malgrado non fosse sicura se fosse il caso o meno di dare corda a quell’individuo dall’aspetto disordinato, la curiosità le impose di dare un’occhiata all’elenco dei pazienti. Senza la minima professionalità, né tanto meno tatto, lesse ad alta voce.
“Eccola qui, Brennan, aborto volontario. Ore undici e trenta.”
“Aborto?” da rosso accesso per lo sforzo compiuto il colorito dell’agente divenne pallido.
“Dove si trova?”
“Non so posso darle questa informazione... ”.
Un’assistente venne in suo soccorso. “Claire, hai detto fin troppo a questo signore. Ora ti resta solo di indicargli dove si svolgerà l’intervento.” La donna di colore la redarguì con severità.
A Claire non rimase che ingoiare il boccone amaro. “Tredicesimo piano, sulla destra. Sempre dritti fino in fondo al corridoio.”
Booth volò letteralmente verso gli ascensori.

“Non capisco perché non abbiamo ancora iniziato!”
“Cerca di stare calma, hanno detto che la sala operatoria è stata occupata per un’emergenza improvvisa.”
Brennan stava per perdere la pazienza.
Il dottor Holden venne incontro ai dubbi delle due donne.
“Abbiamo ricoverato questa donna per via dell’incidente sulla settima di Constitution Avenue. Era incinta di ventisei settimane e siamo stati costretti a far nascere il bambino.”
“Se la caverà?”, chiese ansiosa la Montenegro.
“Ora è in terapia intensiva neonatale, ma siamo ottimisti. Ottocentosettanta grammi per un bimbo di così poche settimane è già molto.”
“Possibile che ci sia una sola sala operatoria in questo posto?”. L’impazienza di Temperance aumentava di minuto in minuto.

Il battito cardiaco di Seeley Booth era accelerato all’inverosimile.
Se avesse avuto un minimo dubbio che quello fosse stato un incubo avrebbe cominciato ad urlare ai passanti e, magari, si sarebbe buttato giù dalla finestra per provare a volare.
Ma sapeva fin troppo bene che non si trattava di un sogno.
Bones stava per andare sotto i ferri, sì, ma non c’era nessun tumore da asportare.
Stava per interrompere la gravidanza. Una gravidanza del quale lui non era a conoscenza.
Cam e Angela, Hodgins persino, forse, lui no.
A lui non era stato detto niente.
Si sentì in colpa perché avrebbe dovuto capirlo.
Se non fossi stato troppo occupato a farmi fottere da un presunto killer forse...
Intuì subito che quell’atteggiamento era sbagliato.
Sweets avrebbe avuto da dire la sua in proposito. Ma quello non era il momento di pensare alla terapia. Né all’ex compagno in cella. Né alle illazioni sulla sua presunta innocenza paventate dal dottor Reid.
Ora doveva solo occuparsi di Bones e al bambino che stava gettando nel cassonetto dei rifiuti organici.
Arrivò davanti alla sala operatoria.
Non c’era nessuno.
Troppo tardi, si disse.
Un medico in giacca e cravatta stava per prendere servizio. Vedendolo così affannato gli venne incontro.
“Chi cerca?”
“Brennan, Temperance Brennan.”
“Si tratta di una giovane donna con un’amica mezza asiatica?”
“Sì, sono loro. Angela e Bones! Dove le posso trovare?”
“Immagino sia una questione della massima urgenza. Si rilassi e prenda fiato.”
“Mi dica dove sono, la prego.”
“Le ho viste dirette pochi attimi fa verso il terrazzo.”
“Quale terrazzo?!”
“Alla fine di questo corridoio.”
Il grande terrazzo posto al tredicesimo piano della clinica era stato pensato come luogo di relax per i degenti. Chiuso da un vetro che proteggeva da tutti i possibili sbalzi termici, era addobbato da piante fiorite e da piccoli alberelli da frutta.
A quell’ora brulicava d’infermieri e personale medico vario che si fermava per chiacchierare o per uno spuntino veloce.
Angela e Temperance avevano scelto un angolo appartato, tra un cedro e una panchina occupata da due donne anziane.
Temperance lo vide arrivare e fu subito invasa dall’emozione.
Avrebbe voluto sparire, nascondersi, esiliare. Scappare via verso l’ignoto, magari ficcarsi nella terra. Vedendolo così distrutto capì quanto piccola e meschina fosse stata.
Aveva sbagliato. Aveva sbagliato a non avvisarlo. La luce scura che lesse nei suoi occhi la fece sentire letteralmente uno schifo.
“Booth”, esalò in un gemito.
“Non lo fare” il suo tono di voce era alto. L’attenzione di molti fu per loro.
“Perché sei qui?” Angela si scansò come se volesse togliersi di scena. Ma, in quella scena, nel dramma, c’erano tutti.
“Non lo fare, non lo farai, non ucciderai questo bambino.”
“Ti prego, Booth, tu non puoi...” non le fece finire la frase che se lo ritrovò inginocchiato ai suoi piedi.
Le abbrancò le gambe. Le strinse a sé. Tutta l’emozione per aver scoperto di essere ad un passo dal tornare ad essere padre e al non esserlo più la scaricò in quell’abbraccio.
“Non puoi, non devi, non voglio.” Bones, incapace di essere razionale, lo abbracciò a sua volta. Si chinò su di lui fino a che non furono faccia a faccia. Le fronti slittarono in una carezza quasi violenta, decisa. E poi un sussurro, una voce che mai aveva sentito, rivelò come in una litania: “Ogni singolo respiro, da qui alla fine di tutti i miei respiri. Io ti proteggerò da ogni male. Per sempre se lo vorrai.”
Quella frase la colpì immensamente. Scacciò un singulto con tutta la forza che aveva.
“Non lo so forse è troppo tardi per i progetti a lunga scadenza?”
“Perché?”
“Dov’eri Booth?” chiese indietreggiando come se temesse che la prossimità fisica potesse scalfire la sua convinzione, “Dove sei stato tutto questo tempo?” lo stava accusando. Ma con una dolcezza nella voce da sembrare una dichiarazione d’amore.
“So dove sono ora. So che ti voglio aiutare... ”
“No, non puoi! Non puoi essermi d’aiuto finché non starai bene. Non ricordi l’altra sera? Mi hai rifiutato. E hai fatto bene. Sì, ci ho pensato; avevi ragione tu. Non sei pronto per una relazione, ora.”
“Ma non importa se lo sarò o non lo sarò mai. Io voglio questo bambino. Il tuo bambino è anche mio figlio.”
“E quello che voglio io non è importante?” l’attenzione degli inerti spettatori era totale. Attorno alla coppia si era creato un silenzio quasi magico. Qualcuno si chiese se non si trattasse di una messa inscena. Magari si stava girando un film all’insaputa di tutti, al fine di ottenere maggiore spontaneità da parte dei figuranti. A rompere l’incanto venne l’equipe medica; reclamavano Temperance.
“La sala operatoria è pronta” fece sapere una giovane infermiera con solerzia.
“Non occorre più” rispose Booth alzandosi. La diretta interessata fece altrettanto aggrappandosi alle sue braccia.
“Sono pronta” fece sapere.
Comprendendo quanto la situazione fosse delicata il ginecologo affiancò la sottoposta.
“Si può ancora rimandare, signorina... ”
“No” si affrettò prontamente la donna.
“No, si può rimandare. Dobbiamo parlare.”
“No che non dobbiamo!” l’accesa discussione era solo all’inizio.
L’accesa discussione era solo all’inizio.
Temperance guardò Booth con occhi fiammeggianti: “Tutto questo è patetico e sbagliato!”
“Ma perché vuoi farmi questo? Vuoi uccidere qualcosa di mio.”
“Se è questo il problema dormi sonni tranquilli. Non è tuo.” Lo disse quasi con leggerezza. La sua voce era ferma. Non si accorse del nuovo gelo che cadde su quel terrazzo.
Booth considerò quella frase come una menzogna. Certo che è mio, di chi altri altrimenti?
“Bones... ”
“Hai capito? Ora non insistere.”
“Non mi importerebbe.”
“A sì? Saresti pronto ad occupartene come se fosse tuo. Molto generoso. Il problema è che non lo voglio io. Non me ne voglio occupare io.” Sospirò.
A quel punto Booth si sentì impotente.
Si arrese alla decisione della sua Bones anche se faceva un male cane.
Non ci credeva.
Dormi sonni tranquilli. Non è tuo.
L’aveva detto con troppa enfasi.
La mia Bones non sa proprio mentire, considerò sorridendo amaro.
E ora gli restava solo guardarla andare via, senza poter muovere un dito.
“Sarei pronto a dare la vita per entrambi.”, gridò quando lei fu ad un passo dall’entrare dentro la sala operatoria.


L’anestesista, un giovane uomo rasato piuttosto corpulento era stato tra quelli che avevano assistito alla diatriba in terrazza.
Era anche colui che avrebbe dato il via all’operazione.
Guardò la sua paziente con pena ma anche con stima.
Quella donna solo apparentemente minuta e pallida doveva essere, in realtà, una persona molto forte e coraggiosa.
“Lo sa. A volte la vita ci riserva trame strane.”, annunciò prima di infilare l’ago nella flebo e dare il via all’anestesia.
Temperance non rispose.
Chiuse gli occhi sperando di abbandonarsi quanto prima al sonno artificiale.
“Dico questo dopo aver assistito alla vostra diatriba. Parlo di lei e del suo ragazzo.”
“Non è il mio ragazzo. È un collega.”
“Beh, chiunque lui sia è qualcuno che darebbe la vita per lei e suo figlio. Magari accettandolo anche se non è biologicamente il suo. Ma le ripeto: il destino a volte fa scherzi incomprensibili. Qualcuno lo chiama destino, altri Dio... beh le racconterò un fatto: l’incidente sulla Constitution Avenue. Lo sa da cosa è stato causato? L’autista si è distratto a guardare l’incidente che ieri ha fatto sì che fossero rinvenuti i resti a cui lei stava lavorando”
“Come fa a saperlo...?”. La sua voce stava diventando flebile.
“E quel bambino venuto fuori a soli ventisei settimane? Beh, se il conducente del tir non si fosse distratto andando a tamponare sulla donna incinta, il bambino non sarebbe sopravvissuto. La vita riserva trame strane, ripeto.”
“Non capisco... ”
“Era in sofferenza fetale. La placenta ha smesso all’improvviso di funzionare e sarebbe morto entro poche ore. Ma l’incidente ha dato modo che nascesse anzitempo. Ora ce la farà.”
“Perché mi sta dicendo tutto questo?”. Bones non sapeva se essere infuriata con quell’uomo o se essergli grata. Le sue parole stavano scalfendo la sua determinazione. E questo non era un bene, a suo parere.
“Quello che intendo dire è che il suo ragazzo, o quello che è, ha fatto in tempo a dirle che vuole il bambino perché c’è stato l’incidente, altrimenti a quest’ora lei avrebbe fatto il raschiamento da un pezzo e molto probabilmente ora sarebbe in mensa a mangiare un boccone.”
“Non voglio sentire questi sermoni.”
“Se crede nel destino, qualcosa significa. Dia retta a quell’uomo. Magari non sarà biologicamente il padre ma ha una voglia smisurata di farlo. Di crescere questo piccolino. E, qualsiasi svolta prenderà la vostra relazione, leggerà per sempre nei suoi occhi il risentimento per avergli tolto questa possibilità.”

martedì 16 giugno 2009

Ogni singolo respiro, capitolo 5


“Sono in mezzo a due grandi consolari. Nudo. Le macchine sfrecciano via accanto a me. Potrebbero investirmi ma non succede. Io stesso vorrei finire sotto. Cerco di superare il cavalcavia ma niente. Continuo a trovarmi in questo spartitraffico incapace di avanzare o di retrocedere” il ricordo del sogno che stava raccontando lo gettò nel panico. Si toccò la fronte sudata. Proseguì: “E sto male. Malissimo. Che cavolo significa? Cosa mi sta succedendo, Sweets?” Booth voleva una risposta. Serviva a lui, serviva a Bones, serviva a risollevarlo dalla polvere.
Il giovane psicoterapeuta che aveva ascoltato il resoconto con attenzione, esaminò con i suoi occhi vispi l’amico-paziente.
“Mi creda quando le dico che questi sogni angosciosi non sono affatto una minaccia ma la risposta a quello che cerchiamo.”
“L’idea che mi sono fatto io è semplice. Sono nudo come un verme in mezzo al caos malgrado questo tento di ritrovare la strada. Un percorso che mi faccia tornare ad essere l’uomo che ero. Con tutti i vestiti addosso.”
“Mi parli dell’uomo che ha smarrito. Del Booth vestito” si appoggiò allo schienale.
Prima di ribattere, sospirò: “Il Booth vestito era un uomo che credeva ciecamente nel suo lavoro. Nella giustizia. Nell’amore per una donna.”
“E ora?”
“E adesso non lo so più. Mi sento esattamente come nel sogno. Sono in mezzo a due grandi strade che non si possono intersecare tra loro.”
“Pensa che scegliendo una strada o l’altra possa ritrovare i suoi vestiti?”
“Ho capito che i vestiti sono una metafora della mia identità sessuale. È questo che dovrei fare? Scegliere quale vestito indossare? Non ci riesco ora. Sono confuso. E non solo perché nel mio cuore sento di non sbagliare credendo nell’innocenza di Ian. Ma so anche che Bones ha bisogno del vecchio Booth. E, credimi quando dico che ne ho bisogno anch’io.”
“Purtroppo temo che il vecchio Booth, quello con i vestiti non ci sia più mi dispiace. E l’unico modo che hai per trovare quella strada di cui parli è accettando i tuoi nuovi vestiti.”
“Lo farai se sapessi dove sono!”
“In realtà lo sa. Lo sa, Booth. Solo che non lo vuole sapere.”
“Se questa psicoterapia deve aiutarmi ad accettare l’angoscia che mi porto dentro e imparare a conviverci è ora che cominci a fare effetto.” I Booth dai modi spicci era tornato. Il dialogo con il dottor Reid aveva lasciato degli strascichi pesanti e ora era sempre più difficile tornare indietro. Tornare ad essere come prima. Poteva cambiare pelle come gli consigliava Sweets? Poteva un uomo tutto d’un pezzo come lui arrivare a quel punto di rottura che gli avrebbe consentito di rimettersi in gioco?
“La psicoterapia la sta già aiutando. La sua paura nello scegliere la strada è fondata. Perché sarebbe un errore.”
“Cosa?”
“Scegliere una strada.”
“Mi stai dicendo che devo continuare a stare in mezzo?”
“Le certezze che la nutrivano in passato, tutta la corazza che la proteggeva, si sono frantumate dal momento che ha permesso a qualcuno del suo stesso sesso di amarla. In quel momento si è sentito se stesso.”
“Ora non vorrai venirmi a dire che sono sempre stato omosessuale o qualcosa del genere?”
“No. Certo è vero che il salto è stato grosso. Lo sarebbe stato in ogni caso, anche se si fosse trattato di una ragazza. La sua devozione totale a Brennan nonostante tutto non è mai stata messa in discussione.”
“E dunque?”
“Può scegliere di essere un uomo migliore per lei. Può riuscire a destabilizzare tutto se accetta di non scegliere la strada. Se smette di sentirti minacciato dal fatto di stare in mezzo.” Lo guardò fisso negli occhi, e, lasciando per un attimo le vesti di psicoterapeuta si rivolse a lui in tono confidenziale: “Booth, l’accettazione di se stessi è il passo più arduo da compiere. Se non arrivi a patti con questo non troverai più i tuoi vestiti.”
Il cercapersone vibrò facendolo saltare. “Devo andare.”
“A domani.”
“A domani” rispose fuggendo dalla stanza.

Il Jeffersonian pullulava di piccoli macabri resti umani. Una macchina a gran velocità scontrandosi con un muro di cemento, aveva dato modo che fossero rinvenute tutta una serie di parti scheletriche. Nonostante l’appuntamento fosse appena un ora dopo, Temperance stava lavorando a quelle ossa. Occhiali con lenti d’ingrandimento, sguardo severo, concentrazione al massimo.
“Cam, dille qualcosa.”
“Perché? Pensi davvero che se gli chiedessi di non abortire lei mi darebbe retta?” rispose l’altra sconsolata. Hodgins entrò a manetta. “Di chi state spettegolando? Chi è il povero Cristo sotto le vostre grinfie?” sembrava sorridente. Probabilmente il suo buon umore era dovuto a dei calliforidi che gli avevano fornito chissà quale illuminazione.
“Si tratta di un questione privata. Torna alle tue larve.” Il riccioluto le guardò di sbieco.
“Sono davvero un parassita.”
“Jack!”
“Va bene, recepito il messaggio. Vado dai miei simili.” Girò i tacchi voltandosi diretto verso il suo laboratorio personale.
Sospirando la dottoressa Sorayan si avvicinò a Brennan.
“Lascia stare. Per oggi posso continuare io.”
“Sono ossa, non c’è carne. Finisco e poi vado.”
“Brennan non devi... ”
“Cam, ora ti ci metti anche tu.” Sconsolata si tolse li occhiali. “Non avrei dovuto renderti partecipe. Pensate entrambe di saperne più di me?”
“Vogliamo solo che tu non ti penta del tuo gesto.”
“Perché dovrei pentirmi? È questo dialogo che è inopportuno. Anzi, sai cosa vi dico? Vado un po’ prima. Magari per l’ora di pranzo questa storia è già finita.” Angela la seguì verso lo spogliatoio. “Non vuoi più nemmeno me?” Temperance si voltò di scatto e la guardò con occhi tristi.
“Ma certo che ti voglio. Ma come amica che mi capisce e sta dalla mia parte.” La Montenegro comprese e decise di essere totalmente dalla sua parte. Se aveva scelto di andare incontro alla tempesta quanto meno le avrebbe concesso una scialuppa di salvataggio.
Una decina di minuti dopo l’FBI entrò a chiedere ragguagli sulle ossa del muro di cemento. Booth era reduce dalla terapia con Sweets. I suoi superiori, non del tutto convinti che fosse all’altezza di garantire il massimo della professionalità, gli avevano affiancato l’agente Perrotta, una donna in gamba di cui aveva stima. Quest’ultima sembrava sentirsi più a disagio di tutti gli altri di fronte ai disordini professionali ed emozionali del collega.
“Ciao Cam, dov’è Bones?” chiese l’uomo con tono pacato.
“Ecco io... ” il tono traballante della sua voce le rivelò che gli stava tenendo nascosto qualcosa.
“Che succede?” Perrotta guardò prima la donna poi il suo compagno con aria interrogativa.
“Ricordi quel tumore? Oggi la operano.”
“Tumore, operazione?!”
“Sì, gli è stato diagnosticato ieri l’altro. Pensavo te ne avesse parlato.”
“Bones è sotto i ferri ora?”
Cam ingoiò la saliva. Era certa che chiunque avesse potuto leggerle nel pensiero. Soprattutto lui.
“Seeley...”
“Perrotta, continua senza di me. Io devo andare” come se fosse stato morso da un animale velenoso e dovesse nel minor tempo possibile assumere l’antidoto, Booth scappò dal laboratorio lasciando dietro sé i volti esterrefatti dei restanti.
La mia Bones ha bisogno di me.
La mia Bones ha bisogno di me.
La mia Bones ha bisogno di me.

Solo a quello riusciva a pesare durante il tragitto verso la clinica. Doveva raggiungerla, esserle vicino quando si sarebbe ripresa! Le avrebbe assicurato che tutto sarebbe filato liscio.
Basta cazzate! Ora Bones ha bisogno di Booth... di Booth con tutti i suoi fottuti vestiti.
I ricordi del suo incubo ricorrente tornarono non a caso. La strada che conduceva verso l’ospedale era bloccata da un incidente piuttosto serio. A quel punto si ritrovò a pochi isolati dal luogo d’arrivo con due alternative: andare avanti in auto rischiando di non poterla salutare prima dell’intervento o parcheggiare il suv da una parte e proseguire a piedi? Parcheggiarla avrebbe significato abbandonarla ad un ciglio della strada e camminare in mezzo allo spartitraffico. Proprio come il Booth nudo dei suoi incubi. Ma lui aveva i suoi vestiti. Aveva la forza di volontà per andare incontro a quella strada, per stare sullo spartitraffico come gli aveva consigliato Sweets. E più i minuti si rincorrevano, più una voce interiore gli imponeva di sbrigarsi. Quella voce gli ricordava che Bones aveva bisogno di lei.

Il dottor Holden si avvicinò a Temperance porgendole cuffietta e divisa ospedaliera.
“Come si sente?”
“Come vuole che mi senta?” era un momento penoso. Angela teneva a freno le lacrime. Era una lotta impari. Anche Brennan stava per cedere agli ormoni. La guardò con intensità.
“Sai che se inizi a piangere poi io ti vengo dietro, vero?”
“Piccola, non lo fare. Non prima di averlo detto a Booth” singhiozzò.
“Ma non capisci? Questo lo spezzerebbe. E lo amo troppo per fargli altro male.”
“Glielo stai facendo uccidendo suo figlio.”
“Non è così. Non lo sto facendo” tirò su con il naso.
“L’anestesista è pronto, mi segua.” Holden s’inserì nel fitto dialogo. Non trascurò le lacrime che rigavano il viso della sua paziente. Prese dal taschino del camicie un fazzoletto di carta.
“Non serve che le dica che se ha cambiato idea... ”
“Assolutamente no.”

venerdì 12 giugno 2009

Ogni singolo respiro, capitolo 4



WARNING! NC 17 per il linguaggio, la crudezza dei termini e accenni a violenza sui minori


Ian Emmerich se ne stava in disparte tutte le volte che doveva condividere il tempo con gli altri carcerati.
Temeva quella massa di delinquenti senza cervello, zotici e violenti di natura. Avrebbero potuto farlo a pezzi solo per il gusto di farlo se non fosse stato per alcune telecamere di sorveglianza posizionate sopra le loro teste e per i secondini, disseminati per tutto il perimetro del carcere federale.
La divisa arancione gli andava stretta nonostante fosse dimagrito, di botto, cinque chili.
Avrebbe potuto digiunare per settimane, non sarebbe stato un grande sacrificio. Il pasto dei reclusi era quanto di più disgustoso avesse mai messo sotto i denti. Escludendo il vomito che la sua tutrice gli costringeva a mangiare per punirlo se non si fosse comportato bene.
Più ore passava in quel luogo più i ricordi della sua infanzia tormentata giungevano alla sua mente.
-Edward, hai di nuovo giocato con la carta igienica? Quante volte ti ho detto di non farlo?
-Mandy, non sono stato io, te lo giuro.
-Quando hai finito di dire bugie, potrai tornare a giocare con i tuoi fratellini, ora lava questo schifo da terra.

Se guardava verso il basso, Ian ritornava a vedere il pavimento sudicio di ogni maleodorante schifezza. Feci vecchie da giorni, resti di cibo, scarafaggi, veleno per topi.
Mandy, la donna che si sarebbe dovuta occupare di quelle sei sfortunate creature, li avrebbe legati sotto il tavolino delle punizioni se non avessero ubbidito ai suoi dettami.
Tornò improvvisamente alla realtà.
Era nel suo letto, nella sua singola con vista sulle sbarre. Un nodo alla gola gli occludeva il respiro. Booth, amore mio, che aspetti a tirarmi fuori di qui? ancora di salvezza alla quale aggrapparsi era il pensiero dell’amico, fuori di lì.
Il ricordo dei momenti trascorsi con lui e suo figlio gli scaldava il cuore.
Durante l’ultima mattina di libertà si era svegliato presto, a dispetto delle poche ore trascorse a dormire.
Aveva osservato a lungo l’amante abbandonato in un sonno profondo, nonostante il chiarore del giorno invadesse la stanza creando uno scintillio di ombre e luci.
Lo aveva vegliato per un po’, senza osare disturbare quella quiete.
Un rumore improvviso lo aveva risvegliato dal torpore amoroso. Proveniva dalla mansarda. Evidentemente Parker era sceso dal suo letto.
In fretta recuperò i suoi abiti per rendersi presentabile agli occhi del bambino. Poi uscì dalla camera e lo trovò intento a cercare cartoni animati alla tv.
“Zio Ian, perché non ci sono i canali per bambini in questo Hotel?”
“Non credo che qui abbiano la televisione via cavo, campione”, lo informò prendendo posto sul divanetto.
“Che ne dici se invece di guardare la tv andiamo a fare una bella colazione?”
“Solo se dopo mi porti a vedere il pesce gatto.”
“Credo che per quello dovremmo aspettare tuo padre.”
“Ti prego!", lo implorò il bambino facendo il broncio.
Il profiler -il numero uno quando si trattava di manipolare le persone- di fronte alle insistenze del ragazzino si sentì impotente. Sorrise, accondiscendente.
“Va bene, hai vinto. Ora muoviti, prima che ci ripensi.”
Avrebbero dovuto tornare da Booth dopo la colazione ma Parker era eccitatissimo all’idea di salire sulla barca per pescare non lo avrebbe fermato nemmeno una bufera!
E poi, tra le onde che increspavano appena il lago, tutto il suo mondo era scomparso.
Chiuse gli occhi cercando di combattere l’inevitabile affluire dei ricordi spiacevoli.
Non voleva torturarsi.
Bastavano le torture dei suoi secondini.
Una smorfia gli contrasse il viso che, nonostante le vessazioni, rimaneva affascinante.
Si toccò la fronte come se i ricordi spiacevoli si potessero scacciare come le mosche. La mano raggiunse i capelli, o quello che ne restava. I suoi carcerieri, dopo la libertà, avevano preteso di togliergli anche quelli.


Angela continuava ad osservare con aria sognante la foto che ritraeva il feto di dodici settimane.
“Guarda tesoro, già si intravedono le manine! E il profilo? Ha un nasino all’insù che è un amore.”
Temperance non ne voleva sapere di condividere quell’immagine con l’amica.
Continuava a guardare davanti a sé, cercando la forza per respirare.
Si sentiva come se qualcuno gli stesse tenendo un cuscino in faccia, come se fosse di nuovo in mano al becchino ma, questa volta, il suo persecutore, un volto, un piccolo volto, lo aveva.
Rifletté: da ogni errore si trae un insegnamento. Cosa aveva tratto da quella gravidanza imprevista? Oltre al fatto che i profilattici si rompono proprio sul più bello?
“Piccola, ora dovrai per forza di cose dirlo a... ”.
“NO!”, rispose Brennan con tono fermo e deciso.
“Ma... ”
“Angela, ti prego. Booth ne deve restare fuori, assolutamente”. All’improvviso, come colta da un dubbio subitaneo, virò verso l’ufficio informazioni.
“Che vuoi fare?”
“Secondo te?”
Nel giro di pochi minuti, Brennan ricevette le delucidazioni che cercava.
“Temperance tu non puoi... ”
“Certo che posso.”
“Ma Booth... ”
“Questo è un problema mio, non di Booth”
“Non è giusto che tu interrompa la gravidanza a sua insaputa!”
“Perché? Perché, una volta tanto, sono io a proteggere lui?”.
“Perché ha diritto di sapere.”
“Fino a prova contraria, io sono una donna single e posso decidere il mio destino senza che altri interferiscano. E trattandosi di un evento assolutamente indesiderato, agirò di conseguenza.”.
“Per altri intendi anche la tua migliore amica, Bren?”.
L’antropologa assunse un’espressione più umana.
“Lo sai quanto bisogno io abbia della mia più cara amica.”.
“Fidati: tenere questo segreto non farà bene a nessuno. Di certo non farà bene al tuo rapporto con Booth.”.
“Mi sembra che l’abbia già compromesso abbastanza lui andando a letto con Emmerich.”
“Potete mettervi quella storia dietro le spalle ora. E questo bambino vi aiuterà a farlo.”
“Per niente. Quello che tu chiami bambino sarà solo l’inizio di un’altra spirale di problemi. Booth si metterà in testa di essere il padre dell’anno. Non rinunciando però, complice il suo senso di giustizia, a parteggiare per l’amico in prigione.”.
“È probabile. Ma è proprio di questo che ti sei innamorata. La sua infinita caparbietà, il suo senso del dovere. La sua lealtà.”
“So quel che faccio”. Niente e nessuno sembrava poter scalfire le sue certezze.
L’appuntamento era fissato. Tra due giorni e mezzo avrebbe smesso di essere una scienziata con un feto di dodici settimane.

La mattina in cui Temperance Brennan scopriva di essere madre, il sostituto procuratore indiceva una riunione speciale.
All’ordine del giorno c’era la cattura del profiler reo di essersi associato da tempo a un serial killer e di essere entrato nelle maglie del FBI per tenere alla larga la polizia dai loro sudici piani. O forse semplicemente per infangarla.
Booth ascoltò la dissertazione cercando di capire se prima o poi si sarebbe rassegnato all’idea di aver avuto per partner un omicida.
“Ora siamo a conoscenza che sia Kelly sia Emmerich hanno avuto un’infanzia tormentata. Durante il loro soggiorno in casa di Madison Navaar, la donna che avrebbe dovuto occuparsi di loro, hanno subito abusi di vario tipo, violenza inaudita”.
Booth ripensò ai lividi che costellavano il suo corpo. Sentì crescere l’angoscia nel suo petto.
Perché non mi hai detto tutta la verità? Quanto ti facevano soffrire quei segreti? Fino al punto di non fidarti di me, ovvio, considerò amaramente.
La voce squillante del procuratore proseguì con l’esposizione dei fatti: “Tutto questo cianciare di ragazzini legati sotto i tavoli tra i liquami non deve influire sulla nostra determinazione a rendere giustizia a quelle povere sette donne. Sette madri che hanno smesso di vivere, per mano loro. Senza dimenticare il povero capitano Osbron”.
Un giovane dai capelli biondi, lisci e lunghi fin sulle spalle prese parola.
Era stato in disparte tutto il tempo. Chiuso in un mondo tutto suo, sembrava tutt’altro che interessato alla questione Emmerich.
“Mi scusi, Dottor Wright, quando lei afferma che i fatti angosciosi subiti da Kelly ed Emmerich non devono fuorviare la nostra attenzione dagli omicidi, dimentica, se mi permette, un dato molto importante: dietro ad ogni assassino c’è un’analisi comportamentale e dietro quest’analisi comportamentale troppo spesso c’è un bambino che ha subito un abuso.”
“Arrivi al dunque, Dottor Reid”.
L’attenzione si catapultò tutta su di lui. Si formò un fitto chiacchiericcio. Come osava un ragazzo che sembrava appena uscito dal college prendere posizione contro le alte sfere del FBI? Era un’insolenza bella e buona!
“Quello che intendo dire è che gran parte della bravura di Emmerich come profiler si fonda sulla comprensione e sulla totale abnegazione con le quali si è sempre dedicato al suo lavoro investigativo. Nell’analisi psico-sociologica del S.I.*”
“Reid, capisco o, meglio, tento di capire questo suo simpatizzare con un collega in difficoltà. Ma le doti investigative di Emmerich non lo rendono migliore agli occhi del mondo. Si è sporcato del sangue dell’ultima vittima. Il fatto stesso che aiutasse Kelly a commettere quei delitti inscenando situazioni molto simili alle barbarie subite da ragazzi... ”.
“Mi scusi se la interrompo, ma questi fatti non sono stati ancora provati.”
Booth fu molto colpito da quell’alterco. Il giovane Reid sembrava non temere lo scontro con i superiori e questo lo accomunava a Ian.
Era forse una caratteristica tipica dei profiler essere teste calde?
Si rese conto che avrebbe voluto saperne di più.
Wright tentò di chiudere la faccenda con il profiler usando frasi di circostanza. Concluse dicendo: “Non dobbiamo provare un sentimento di pena per loro. Non dobbiamo sforzarci di capirli. Se tutti quelli che hanno avuto un’infanzia disturbata divenissero degli assassini seriali il mondo ne sarebbe invaso”. Promise che l’accusa si sarebbe battuta per assicurare l’iniezione letale a entrambi, anche se era probabile che sarebbe stato Kelly ad avere la pena più dura.
Di fatti, pensò Booth, senza un’ammissione di colpevolezza e con un avvocato con gli attributi, si poteva sempre tentare di dimostrare che Emmerich era stato plagiato o qualcosa del genere. Nonostante tutto, sperava che se la cavasse.
Forse sto diventando pazzo.
Tentò di scacciare quelle considerazioni fuori luogo. Doveva restare con i piedi ben saldati al suolo. Emmerich era un bastardo, un assassino senza scrupoli. Se la realtà dei fatti era quella, niente poteva cambiarla.
In fondo al corridoio che conduceva alla sala riunioni s’imbatté in Reid. Si squadrarono per un lungo istante come se entrambi conoscessero chi fosse l’altro.
Fu il più giovane a presentarsi
“Sono il Dottor Reid”, disse mentre porgeva la mano. “Lei deve essere Seeley Booth, il compagno di Emmerich.”
“Sì, lo sono.”
“Sono costernato. Immagino debba essere tremendo.”
Booth si domandò perché chiunque lo incontrasse sentisse l’esigenza di trattarlo come la vedova di Emmerich. Cercò di ricomporsi e iniziò a parlare: “Mi piacerebbe conoscere la sua opinione sulla cattura di Kelly ed Emmerich.”
“Non mi dispiacerebbe approfondire la cosa con lei”, rispose l’altro. “Purtroppo devo essere a Portland entro le sedici di oggi”. Mentre spiegava i suoi programmi, il profiler aveva ripreso a camminare velocemente.
Per niente soddisfatto, Booth lo seguì fino all’ascensore. “Lei non pensa che Ian sia colpevole”. Lo disse tutto d’un fiato.
“Immagino lo abbia dedotto dal mio intervento. In effetti ho un’idea diversa dalla vostra”.
“Dalla nostra?”. Booth non aveva capito quale fosse, la sua idea! Probabilmente non quella che avevano i suoi superiori.
“L’impianto accusatorio è basato su prove indiziarie ma non è per questo che sono così scettico al riguardo”, affermò Reid.
“Allora mi illumini. Dottor Reid, perché pensa che Emmerich non sia complice di Kelly?”.
Il volto minuto dello scienziato si avvicinò di pochissimo a quello del suo interlocutore. Non sembrava un uomo che amava avvicinarsi troppo agli altri.
“Ho lavorato con lui a stretto contatto per mesi. E posso affermare con il massimo della sicurezza che non è un assassino. Non lo dico come profiler... ”. S’interruppe per accarezzarsi la nuca. “Ian Emmerich è una brava persona. Totalmente incapace di nuocere. Di certo non per il gusto di farlo! Di certo non a una donna. Lui si occupava delle donne che avevano subito abusi o che rischiavano di subirne. Per lui era una missione.”
“Lo so”, commentò sconsolato Booth. Ricordava i tatuaggi con su scritti i nomi delle vittime.
“Mi creda, signor Booth, con questo non voglio dire che non avesse un gemello cattivo, la sua infanzia sofferta ne farebbe un S.I. con i fiocchi! Mi vengono i brividi se ripenso a quella casa degli orrori. Ma aveva imparato a tenere il suo lato oscuro a bada. La sua doppiezza era la sua forza”. Intanto, le porte dell’ascensore si erano aperte. Non c’era più tempo per le chiacchiere.
Ma le parole di Reid avevano turbato non poco Booth.


*soggetto ignoto

lunedì 8 giugno 2009

Ogni singolo respiro, capitolo 3



Il verde delle foglie rampicanti si estendeva fino alla balaustra.
Il sole alto della mattina creava tra le foglie un luccichio che le rendeva ancora più desiderose di crescere.
Fotosintesi clorofilliana, pensò Brenann.
Istintivamente si toccò il ventre.
Anche l’esserino che stava lì dentro aveva voglia di crescere.
Semiseduta sul parapetto del balcone, si era fatta catturare da quel gioco di luci e colori. Temperance attendeva che l’amica fosse pronta. Sentendola uscire dal bagno, tornò in casa.
L’appartamento di Angela Montenegro era disordinato all’inverosimile, disseminato da tele bianche e quadri. Una fitta polvere, probabilmente prodotta dalle tinte varie, aleggiava tutt’intorno.
“Scusa per l’attesa, mi farò perdonare pagando il pranzo.”
“Non dire sciocchezze”, rispose con affetto l’antropologa.
“Spaventata?”, domandò l’altra, afferrando la borsetta finita chissà come sotto il lavandino.
“No... anzi, sono ansiosa di conoscere il verdetto.”
Al sospiro che l’amica le diede in risposta, chiese: “Angela, che c’è?”.
“Piccola, siamo donne. Hai nausee, giramenti di testa, umore altalenante e acidità di stomaco. Non ci vuole un premio Nobel per capire... ”.
“È fuori discussione. Magari ho un cancro!”. Lo disse come se stesse parlando di un’allergia al polline.
La Montenegro sgranò i grandi occhi scuri: “Non dirlo nemmeno per scherzo!”.
Erano già per strada. Una folata di vento colpì le gambe di Brennan.
“Prendiamo un taxi?”, chiese Angela.
“Ho la macchina”, rispose Brennan.
“Ma te la senti?”.
“Mai stata meglio”, mentì cliccando il pulsante del telecomando.
Una volta in clinica, entrambe cominciarono a dare segni di nervosismo.
“Dovresti dirlo a Booth.”
“Perché? Non ha già abbastanza problemi?”
“Ma se sei incinta... ”
“No, non lo sono”, si affrettò a negare con veemenza.
“Hai fatto il test?”.
“Non ce n’è bisogno”.
Un’infermiera di colore le raggiunse. Aveva il camice macchiato di tintura di iodio e si portava dietro lo sgradevole odore del pronto soccorso.
“La signorina Brennan?”.
“Sì, sono io”.
“Il Dottor Wolker la sta aspettando. Box undici, sempre dritto sulla destra.”
La stanza del medico era asettica.
A parte alcuni quadri che rappresentavano iconografie di organi non c’era molto di interessante.
“Le analisi non sono ancora pronte”, informò, invitando le due donne a sedersi.
In quel momento bussarono alla porta.
Un’altra infermiera, rossiccia e leggermente più anziana dell’altra, porse delle cartelle al medico.
Il dottor Wolker aveva ormai abbondantemente superato i sessant’anni. Aveva pochi capelli che teneva rasati. I baffi e la barba curata lo facevano assomigliare ad un babbo natale moderno.
“Vogliamo scommettere che qui ci sono pure le sue Beta-Hcg?”
“Perché proprio le Beta-Hcg, non capisco!”, farfugliò la scienziata in difficoltà.
Angela, non avendo idea di cosa fosse quella sigla, si limitò a scrutare con aria interrogativa prima l’amica, poi il medico.
“Data l’età e il genere di malesseri che accusa è ovvio escludere una gravidanza in atto.”
“Non... va bene”, si arrese. Accartocciò nervosamente il fazzoletto che teneva in mano.
Ma perché rassegnarsi a quell’evenienza, per forza di cose? Magari era cancro.
Il dottor Wolker scrutò accigliandosi i nomi e i numeri diligentemente messi in riga. Sorrise bonariamente.
“Niente di cui non ci occupiamo in questa struttura” concluse.
Con un dito indicò il valore più eclatante della lista.
“È quello che penso?”, chiese Angela, piena di trepidazione.
Intanto la lingua di Temperance era paralizzata, incollata al palato.
Osservò l’uomo oltre la scrivania.
“Ragazze io sono solo un internista, il medico che fa per voi è il dottor Holden, è lui il ginecologo”.

Una volta fuori dallo studio del dottor Wolker, Angela spronò l’amica a parlare.
“Ti prego Temperance, dimmi qualcosa.”
“Io... io... non ci posso credere.”
“Ma non è un dramma! Aspetti un bambino! Potrebbe essere qualcosa di meraviglioso nella tua vita. Un segno del destino! Ora che Booth è…”
“Non dire sciocchezze! Booth deve stare fuori da tutto questo!”
“Stai scherzando?!”.
“Non lo deve sapere. Ne farebbe una questione colossale.”
“Ma è il vostro bambino!”.
“Non c’è nessun bambino.”
“Tesoro... ”.
“Andiamo da questo ginecologo”. Così dicendo, iniziò a correre in direzione del reparto di ginecologia e ostetricia.
“Ok... ma calmati ora”. Angela cercò di farla tornare in sé.
Da quando gli ormoni impazzavano nel corpo dell’amica, non la riconosceva più.
Non c’erano più dubbi. Logico che fosse incinta.
Temperance non si lasciava abbattere tanto facilmente. Non aveva la lacrima facile. Non si faceva prendere dalle emozioni.
Qualcosa la stava cambiando nel profondo e quel 'qualcosa' cresceva dentro lei.


Il dottor Holden accettò di visitare Temperance nonostante non avesse preso un appuntamento. Decisamente più giovane e attraente del dottor Wolker, sorrise gentilmente alle due donne, ancora scosse dalla notizia appena appresa e le invitò a sedersi.
Brennan porse le analisi sperando, nonostante fosse una speranza assurda, che ci fosse una ragione diversa per la quale le sue Beta-Hcg fossero così alte!
“C’è una gravidanza in atto.”
“Ne è sicuro?”, si affrettò a chiedere lei.
“Lo confermerà la visita. Emozionate?”
“Da morire!”, rispose Angela sorridendo.
“Sarà da molto che aspettate questo bambino”.
Le due donne si guardarono incredule.
“So come vanno queste cose: trafile burocratiche, bombe ormonali, inseminazione.”
“Aspetti... io e Angela non siamo una coppia.”
“Già. Io sono bisessuale e anche il padre di questo bambino lo è, ma noi due non stiamo insieme”, spiegò Angela, gesticolando come se parlasse ad un sordo.
“Smettila Angela. A lui non servono tutti questi dettagli.”, disse brusca Brennan.
L’espressione del dottore era a metà tra il sorpreso e l’interessato.
“Niente affatto... io adoro i dettagli. Questo è uno dei casi più interessanti che mi siano capitati da quanto esercito.”
“Non si faccia un’idea affrettata della situazione. Non siamo una specie di comunità hippy dedita all’omosessualità e alle orge”, precisò Angela.
“Infatti”, ribadì Temperance. “Questo non vuol dire che io non sia legata a lei”. Si voltò, sorridendo all’amica con affetto.
“Dolcezza...”, rispose Angela, grata.
Si guardarono con amore stringendosi la mano.
Il momento di grande sorellanza si interruppe appena si resero conto di come il medico che le stesse osservando deliziato.
“Ma insomma, lei è un ginecologo o una specie di guardone?”, sbottò Temperance.
“Bren!”, la redarguì l’amica.
“Non si preoccupi”, la tranquillizzò il medico. “Sono abituato all’ormone altalenante delle gravide. Se mi dovessi offendere tutte le volte che mi fanno un appunto dovrei litigare tutti i giorni.”
“Pensa che mi visiterà, prima o poi?”, incalzò Brennan.
“Certo!”, sorrise il ginecologo, e la fece sdraiare nell’apposito lettino.
“Io esco, non mi sembra giusto... ”, disse Angela, titubante.
“Aspetta...” la paziente la richiamò la sua accompagnatrice. “Non mi lascerai sola con questa specie di maniaco!”, sussurrò.
“Ma è un medico....! E tutti gli uomini perdono la testa di fronte a due donne gay sexy. Vedrai, ora che si è calmato farà il suo dovere”.
“Stammi vicina, ti prego.”
“Resti pure”, la invitò l'uomo, scuotendo divertito la testa. “Non la visiterò. Per avere conferma della gravidanza mi basta fare un ecografia”.
Un macchinario collegato a un piccolo schermo era posto accanto al lettino da visita.
Holden chiese a Brennan di scoprire la pancia.
Prima di appoggiare la sonda sul ventre, vi spalmò un po’ di gel, facendo rabbrividire un po’ Temperance.
“Lo so, è un po’ freddino”, si scusò il medico. “Ma è necessario: gli ultrasuoni utilizzati dalla macchina, pur non attraversando l'aria, superano bene i liquidi, evitando che si interponga aria fra il trasduttore e la parte del corpo che si vuole analizzare”.
“Non serve che me lo dica, sono una scienziata”, rispose piccata lei.
Sorridendo, l’uomo guardò lo schermo. “Già. Una scienziata con un bel feto di dodici settimane”.

lunedì 1 giugno 2009

Ogni singolo respiro capitolo 2



Capitolo 2


Booth era senza parole. Senza voce e senza respiro. La voglia di abbracciare la sua piccola Bones era quasi dolorosa. Ma una voce nel suo cuore gli impedì qualsiasi movimento.
“Allora?”
“No, io... non me la sento.”
“Non sono abbastanza bella per te?” ribatté lei, improvvisamente agitata.
“Certo che sei bella! Sei bellissima, ma io...”
“Sì, bellissima. Ma non vuoi toccarmi. Ecco quanto ti piaccio!”. Gli occhi chiari divennero lucidi. Lui le andò vicino. Con la mano destra le alzò il mento in modo che lo guardasse.
“Sei infinitamente la cosa più bella che io abbia mai visto, Bones. E mi fa stare male il desiderio che ho di farti l’amore. Ma non sarebbe giusto.”
“Perché?”
“Perché in questo momento non sono io. Non sono il Booth che ti ha fatto innamorare. Sono un uomo a pezzi. E se ti prendessi tra le mie braccia, di certo non ti lascerei più andare.”
“Ma è quello che voglio!” lo interruppe.
“Non sarebbe giusto, ripeto. Ti costringerei a doverti occupare di me. A curare queste ferite che mi sono fatto da solo e che voglio guarire da solo.”
“Tu hai sempre voluto proteggermi. Sarei felice di ricambiare.”
“Lo so. E lo farai. Ma fare l’amore stanotte sarebbe un errore.” E un pensiero grave che non tradusse in verbo berciò nella tua testa: tu non meriti di mischiare il tuo meraviglioso corpo con uno che l’ha mischiato con un assassino. Sarebbe mai giunto a patti con quella realtà? Booth non lo sapeva. Ma c’era la terapia che, spesso, si rivelava efficace. Tanto valeva provare, nella speranza di poter tornare un uomo degno di Temperance Brennan.


“Salve Booth, come si sente?”. La voce del Dottor Sweets gli giunse suadente. Nella sua mente e nel suo corpo non vi era alcuna cellula che esprimesse la stessa calma.
Quanto avrebbe voluto la tranquillità del suo psicoterapeuta! Fece spallucce.
“Mi sento in forma, tutto sommato” rispose adagiandosi sulla poltrona.
“Sono certo che fisicamente lo è... ”.
“Che vuoi dire, Sweets? Niente giri di parole, arriviamo al dunque.”
“La terapia alla quale la sottoporrò non servirà soltanto a curare la depressione nella quale è inevitabilmente caduto dopo l’arresto del suo collega.”
“Non sono affatto depresso!” lo interruppe stizzito.
“Allora se la parola depressione la infastidisce, diciamo che è turbato. Turbamento le va bene?”
“Sono turbato. Sono un sacco turbato, già. Sono un agente dell’FBI. Difendo la società dalla feccia. Sì, Sweets, sono decisamente turbato... ” s’interruppe, guardando per pochi secondi il soffitto.
“Dall’aver scoperto di essermi fatto abbindolare da un... dal complice di un assassino!”. Prese dal porta penne una matita. La spaccò in due come se stesse lì per essere fatta a pezzi dai pazienti.
Il giovane psicologo tossì nervoso. Sarebbe stata una bella impresa la sua. Rimettere ordine nell’animo dell’amico che però, in quel momento, aveva bisogno di lui in veste di terapista.
“Booth, ascolti. Non serve che si metta sulla difensiva. Si abbandoni al dolore.”
“Pensi che non lo stia facendo?”
“Da cosa si sente minacciato?”
“Tu che dici?”
“Ok, poniamola così: come sta andando con la dottoressa Brennan?”
“E adesso che c’entra Bones! Hai deciso di farmi arrabbiare davvero?” Il suo sguardo divenne fiammeggiante. Sweets, per niente intimorito dai modi bruschi, accennò un vago sorriso.
“Come le è sembrata di fronte a tutto questo?”
“Che attinenza ha con il mio... problema?”
“Ci arriveremo poi, lei risponda.” Booth ci pensò. Rifletté fissando la parete dinnanzi. Osservò con improvviso interesse le cornici che confermavano la carriera brillante del suo terapista.
Tra di esse c’era anche dell’altro: il fantasma delle sue colpe che lo fissava accusandolo. Bones, piccola mia, ti ho tirato dentro tutto questo schifo mio malgrado, pensò, divenendo all’improvviso malinconico. Il suo interlocutore lesse nella sua mente e si sentì leggermente in colpa.
“Se non se la sente di rispondere... ”
“Sì, me la sento. Bones sta male, vomita di continuo, ha giramenti di testa. E tutto questo è iniziato dopo che... ho scelto di frequentare Emmerich con costanza.”
“Dunque si accusa del suo malessere.”
“Se due più due fa ancora quattro.”
“Non sono un po’ troppi questi fardelli?”
“Decisamente troppi. Ma da una vita ho capito che scaricare le proprie colpe sugli altri non porta da nessuna parte.”
“Molto nobile da parte sua, anche perché magari un altro al suo posto avrebbe dato la colpa a... ”
“Non tiriamolo in ballo!”, gridò, mettendo subito a tacere l’argomento più spinoso di tutti. Non lo faceva per un senso di protezione nei riguardi dell’ex collega carcerato. Ma non si sentiva in grado di trattare la questione, fosse anche con qualcuno fidato come Sweets. Un giorno, forse, si sarebbe sentito a suo agio a parlare di quell’argomento, in quel momento preferiva il silenzio e la riflessione.
“Ma prendersi la responsabilità di tutto... di Brennan, della questione mostro della centrifuga... finirà per schiacciarla. Se già non lo sta facendo.”
“Lo so.”
“Crede di meritarselo?”
“Che ne dici? Me lo merito?”. Booth fece un’espressione a metà strada tra il sarcastico e l’abbattuto. Giacché era il responsabile numero uno di tutto quel disastro, tanto valeva affrontarlo... oppure il terapeuta voleva far intendere che se ne sarebbe dovuto lavare le mani?
“Sweets, l’unico motivo per cui ho accettato la terapia è perché non voglio farmi cacciare dall’FBI ma, soprattutto, perché voglio aiutare Bones.”
“Allora se vuole aiutarla, deve fidarsi di me.”
“Mi fido di te.”
“Non è questo l’atteggiamento giusto.”
“E quale sarebbe quello giusto?”
“Non impedire al tuo inconscio di recepire il mio di aiuto.” Aggiunse con un tono meno formale:
“Non impedire al tuo cuore di ritrovare il sentiero della verità.”
“Cosa ti fa pensare che lo stia impedendo? Voglio anch’io la verità. O davvero pensi che mi sia rassegnato all’idea di aver... di essermi affezionato ad un assassino?”
Sweets sorrise fiero di sé.
“Sono arrivato almeno a farle ammettere questo. Smetta di pensare a lui come all’assassino, ma come alla persona che l’ha fatta innamorare.”
“Sembra molto facile detto così.”
“Non ho detto che sia facile, ma se non accetta questo non arriveremo mai a parlare del vero disagio che si annida in lei.”
“Sarebbe?”
“È palese. Il suo problema principale non è l’essersi fatto abbindolare da un probabile criminale. Ma è l’identità del criminale stesso.”
“Non capisco... ”
“Non è mai riuscito a perdonarsi il fatto di essersi innamorato di un uomo” sentenziò.
Il silenzio che ne seguì rumoreggiò più forte di una folla inferocita.


Una volta fuori dallo studio, Booth ne convenne. Era successo tutto così velocemente! La vacanza a Culpeper gli era sembrata una buona idea. Ian era reduce da un periodo di stress senza precedenti. Era stato rapito e in seguito violentato da colleghi e giornalisti. Si sarebbe preso cura dell’amico per qualche giorno. Che c’era di strano? Era innato, in lui, il desiderio di proteggere le persone a cui teneva. Da Jared a Rebecca, da Parker a, ovviamente, Bones. Che c’era di male se estendeva il suo affetto al caro amico-collega? Per quanto fosse stato a lungo riluttante ad ammettere l’attrazione per lui era oramai palese ciò che provava. Era tangibile.
E proprio nel momento in cui si era lasciato andare, con grande fiducia, permettendogli di dividere lo stesso tetto con lui e suo figlio, ecco la stangata! Aveva familiarizzato con l’omosessualità da una manciata di minuti e subito l’angelo della giustizia era arrivato a punirlo! A riscuotere il prezzo delle sue colpe. Per mano della passione, era riuscito a mettere da parte tutti i retaggi culturali che lo tenevano lontano da simili azioni. Ma nel momento in cui l’oggetto della passione stessa era venuto meno, scortato dalla squadra d’assalto verso la volante della polizia, tutta la colpa per essere sceso a compromessi con il demonio tornava ad assalirlo.
Sweets aveva ragione. Solo venendo a capo del suo amore sbagliato, magari accettandolo per quello che era, avrebbe affrontato il vero problema: la colpevolezza di Emmerich.

martedì 26 maggio 2009

Ogni singolo respiro. Prologo e capitolo 1


AUTORE: giusy
GENERE: Noir, B&B, comedy, slash, romance, NC17
TIMELINE: conseguente a "Io con un uomo, mai" cioè dopo l'arresto di Emmerich
WARNING: PG/13 sempre e alcune volte NC 17 ma sarà specificato. Slash quando occorre.
SPOLIER: Nessuno
PAIRING: B&B e I&B e non solo.
DISCLAIMER: Questo è un sequel de "Io con un uomo, mai". Alcuni personaggi sono di Bones altri di mia invenzione.
Il Crossover con "Criminal Minds" s'intende la partecipazione di uno dei personaggi principali della serie senza approfondimenti particolari alla serie stessa.



Prologo

Ogni
singolo
respiro
da qui alla fine di tutti i miei respiri.
Io ti proteggerò da ogni male.
Per sempre se lo vorrai...


Così le aveva confessato Booth pochi prima che l’infermiera la andasse a chiamare per condurla in sala operatoria. Era stato tutto piuttosto eclatante e malinconico. Gli si era lanciato addosso, in ginocchio. Le persone presenti nella struttura si erano girate verso di loro per capire cosa stesse succedendo. Qualcuno si domandò se si trattasse di una candid camera o qualcosa del genere.
Temperance aveva inciso quella parole nella sua mente e nel suo cuore.
Era passato un mese oramai dalla cattura del killer e del suo complice. L’assassino della centrifuga e Ian Emmerich erano reclusi in un carcere federale di massima sicurezza. Questo avrebbe dovuto contribuire a far stare tutti meglio.
Perché allora continuo a sentirmi uno schifo? Rifletté, girando nervosamente il cucchiaio nella minestra.
Aveva anche la febbre. Il seno le faceva un male cane. E da tre giorni non aveva notizie di Booth.
Ufficialmente era partito. Non si sa di preciso dove, avevano fatto sapere quelli dell’FBI. A lei aveva lasciato un malinconico biglietto.
Cercami solo se strettamente necessario.
Vi amo.

Amore, certo. Amava anche lui o lei, o quello che era o, meglio, che sarebbe stato. Quella creatura indesiderata. Il mostro, il cancro, come l’aveva definito più volte tra i fastidi, le nausee, e tutto il resto.
Sbuffò. La minestra finì dentro il cestino della spazzatura.
Considerò se fosse il caso di provare a scrivere, o finire, come sempre, tra le lenzuola a schiacciare un pisolino.
Da quando era incinta Temperance Brennan non faceva altro che dormire.
E sognare.
A volte incubi. Altre, sogni indicibilmente belli. Ma quando si svegliava, spesso in un cuscino bagnato di sudore, il ricordo di quello che stava passando il suo amico, amante, collega, giungeva a schiacciarla.
Se almeno avesse creduto nella terapia psicologica forse... ma non si illudeva. Booth era spacciato. Come lei, come il figlio che portava in grembo. Come Ian Emmerich.
Si sdraiò nel suo letto. Abbassò le tapparelle con il pulsante posto accanto al comodino.
Ben presto arrivò il sonno e, con esso, gli incubi.








Capitolo uno


Poco meno di un mese prima.


“Come ti senti, chèrie...?”
“Come vuoi che mi senta!”.
Il procuratore Caroline Julian era realmente preoccupata per lui. Una delle poche persone che avrebbe voluto con tutto il cuore aiutarlo. Ma l’umore dell’agente Seeley Booth non era dei migliori, come sempre, da qualche tempo a quella parte. E questo non gli consentiva di ricevere l’appoggio di qualcuno.
Appena tornato a Washington aveva provato a tenere duro. Ian Emmerich, l’uomo con il quale aveva trascorso una notte d’amore, era accusato di complicità con il killer della centrifuga. L’assassino di cui si occupavano entrambi da mesi.
Aveva cercato riparo tra le braccia di suo figlio. Ascoltando le parole di autentica ingenuità che provavano a difendere l’indifendibile.
Non può essere lui quello che fa male alle mamme, lui è buono papà. Ora vai dai poliziotti e digli di lascarlo andare,
aveva detto con la dolcezza disarmante dei suoi sette anni.
Ci sono prove che dicono il contrario. Ian non è buono, è cattivo. Almeno finché qualcuno non dimostra il contrario, rispose.
Lui stesso non ne era convinto affatto. Anche se in cuor suo sperava, contro ogni ragionevole speranza, che tutto l’impianto accusatorio nei confronti del profiler si sarebbe sgonfiato come un palloncino pieno d’aria.
Il ritorno alla normalità fu la tragedia peggiore. Booth non voleva dare spiegazioni. A Rebecca, ai colleghi, ai giornalisti! Da questi ultimi, soprattutto, era disgustato. Si sarebbero buttati su quella storia come gabbiani su sardine. Con la stessa rapacità. E non conoscono la parte più scabrosa... considerò cercando di buttare giù un plum-cake. Doveva farcela a risalire la china, o provarci almeno. Per suo figlio, per la sua carriera, per Bones.
La prima volta che la vide dopo la cattura di Emmerich fu molto toccante. Per loro due ma anche per tutti gli altri. Il Jeffersonian era immerso in un mutismo che rimbombava più di una deflagrazione.
Booth camminò con passo malfermo fino a raggiungerla. Gli occhi grandi di Brennan lo scrutarono senza giudicarlo, senza maltrattarlo, senza denigrarlo, come invece avevano fatto molti altri. Ma accogliendolo come solo due braccia spalancate sanno fare.
“Booth, mi dispiace tanto... ” pronunciò con la voce spezzata dall’emozione.
“Bones” si limitò a pronunciare lui mentre si arrendeva all’abbraccio.
Angela, poco distante dalla scena, si asciugò gli occhi. Intorno alla coppia ritrovata si formò un cordone umano fatto di indulgenza, sgomento, rabbia, pena.
Sarebbe passato in qualche maniera... Tutto quel dolore prima o poi sarebbe scomparso.
Per Brenann il problema non era solo vedere il suo amore soffrire come un cucciolo dietro le sbarre di un canile. Se fosse stata bene avrebbe, forte del suo temperamento, fatto di tutto affinché quel momento terribile passasse senza lasciar troppe tracce dietro di sé. Ma come faceva ad aiutarlo se non si teneva in piedi?
Devo prendere provvedimenti, decise. La sua salute non poteva continuare a vacillare. Mentre accarezzava i capelli scuri dell’agente a lei più caro giurò a se stessa che si sarebbe, finalmente, fatta vedere.


Booth, per quanto doloroso, scelse di essere presente durante l’interrogatorio di Ian Emmerich.
Il tempo sembrava essersi rimesso ma verso est alcuni fulmini in lontananza minacciavano di tornare a guastare il cielo sereno.
Una volta dentro gli uffici dell’FBI, il cuore cominciò a galoppare tumultuosamente. L’acquazzone era giunto prima del previsto. Una finestra rimasta aperta per sbagliò lasciò entrare un turbine che spazzò via alcuni fascicoli.
Sentì le gambe molli mentre si avviava verso il vetro. Giunto davanti, restò immobile a guardare un suo collega mentre torchiava l’accusato. Era giusto così, si disse. Il pluriomicida Elliot Kelly lo aveva accusato di complicità. Il DNA di una donna ridotta in poltiglia era stata rinvenuta nella sua divisa ospedaliera. E, quello che era più mostruoso, ad agevolare gli omicidi era stato un agente speciale dell’FBI, qualcuno che avrebbe dovuto proteggere la società dalla feccia.
Emmerich non ammise le sue colpe, sembrava confuso e tanto, tanto stanco. I suoi carcerieri dovevano esserci andati giù pesanti, considerò Booth, sentendosi sempre più smarrito. Il volto era costellato da ecchimosi recenti. Serrò le mani a pugni cercando di non pensare alla gioia che l’uomo oltre lo specchio gli aveva procurato solo una manciata di ore prima. Faceva male, troppo male.
“Se non ce la fai perché ti torturi così?”. La voce di Bones giunse direttamente al suo cuore, malinconica e intrisa da un dolore dal quale difficilmente entrambi si sarebbero liberati.
“Pensavo fossi a casa”.
“Anch’io se è per questo”. Si guardarono a lungo. E quando le parole non furono più sufficienti per esprimere ciò che provavano, si strinsero l’uno all’altra.
“Bones, vai via da qui. Cerca di allontanarti da tutto questo schifo”.
“Sei tu che dovresti distanziartene”.
“Non ci riesco”, ammise, sentendosi dannatamente in colpa. Era di nuovo tra due fuochi. Da una parte l’amica, l’amante e collega. La sua donna ideale. La persona con la quale da tempo aveva deciso di invecchiare. Dall’altra... si girò verso il vetro che lo divideva da Ian Emmerich.
Dall’altra c’era colui che gli aveva fatto toccare il cielo e poi l’inferno. E le fiamme degli inferi ardevano ancora nel suo petto.
“Bones, io non sto bene” ammise senza osare guardarla.
“Me ne rendo conto.” Gli accarezzò il volto a pieno palmo: “Per quanto sia riluttante all’idea che la psicanalisi aiuti davvero le persone, ti consiglio di andare da un terapista.”
“Sì, penso che tu abbia ragione.”
“E ho deciso di vedere un dottore anch’io, proprio stamani mi sono recata a fare delle analisi.”
“Buon Dio, ti sei decisa finalmente”. Tornò ad abbracciarla. Sussurrò ad un soffio dall’orecchio parole di conforto:“Ne possiamo uscire, Bones, entrambi. Se siamo uniti possiamo farcela.”
“Vieni via con me, ora”. Accettò.
Booth l’accompagnò a casa. Una volta dentro si sentirono entrambi più protetti. Potevano fingere che esistesse solo quel luogo? Un microcosmo dove lasciare fuori tutti i drammi della loro esistenza. Un’isola felice. Per qualche attimo, Booth s’illuse che fosse davvero così. Che al mondo non ci fossero che loro.
Temperance uscì dal bagno con indosso una vestaglia color ciliegia con dei fiori stampati stile giapponese, vagamente retrò. Il pallore del suo volto confermava quanto lo stato della sua salute fosse instabile.
“Non hai mangiato niente”. Le ricordò, premuroso, accarezzandole un braccio con affetto.
“Se è per questo, nemmeno tu”. Nessuno di due si era ricordato che esisteva un rito chiamato cena. Fortunatamente, la domestica di Brennan aveva fatto scorta di preparati per pasta e insalate variopinte.
“Rilassati, ci penso io!”, le propose Booth, rendendosi subito operoso.
“Non devi cucinare per me”.
“Certo che devo”. E così fu. Una volta concluso il pasto si sentirono entrambi un pochino meglio, fosse altro per il Chianti rosso d’annata che circolava in corpo.
“Non devi per forza restare qui”, le disse la donna, toccandosi la gola come soleva fare ogni volta che accusava un nuovo attacco di acidità.
“Mi stai cacciando via?”.
“No di certo”. Non voleva affatto che lui se ne andasse... anzi. Più lo guardava e più aveva voglia di farlo restare. Magari nel mio letto. E di certo non per dormire! Capì che quegli istinti non erano razionali. Il desiderio stesso era sbagliato. Proveniva da una Temperance che non conosceva. O, meglio, che aveva conosciuto di recente. Ma sarebbe stato un errore, un grave errore, si ricordò.
Booth aveva passato l'inferno. Soffriva visibilmente per quanto successo a Ian. Di certo non morirà dalla voglia di fare sesso con una malaticcia e mezza brilla!, considerò, sentendosi all’improvviso insicura. E poi sorsero i dubbi di quell’altro genere. Quelli che la vedevano di nuovo rivale di un uomo. E se non l’avesse più voluta? Se il fatto di aver oltrepassato la barricata avesse per sempre diviso le loro strade? C’era un solo modo per saperlo... ma non era certa di volerlo sapere...
Sorseggiò un goccetto di vino per poi sbottare senza preavviso e chiedere: “Vuoi fare l’amore?”.
Booth per poco non cadde dalla sedia. La salivazione si azzerò completamente. E, malgrado tutto, l’eccitazione lo travolse.
“Certo... ma... ”.
“Ma?”.
“Sei sicura?”.
“Dovrei farla io questa domanda, Booth!”.
“Perché?”.
“Perché magari ora sei gay, solo gay”.
“No, Bones, in questo momento sono mille, anzi un milione di cose. Ma non gay. E se ci fossero dubbi in proposito sappi che ti trovo dannatamente attraente” sospirò, “Dio lo sa se ho voglia di fare l’amore con te”.
“Ma non te la senti di tradire Ian, giusto?”.
“Tradire Ian?”. Booth divenne paonazzo. “Secondo l’accusa se ne andava ad adescare povere madri di famiglia alle mie spalle e io tradisco lui?”.
“Ok, allora si può fare.” Senza preavviso si alzò dalla sedia piuttosto barcollante e lasciò scivolare la vestaglia che svelò il bel corpo nudo. Booth restò a bocca aperta.

domenica 10 maggio 2009

Il sequel di "Io con un uomo mai"

Se il disco rigido del mio pc non se l'è portato con se nella tomba, ci sarà. Grazie ad ersien per la grafica fantastica!

sabato 9 maggio 2009

giovedì 23 aprile 2009

Io con un uomo mai l'epilogo


Epilogo


Per trascorrere quei due giorni e mezzo di vacanza con suo figlio, Booth aveva scelto Culpeper, una tranquilla località di montagna vicina al lago Pelham.
La giornata era magnifica.
Intorno a loro una combinazione di boschi innevati e spazi aperti si aprivano in pendenza lungo le sponde.
Emmerich pensò che quel luogo aveva un fascino che la gente abituata alla città non sapeva più godersi. Considerò di condividere il pensiero con l’amico intento a capire cosa avesse il suo cellulare che non andava
“Non si accede più, non da segno di vita.”
“Quando torniamo a casa te ne compro uno nuovo. Quel modello è obsoleto.”
“Non mi importa, io e la tecnologia non siamo compatibili e questo mi piaceva. Semplice è la caratteristica primaria che deve avere il mio telefonino ideale” Ian sorrise dando una pacca sulla spalla.
Un uomo sulla cinquantina vestito da ranger indicò ai villeggianti dove accostare.
Una volta scesi dalla macchina Parker cominciò a darsi da fare con la neve che circondava lo Chalet a loro destinato.
Prese via una battaglia a palle di neve in piena regola. Quando furono tutti e tre stanchi ed affamati cercarono il ristorante.
La giornata trascorse allegramente protraendosi fino alla sera.
Booth e suo figlio accesero il fuoco mentre Ian cercava di capire cosa non andasse nel telefono dell’amico.
“Posso restare sveglio fino a tardi, papà?” chiese il ragazzino seduto di fronte al camino.
Sebbene ciondolasse la testa da una parte all’altra e sbadigliasse a più riprese, il bambino, sovraeccitato non voleva saperne di andare a letto.
“Parker, domani sarà una giornata piena. Pescheremo, faremo delle lunghe passeggiate tra i boschi, pensi di farcela ad affrontare tutto questo se non dormi a sufficienza?” il bambino cercò un suggerimento nello sguardo dell’amico di papà. Fino a quel momento lo aveva viziato prendendo sempre le sue parti. Questa volta spalleggiò l’adulto.
“Tuo padre ha ragione campione, fossi in te mi metterei subito in posizione orizzontale.”
Malgrado non fosse del tutto convinto, enunciò “Ok” e si avviò nella sua stanza.
Il mattino seguente Booth si svegliò più tardi del solito.
Allungò la mano alla ricerca del compagno e, non trovandolo, si mise a sedere.
Si stropicciò gli occhi. Le persiane erano aperte.
Un vivace sole penetrava dandogli il buon giorno. Si stirò. Cercò i suoi vestiti con lo sguardo. Una volta sceso si guardò intorno. Costatò che la porta della stanza di Parker era aperta. Probabilmente sono andati a fare colazione senza di me. Ho dormito troppo. Meditò mentre si infilava una felpa verde scuro che lo faceva assomigliare ad un boscaiolo .
Uscì dal cottage e subito si ritrovò con i piedi infilati in un metro di neve.
“Cavolo deve aver nevicato tutta la notte” disse ad alta voce. Si recò nel bar-ristorante dove si aspettava di trovare figlio e collega. Non li trovò, in compenso scorse l’auto delle sceriffo. Gli venne in contro con fare piuttosto agitato.
“Mi scusi, è lei l’agente speciale Seeley Booth, giusto?”
“Sì, sono io, perché?”
“Credo che al suo dipartimento la stiano cercando con urgenza.”
“Cosa?” sbuffò. Dannato telefono! E ora non aveva nemmeno quello di Ian a disposizione perché, quella mattina, lui e suo figlio sembravano essersi volatilizzati.
“Mi scusi sceriffo, posso chiederle di usare il suo apparecchio? Il mio purtroppo ha dei problemi.”
“Certamente, mi segua nel mio ufficio,” a mo di ripensamento, l’uomo si voltò e offrì il proprio. “Prego.”
“Molto gentile.”
“Si figuri, non capita tutti i giorni di avere tra noi un agente dell’FBI” rispose. Era sinceramente impressionato.
Booth fu sul punto di chiamare il suo ufficio ma, come attratto da una forza misteriosa, chiamò Bones.
Se c’era qualcosa che riguardava il killer della centrifuga lei ne sarebbe stata al corrente, e poi aveva voglia di sentirla.
“Bones, come stai?”
“Booth sei tu? Finalmente!”
“Ho problemi con il cellulare. Scusami.”
“Mio Dio... ma... ma... sei ancora fuori? Dov’è Emmerich?”
“In questo momento? Beh in questo momento non lo so, perché? Cosa è successo?”
“Ti prego Booth, dimmi che Parker è vicino a te, ti prego, dimmelo!”
“Ma che sta succedendo? Bones, dimmi che cosa sta succedendo!”.


La voce di Bones si ridusse ad un sussurro. “Booth ti prego, rispondi: Parker è con te?”
“Non capisco perché è così importante?”
Nonostante fosse ancora perfettamente tranquillo e razionale, cominciò a guardarsi intorno sperando di scorgere Parker o Ian.
“Io... ” la voce della donna s’incrinò, fu Hotgins a prendere in mano il telefono.
“Booth forse è meglio che ti metta seduto... ”
“Cosa è successo dannazione, insomma volete spiegarmi cosa c’è che non va?” il suo tono si era fatto ragionevolmente stizzito.
“È stata rinvenuta la divisa ospedaliera di Emmerich.”
“E allora?”
“E allora c’era il DNA di Ellen Hunter; l’ultima vittima.”
“Il DNA della donna uccisa mentre Ian era in mano al killer?”
“Booth, ancora non hai capito?”
“Cosa?” i modi dell’agente erano finalmente agitati. Decisamente agitati.
Lo sceriffo provò con qualche gesto a calmarlo. A peggiorare la situazione, la linea cadde improvvisamente.
“Che diavolo ha questo telefono?” gridò fuori di sé.
“Mi dispiace ma non siamo in città, non ci sono abbastanza ripetitori. In questa stagione poi è rischioso, una piccola frana e salta tutto. Se mi segue nel mio ufficio parlerà direttamente con il telefono della centrale.”
“Ma non posso allontanarmi, se mio figlio e il mio amico mi cercano... ” non fece in tempo a finire la frase che furono interrotti dal Nokia Tune dello sceriffo.
“Pronto.”
“Booth, sono io, stai calmo” era Bones. “Ci sono sospetti, fondati che Emmerich sia il complice del killer. Che abbia ucciso quella donna, probabilmente ha fatto in modo che morissero anche le altre.”
“Ma di che state complottando? Questa è una grandissima scemenza!”
“Mi dispiace” la voce della donna tremò, sembrava stesse sul punto di piangere, o stesse già piangendo, “lo so che in questo momento ti sembrerà di vivere in un incubo ma abbiamo ricostruito i fatti e tutto coincide. Kally ed Emmerich si conoscono da tanto tempo. È stato era nello staff durante il periodo in cui è stato collaboratore di Richard Bandler. E di nuovo in Europa... ”
“È stato arrestato?”
“Sì, stava cercando di uscire dal paese.” Certo se non avesse passato due giorni e mezzo a casa di Emmerich con il telefono in coma magari lo avrebbe saputo. Magari avessero avuto un televisore...
“Sei ancora in linea Booth?” sentì solo un suo sospiro e proseguì: “avevo già dubbi sul suo passato, soprattutto su quello che combinava in quello pseudo gruppo di adepti. E Kelly ha confermato tutto.”
“Ha tirato dentro Ian?”
“Sì. Emmerich è il suo complice. Booth ti abbiamo cercato per ore, siamo riusciti a sapere dov’eri solo grazie a Rebecca.”
Di nuovo la comunicazione cadde. Il labbro inferiore di Booth tremò.
Allora era quella la verità?
Si era innamorato di un assassino?
Aveva passato la notte tra le braccia di un sociopatico assetato di sangue? O, nella migliore delle ipotesi: del complice di uno spietato serial killer? Se quella era la realtà con la quale avrebbe dovuto imparare a convivere nel suo futuro, tanto valeva affogare direttamente nel lago, no?
Ma era un problema assolutamente secondario in confronto a quello di scoprire dove fosse suo figlio e, soprattutto, se stesse ancora bene.
Nel giro di pochi minuti nel piccolo villaggio si scatenò l’inferno.
Decide di uomini in divisa e non, si addentrarono tra i boschi alla ricerca dell’uomo e del bambino.


Cattivo.


Finalmente lo vide, probabilmente non fu lui il primo.
In mezzo ad una barca quasi al centro del lago, Emmerich e Parker guardarono la folla vociante che si era addossata vicino alla riva.
“Guarda zio, c’è papà laggiù.”
“Dove?”
“Là, in mezzo a tutta quella gente” il bambino indicò con il suo dito indice. Ian strizzò le palpebre infastidito dal riverbero che la luce del fulgido sole creava scontrandosi con il chiarore delle acque.
“Già e non è nemmeno solo” replicò.
Cattivo
Cattivo
Cattivo

Ian Emmerich non è buono è cattivo.
Booth era straziato: non riusciva a credere a quello che stava vivendo.
Ian è un assassino, una persona spregevole, e io mi sono lasciato manipolare fino al punto da mettergli in mano la vita di mio figlio.
Lo vide salutare con la mano come se niente fosse.
Tipico di Emmerich, pensò. E, come in un miraggio, rivide ogni cosa.
La prima volta che gli erano stati presentati non ci aveva badato. Non era solo, c’erano altri due Profiler. Tra loro una donna, pure carina. Poi gli altri risultarono superflui, sembrava proprio che questo qui ci sapesse fare. E le donne morte erano ancora tre. Soltanto tre.
Quando ha iniziato, allora? Già da prima o solo quando è stato parte delle indagini?
Il giorno dopo lo aveva incrociato di fronte al corridoio. Indossava un giubbotto do pelle e una bandana attorno al collo. Sembrava si sentisse a un raduno di motociclisti.
Lo salutò come se fossero vecchi amici.


Cattivo


E pensare che si era sentito attratto da lui in un momento totalmente inopportuno. Il capitano Osbron (il capitano Osbron?!) li aveva fatti richiamare per una scempiaggine. Dovevano tornare ad interrogare i famigliari della quinta vittima perché il documento nel quale erano state riportate le testimonianze era sparito. Emmerich aveva sbuffato soffocando un’imprecazione. Aveva detto ‘fottiti’ a denti stretti. Il burbero aveva sentito eccome.
“Alla prossima insubordinazione te ne torni in Virginia” aveva minacciato. Osbron non aveva dei modi simpatici ed erano in molti ad aver desiderato almeno una volta di mandarlo a quel paese. E, incredibilmente, l’ultimo arrivato si era permesso o quasi. Erano usciti dall’ufficio scazzati per il supplemento d’indagine imprevisto ma anche divertiti. Complici.
Booth lo aveva guardato in faccia ancora incredulo.
“Tu... tu sei fuori” gli aveva detto.
“E non sai fino a che punto... ma te ne renderai conto quando staremo insieme, stallone” gli aveva risposto.
E così era stato!


Cattivo


Anche quando non gli era sembrato affatto cattivo. Anche dopo il primo bacio. Anche dopo quella notte, soprattutto dopo quella. Anche...
Tornò in sé.
Possibile che fosse proprio lui il complice dell’assassino?
Nel suo mestiere di cose assurde ne succedevano. Aveva conosciuto politici corrotti, agenti dell’FBI corrotti, ma mai e poi mai avrebbe creduto possibile che un essere del genere potesse insinuarsi tra loro.
Una serpe in seno capace di mettere a soqquadro non solo le indagini ma, soprattutto, la sua anche intera esistenza.


La barchetta si accostò lentamente. Più si avvicinava alla riva e più il volto sbigottito di Ian si profilava sotto lo sguardo freddo di Booth.
“Ma che succede?” disse mentre scendeva dalla piccola imbarcazione. Gli assaltatori, armati fino al collo con tanto di giubbotto antiproiettile, lo bloccarono.
Booth abbracciò suo figlio.
“Ma papà cosa sta succedendo? Perché quegli uomini in divisa portano zio Ian?”
“Non... non è zio Ian. Lui è cattivo... è molto cattivo.”
“No, non è vero. Voleva solo portarmi a vedere il pesce gatto, me lo aveva promesso.”
“Lo so piccolo mio, ci andremo insieme... in un giorno migliore di questo.”
“Papà, perché stai piangendo?”
“Niente Parker, è solo che a papà fa tanto male la testa” si giustificò asciugandosi le guancie. Il bambino iniziò a piangere a sua volta.
“È colpa mia! Non avrei dovuto chiedere a Ian di accompagnarmi!” protestò.
“Assolutamente no lo è” e glielo disse guardandolo negli occhi. “Non lo è” ribadì.
Strinse suo figlio più che poté sperando che la gratitudine a Dio per lo scampato pericolo riuscisse a supplire almeno un pochino l’enorme dolore per quello che stava succedendo.
Ian era cattivo sì, sicuramente era cattivo. Era colpevole? Lo era, fino a prova contraria.
Ciononostante non riusciva ancora a volergli male.
Come riuscire ad odiare qualcuno di cui si conservava ancora l’odore?





FINE