mercoledì 25 febbraio 2009

Io con un uomo mai capitolo 7



Capitolo 7


Booth avrebbe voluto leggere del risentimento nel volto di Ian. Un piccolo, minuscolo, risentimento. Una leggera gelosia. Un sussulto. Niente, Ian Emmerich aveva superato lui e Bones con la stessa indifferenza con la quale sarebbe passato accanto a due perfetti estranei.
Temperance non si accorse di lui. Ma percepì il disagio di Booth.
“Che c’è?”
“Scusami Bones”
“Non importa” impallidì. Si era già pentito? Senza dargli il tempo di proporle un passaggio, entrò nel primo taxi che trovò libero. Si sentiva così scema e fu certa di essere finita dentro un tunnel nel quale non riusciva a vedere la fine. Booth l’aveva baciata, di nuovo ma era come se fosse la prima volta. Dal modo in cui l’aveva guardata, a come aveva pronunciato -provo dei sentimenti per te-, aveva capito che Booth era cambiato. Era successo qualcosa, di nuovo. O era di nuovo successo qualcosa. Nonostante il bacio l’avesse gettata nella confusione continuava ad essere in collera con Emmerich, con lui e Emmerich.


Ian Emmerich tornò a casa sbattendo la porta. Il cane dei vicini abbaiò. Accese la luce, prese una birra dal frigorifero e se la tracannò all’istante. Aveva gli occhi rossi e, chiunque lo avesse visto in quel momento avrebbe pensato che aveva pianto. Ma i cazzuti Profiler dell’FBI non piangono, non sarebbe normale. Soprattutto non piangono a causa di un collega.
Si doveva essere assopito perché non sentire il telefono. Quando lo prese in mano lesse il nome di Booth. Che doveva dirgli? Mi dispiace ma sto iniziando una storia con Temperance e tante grazie per avermi dato la possibilità di capire che l’amavo? Era quello che faceva più male. Lei aveva vinto. La guerra, non la battaglia. E a lui restava solo il ricordo di un bacio dolcissimo. Di un tappeto sul quale avevano lottato. Di un altro bacio dopo la meravigliosa corsa in moto. Se chiudeva gli occhi Ian Emmerich, poteva ancora sentire le braccia intorno alla sua vita. Una lacrima solcò il bel viso. Non piangono i soldati, non piangono gli uomini duri. Non c’è tempo di innamorarsi. Avrebbe trovato il killer e poi avrebbe portato le sue ossa dalla Brennan, quella sarebbe stata la fine, si disse. Era il suo dono per Booth, per i momenti di felicità che gli aveva donato, forse gli unici di tutta una vita. La suoneria del suo telefono riprese vita. La luce lampeggiava il nome di chi lo aveva ferito. Prima di rispondere tossicchiò per dare alla sua voce l’intonazione giusta. Doveva tornare Ian Emmerich, almeno quello che lasciava vedere agli altri.
“Emmerich”
“I... io”
“Che c’è”
“Vieni da me, dobbiamo parlare” la voce di Booth era perentoria. Ian non poteva rifiutare anche se l’orgoglio gli avrebbe suggerito di chiudere dopo averlo mandato a quel paese. Invece prese il casco e, venti minuti dopo, era sotto casa di sua.
Booth gli aprì la porta con il cuore in fiamme. Ian mostrava l’aria svagata di sempre. Perché aveva letto amore dopo quei baci? Era una svista dovuta a quello che provava. Vedeva ciò che voleva vedere?
“Entra”
“Di cosa dobbiamo parlare?”
“Perché fai così?”
“Non capisco”
“Non farlo di nuovo!” Booth stava perdendo la pazienza. Era sul punto di prendere in mano qualcosa e di romperla ma cercò di trattenersi. E gli occhi tersi dell’amico lo confondevano.
“Non prendermi per i fondelli. Tu hai visto me e Bones baciarci e non hai fatto niente”
“E cosa avrei dovuto fare?”
“Non lo so dimmi tu se quello è il mondo di reagire!”
“Sei arrabbiato per questo? Perché non ho reagito?”
“Sono arrabbiato? Tu mi chiedi se sono arrabbiato? Sono furibondo!” gli venne vicino e puntò il dito contro il suo petto “Tu non puoi entrare nella mia vita, destabilizzarla dal profondo e poi comportarti come se niente fosse!”
“Questa è bella, Booth, davvero, questa è proprio bella! Tu baci la tua cara amichetta e tu sei quello incazzato?”
“A te non frega”
“Ma certo che mi frega! Secondo te sarei qui a sentire le tue ragioni se non mi fregasse?”
“Le mie ragioni?” sibilò Booth.
Ian era interdetto. Non ci stava capendo niente. Booth era o non era innamorato solo ed esclusivamente della dottoressa Brennan? E lui era una divagazione? Tutto giusto, no?
L’agente moro non sapeva che pesci prendere. Prese posto sul divano. Scaricò la tensione afferrando un cuscino. Lo portò alla bocca e strinse un angolo tra i denti.
“Vuoi sapere perché l’ho baciata?”
“Non devi dare spiegazioni a me”
“Lo so, ma tu vuoi sapere perché ho baciato Bones?”
“Onestamente no”
“Cosa? Lo vedi? Vuol dire che non ti interessa”
“Sinceramente, è così. Non mi interessa sapere perché l’hai baciata” tossicchiò sedendosi accanto a lui. “Magari quello che vorrei sapere in verità è perché hai baciato me”
“Finiscila, lo sai benissimo come è andata. Tu... tu... mi hai fatto qualcosa. Lo sapevo che non dovevo fidarmi, tu hai approfittato di me, del fatto che sono un’anima semplice. Un bravo ragazzo e... ”
“La colpa è la tua Booth, mi mandi tutti quei segnali discordanti. Ma stai tranquillo. Ora che ho capito come stanno le cose, esco dalla vostra vita” si alzò.
“Come, come? Hai capito? Come esco? Beh, se hai capito, fammi capire pure a me”
“Non importa. Hai fatto tutto da solo. Nemmeno per un attimo ti sei domandato cosa provo io”
“Ma certo che me lo sono domandato” Booth si accigliò. Non sapeva niente ma di una cosa era certo: non voleva che se ne andasse. “Me lo sono domandato eccome”
“Continua a domandartelo allora” replicò freddamente. Si allontanò da lui. Prese in mano la maniglia che lo conduceva fuori dalla casa. Seeley Booth ci mise la sua sopra. Quel contatto come sempre lo turbò.
“Resta... ti prego” Ian non poteva credere alle sue orecchie. Booth lo stava pregando? Di restare?
“Ok” rispose e la maschera scivolò via.
Scivolarono l’uno nelle braccia dell’altro. In piedi vacillarono e poi furono di nuovo sul tappeto. Cadendo Booth avvertì una fitta alla schiena. Ma i baci di Emmerich lo stavano ubriacando a tal punto che non vi badò.
“Allora dimmelo” pronunciò quando fu in grado di parlare.
“Cosa... ”
“Quello che provi per me Ian, dimmelo”
“Non ti è chiaro, brutto testone?”
“Forse ora, forse ora che ti lasci guardare davvero. Forse ora è chiaro”
“Sì è così hai indovinato. Ti amo”
“Perfetto” Booth si liberò del peso di Emmerich con una spinta. L’altro rotolò fino all’altro lato del tappeto.
“Tu non hai fame, stallone?”
“Come fai a... ok” sorrise. Ian Emmerich non si smentiva mai.
“Ordiniamo cinese?”
“Il cinese non mi sazia mai”
“Ne ordiniamo in quantità industriali”.
Il ristorante cinese quella sera sembrava proprio essere irraggiungibile al telefono. Ian controllò quanti contanti avesse prima di uscire di casa. Si sarebbe recato direttamente a lui a procurarsi il cibo.
Attendendo il Profiler, Booth si addormentò. Dormì mezz’ora sdraiato davanti al televisore acceso. Quando si svegliò, scorse due occhi blu che lo fissavano.
“Ian... come... ” Emmerich non gli diede il tempo di finire e rispose cantando:
“Potrei stare sveglio solo per ascoltare il tuo respiro
Ti guardo sorridere mentre stai dormendo
Mentre sei lontano nei tuoi sogni
Posso passare la mia vita in questo dolce abbandono
Posso essere perso in questo momento e per sempre
Ogni momento passato con te è un momento di cui faccio tesoro”*
“Cosa? Io... ”
Booth ancora stordito dalla sorpresa non meno dalla canzone, cercò di tornare razionale.
“Come hai fatto ad entrare?”
“Tu sei il tipo che mette la chiave dentro il vaso di fiori”
“Veramente prima lo mettevo sotto lo zerbino”
“So anche questo”
“Quanto tempo è che sei qui?”
“Un’ po’”
“Perché non mi hai svegliato?”
“Non ce l’ho fatta. Sei una meraviglia mentre dormi”
Booth si stiracchiò. Le sue mani finirono sulle spalle dell’amico. Quel gesto diede a Ian lo stimolo di abbracciarlo. Tra un bacio e l’altro si trasferirono nella stanza da letto, la stessa camera dove solo pochi giorni prima aveva quasi fatto l’amore con Bones. E ora, un ragazzotto biondo, testosterone puro dalla testa ai piedi, sostituiva la bella antropologa. C’era di sicuro qualcosa che non andava.
Goffamente Emmerich planò sulla trapunta senza smettere di guardare l’amico negli occhi. Si tolse gli scarponcini.
“Vieni vicino a me, che aspetti? Dai!” spronò. Booth, in piedi accanto al suo letto, sembrava di sasso. Finalmente si mise di fianco a lui. Subito le mani si trovarono. Ian Emmerich gli baciò il palmo. Voleva dire qualcosa, magari di romantico, ma si sentiva in difficoltà, e non era da lui. Perché una volta che mi serve davvero, non ho la situazione sotto controllo? Si chiese.
Booth, dal canto suo, era turbato da tutte quelle emozioni nuove non meno dalla situazione. Stare con Ian gli faceva un effetto strano. Non era come con una donna. Chiaramente non lo era! Non aveva valutato la possibilità di sentirsi lui come una donna. Voleva essere il soggetto passivo, voleva che lui facesse la prima mossa, che lo guidasse in un certo senso. Si era sempre occupato di tutti lui. Di suo fratello, di sua moglie. Di Bones. Gli piaceva proteggerla. E ora, per la prima volta, voleva essere lui quello protetto. Sarebbe stato facile per lui raccapezzarsi in quella situazione tutta nuova? Improbabile. Come se l’avesse letto nel pensiero, cosa fattibile, dato il suo mestiere, Emmerich lo spinse facendolo finire supino. Booth afferrò saldamente i bicipiti per liberarsi del peso. Ne nacque un piccolo scontro.
“Non sei abbastanza forte per liberarti di me, eh?”
“Smettila di fare il ragazzino, Emmerich”
“E perché? È la sindrome di Peter Pan il mio maggiore fascino!”
“Non avevo dubbi in proposito” dopo quella frase Booth fu stufo di giocare. E si arrese alle labbra dell’amico.
Restarono a sbaciucchiarsi per una buona mezz’ora interrompendosi solo per delle impacciate risatine e qualche battuta
Ian gli accarezzò i capelli, “Lo sai che sei proprio bello?”
“Certo che lo so... ”
“Modesto”
“Lo so perché è tutta la sera che me lo ripeti. Ho finito per crederci”
“E fai bene” come se niente fosse Emmerich si alzò. Booth si sentì’ subito strano senza quel peso.
“Dove vai?”
“A casa. Se continuiamo a limonare poi va a finire che facciamo le cosacce” sibilò.
Booth sapeva che era una decisione saggia ma si sentiva in ogni caso dispiaciuto. Pensò che se Emmerich fosse stato una ragazza non avrebbe avuto dubbi sul chiederle di restare tutta la notte con lui.
“Ian io... se ti va puoi anche restare... ”
“Vuoi fare l’amore con me?”

*I Don't Want To Miss A Thing, Aerosmith

martedì 24 febbraio 2009

Bordeline, quattro è il numero perfetto cap 2

Jackson Burton


Capitolo due


Heath voleva aspettare per chiamarla tresca, per darsi dell’infedele. Ma era successo e c’era poco da fare. Curò molto il look quella mattina e non soltanto perché stava per partecipare ad una puntata di In the morning, una trasmissione televisiva tra le più seguite. Cercava di dare il meglio di sé principalmente perché, dopo tre settimane, avrebbe rivisto lui: Jake Keane, l’eroe che aveva aiutato Stacy e Vanilla quel giorno in metro.
Con il cuore in tumulto salì i gradini che lo conducevano dentro gli studi dell’emittente televisiva. Stacy sarebbe venuta in taxi.
“Era ora!”
“Ho fatto tardi?”
“No ma speravo venissi prima. Ho le tette che mi scoppiano. Devo tirarmi il latte, questa birichina non ne vuole sapere di svuotarle per bene” così dicendo gli appioppò la poppante
“Va bene vai” Heath sperò che non rigurgitasse sulla sua bella giacca blu. Aveva scelto quel colore per essere in tono con le iridi di Jake.
La presentatrice televisiva, Marcia Norton, avvicinò l’unico presente dei suoi ospiti.
“Dove sono gli altri?”
“Stacy è in bagno a tirarsi il latte e credo che il dottor Keane... ” non fece in tempo a terminare la frase che il bel ginecologo fu tra loro.
“Scusate il ritardo.”
“Bene bene, quanta gente telegenica! Bambina bella, amico affascinante, dottore che sembra appena uscito da una puntata di Grace Anatomy.”
“Troppo gentile.”
“Dico sul serio, hai mai pensato di fare televisione?” questa vecchia vacca troia sta flirtando con lui? Pensò avvampando. Stava tremando dall’emozione, e una stronza con le tette rifatte faceva la scema con... ma non aveva diritto di farci un pensierino. In ogni caso nemmeno lei, è gay! Sorrise. Di corsa arrivò anche Stacy.
“Bene, ora che siete tutti posso andare a farmi l’impalcatura per la ristrutturazione” Nessuno dei due maschi disse: ‘lei non ne ha affatto bisogno’ e la donna, delusa, si accommiatò.
Jake coccolò la bambina. Lei fece dei leggeri schiamazzi durante i vezzeggiamenti.
“Spiegami perché i bonazzi sono tutti froci.”
“Stacy...”
“Mentre spingevo con i reni a pezzi non ci ho fatto caso. Ora però, Dio, saranno questi cazzo di ormoni ma il dottor Keane è proprio un figo della miseria”
“Stay, ti consiglio di essere meno sboccata durante l’intervista.”
“Come fosse la prima che faccio. So parlare bene se mi ci metto. Non mi hai visto l’altra sera telegiornale delle diciassette?”
“No,anche perché a quell’ora io provo di solito” le chiacchiere furono interrotte dal pannolino da cambiare di Vanilla e, a seguire, dalla diretta televisiva.


Era andata bene. In un clima scanzonato e dissacratorio tutti e tre avevano raccontato il loro punto di vista. Heath voleva essere sicuro che non lo avesse sognato. Che Jake , durante la pausa pubblicitaria non si fosse avvicinato a lui e gli avesse accarezzato la spalla sussurrando: “Un giorno mi spiegherai perché hai scelto hot spot 69 come nikname. Soprattutto a cosa si riferisce sessantanove.”
“Ehm”
“Facciamo stasera a cena?”
Un appuntamento? Jake Keane gli aveva chiesto un appuntamento in piena diretta televisiva! E se qualcuno avesse udito? Se avessero mandato il dialogo in diretta tv? William avrebbe sentito, era rimasto a casa appositamente. Anche il ragazzo di Jake , il misterioso ragazzo di Jake , avrebbe sentito. Per fortuna nessuno se n’era accorto, e, inevitabilmente, Heath aveva accettato.


A William disse che andava da sua madre. Non gliene venne una migliore. Lei si lamentava sempre delle scarsità delle sue visite. A sentire lei il New Jersey era per suo figlio distante quanto Parigi.
“Farò presto.”
“Lo credo. Non vorrai fare le ore piccole da tua madre spero” Heath si chinò su di lui, gli baciò le labbra senza evitare di mordere quello inferiore che era rosso e pieno. Volarono scintille. Era inevitabile.
“Perché prima...”
“Dai...” perché no, pensò Heath. Era così eccitato che se anche Jake si fosse messo a parlare di colli dell’utero dilatati e fibromi tutto il tempo, la sua erezione non avrebbe in ogni caso smesso di fargli male nei jeans. Molto più probabilmente Jake avrebbe fatto quello che gli riusciva meglio, vale a dire: sbattere le ciglia in maniera sincronizzata alla lingua che umidificava le labbra ... Pieno come sono rischio di bagnarmi. William intuì l’assenso e avvicinò la bocca al collo. Lo baciò attirandolo verso di sé. In una manciata di secondi il direttore d’orchestra fu nudo dalla cintola in giù. Heath si abbassò per passargli la lingua tra le cosce. Quando fu saturo di urli e incitamenti, lo prese in bocca. Durò una dozzina di minuti.
“Non sapevo fosse così eccitante la prospettiva di cenare con la propria madre” enunciò mentre si riassestava.
“Non è questo. Tu sei così sexy...” lo era. William McCarthy era uno degli uomini più belli e più sensuali in circolazione almeno secondo la maggior parte delle persone che lo conoscevano. Prima che si fidanzasse ‘per bene’ c’era la fila per venire a letto con lui e Will non trovava disdicevole ammettere che si era divertito. Prima dei trenta almeno. Poi, una volta troppo vicino ai quaranta, aveva provato una relazione con una donna, una suonatrice di Oboe che parlava cinque lingue. Poliglotta e multi orgasmica. Nonostante a letto facessero faville, lui si ritrovò insoddisfatto e annoiato in qualche gay bar nel giro di pochi mesi. Ma fu durante le prove della Turandot che la sua vita subì una svolta decisiva. Heath gli era subito piaciuto, con i suoi capelli lunghi e biondi che si arricciavano ribelli alla fine. Sembrava un cantante pop. Che ci faceva in un coro del genere? Lo aveva sedotto lui, anche se, in un certo senso, si erano sedotti a vicenda. A Will piaceva da impazzire condurre il gioco. Il fatto che fosse prevalentemente passivo non significava che fosse poco -attivo- tra le lenzuola. Adorava far impazzire i suoi partner. E fin a quel momento aveva sempre avuto amanti esperti. Non era stato mai con qualcuno che faceva sesso con un uomo per la prima volta. Trovava così eccitante ogni esclamazione di Heath, che fosse di sorpresa, di gioia, o di eccitazione, era lo stesso. La prima volta che lo avevano fatto erano rimasti chiusi in casa per due giorni e mezzo. Heath non aveva mai provato nulla del genere. E decretò che il sesso gay fosse il migliore possibile. Aveva ventisei anni. E dopo tre anni l’attrazione tra i due era sempre a mille. Malgrado i rispettivi impegni, riuscivano a tenere una media discreta tra le lenzuola, incontri che avvenivano nei rispettivi letti, sì perché fin dai primi giorni di convivenza William aveva messo le cose in chiaro: a ciascuno la propria camera. E il sesso si può fare dappertutto, aveva precisato.
Prima di uscire di casa Heath sospirò. Osservò incerto per l’ultima volta la schiena nuda del suo ragazzo intento a leggere uno spartito e decise che se non avesse chiamato l’ascensore entro un secondo, sarebbe restato con lui.

Il futuro fedifrago giunse davanti al luogo dell’appuntamento con il cuore in gola, la gola in fiamme e le ascelle madide di sudore. Aveva sete. Pensò di ordinare un drink al bancone del ristorante.
“Se si accomoda lo porto direttamente al tavolo” avvisò il barista. Era in leggerò anticipo. Costatò che le sue papille gustative non erano in grado di distinguere i sapori, si scolò il martini con ghiaccio lo stesso.
Il bellissimo ginecologo fece il suo ingresso. A Heath sembrò che il locale intero lo avesse accolto con un’accorata esclamazione. Era semplicemente perfetto. Giacca grigia, camicia a righe blu e bianche, gel sui capelli e occhi talmente blu da sembrare ritoccati da fotoshop. Cercò di dissimulare l’emozione ma, alzandosi per accogliere il suo eroe, intruppò con le ginocchia sul tavolino e per poco il vaso di fiori posto al centro non cadde rischiando di frantumarsi.
“Molto che aspetti?”
“Sono in anticipo.”
“Sorry... ho sempre lo studio pieno. Questa improvvisa popolarità ha i suoi lati negativi” Heath sorrise. Presero posto. Ordinò Heath per entrambi. Jake disse che era talmente affamano da non essere interessato a qual che avrebbe mandato giù. Parlarono del più e del meno fino a quando Heath introdusse un tema particolare.
“Te lo posso chiedere?”
“Ok, spara.”
“Come fai?”
“Come fai cosa?”
“A far nascere i bambini a... a infilare le mani nelle passere di vecchie, o di donne brutte. Per di più sei gay.”
Jake ridacchiò.
“Non è poi così male far nascere i bambini e la passera, come la chiami tu, è il mio strumento di lavoro quando la ventosa e il dilatatore cervicale.”
“Basta così. Non so cosa sia ma solo il termine dilatatore cervicale mi ha fatto chiudere lo stomaco.”
“E tu invece? Parlami del tuo di lavoro” Jake stava civettando un po’ questo mise a dura prova l’erezione di Heath, fu come se la goccia nel cervello avesse cominciato la sua lenta tortura.
“Non c’è molto da dire. Da piccolo cantavo in un coro gospel. Ero l’unico ragazzo bianco, poi qualcuno mi ha notato e non ho fatto altro. Siccome all’occorrenza so anche ballare riesco ad entrare in qualche musical ma solo ruoli minori. Qualsiasi cosa mi consenta di raggranellare i soldi dell’affitto.”
“E poi è arrivato il famoso direttore d’orchestra... ”
“No... no, se intendi che ho fatto carriera grazie a lui ti sbagli, ero già un discreto corista.”
“Non avrei mai affermato una cosa simile.”
“Lo so. Tu no. Ma la gente lo pensa. Lui è ricco, affascinante, famoso. Io sono solo un corista di dubbio talento.”
“E questo fa ben sperare per il proseguo della serata.”
“Vale a dire?”
“Se un direttore d’orchestra ricco e famoso sposa un corista squattrinato... qualche dote particolare ce l’ha.”
“Ehm...Cristo Jake.”
“Cosa?”
“Non fare così. Io...”
“Dimmi pure.”
“Lo sai...”
“Eh?”
“Lo sai nel senso...sei talmente provocante, e bello che... ”
“Intendi dar sfoggio di queste misteriose doti?”
“Non parlare difficile. Io sono uno terra terra. Voglio... !”
“Ho capito benissimo cosa vuoi... ” sorseggiò il suo vino bianco, "ti do tre opzioni.”
“Opzioni?”
“Una cosetta veloce in macchina. La toilette del ristorante, sì un po’ pericoloso o, ancora più audace, a casa mia e di Liam... ”
“Ma”
“Starà già dormendo. È un tipo molto produttivo, quando non è in giro per il mondo si sveglia la mattina presto e se non ci sono io che gli faccio fare le ore piccole... ”
“No, no. Non scherziamo. A casa con il tuo ragazzo non esiste, e al bagno nemmeno, non mi sentirei a mio agio.”
“Dunque.”
“Vada per la cosetta in macchina”.

domenica 22 febbraio 2009

Un padre e un padre 4


Sensualità


“Se non ci fossero i bambini... giuro che ti spoglierei completamente, e spoglierei me stesso. Ti terrei stretto a me, così vicino, fino a lasciare che i nostri corpi si fondino”
“No, no Robert. Non va bene. Che stiamo facendo? Non è giusto, tu, io... tu ed io... ”
“Perché? Provo dei sentimenti per te, Julian. Mi piaci, mi piaci tanto, tantissimo. Voglio amarti, voglio farti sentire quanto ti amo. Sei il protagonista dei miei sogni ogni notte, oramai. Ti desidero da impazzire! Sono un peccatore? Forse. Il vostro Dio mi ha tolto l’unico amore della vita, la madre dei miei figli, potrà chiudere un occhio se ora mi prendo te, no?”
“Non bestemmiare”
“Anche tu lo vuoi. Mi desideri tantissimo, forse quanto ti desidero io.”
“Si è vero, non lo nego. Ma è sbagliato, io sono un prete. E tu un padre di famiglia.”
“Tutto vero, tu sei un prete ma sei pure un uomo che vuole amare ed essere amato, questo non puoi negarlo. E io sono qui per questo. Per amarti, per darti piacere e per riceverne da te. Non saremo due stinchi di santo, va bene. Verrà la polizia a prenderci? Io penso di no, se stiamo attenti a non farci beccare, Dio capirà. Ci perdonerà, vedrai” si abbassò per baciare il pomo d’Adamo tremante.
“Continui a bestemmiare, a farti beffa della parola del Signore”. Julian continuava a parlare nonostante le ondate di piacere gli offuscassero la ragione.
“Non credo che Gesù o Dio abbiano davvero detto mai che a due uomini non è permesso amarsi. Questo l’hanno scritto dei perfetti peccatori come noi”.
“Forse hai ragione, ma dimentichi che io non sono un uomo, sono un prete! Ho dei doveri etici e morali che intendo rispettare.”
“Anche se in questo momento state vibrando dal desiderio?”
Robert gli accarezzò i capelli biondi che gli incorniciavano il viso perfetto,
“lo sento quanto mi vuoi, e per me è lo stesso. Passerei la notte con te. Ecco l’ho detto. Ad accarezzarti, baciarti, spogliarti... non solo per godere della tua meravigliosa nudità ma per toglierti la veste. Quella corazza che ti tieni stretta. E finalmente vedere che c’è sotto”.
“Robert tu tu... che indecenza!”
“Sì, lo so. Voglio commettere atti impuri e corrompere un prete. Sono o non sono il più grande peccatore del mondo? L’unica cosa che mi frena dal non farlo sono le creature che dormono dall’altra parte della stanza e la devozione a Denise”.
“Appunto! Per quanto sia vero che ti desidero Robert, non dobbiamo. Siamo fatti di carne e sangue, è vero. Ma non siamo animali, abbiamo la coscienza. Non dobbiamo cedere alla voluttuosità. Sarebbe un errore enorme.”
“Come no. Quant’è vero che in questo momento non sei eccitato da morire,”
“Appunto! Ma il desiderio se non si può scacciare si può, almeno, trattenere.” tossicchiò, “quello che sto cercando di dirvi, amico mio, che possiamo trasformare 'questa cosa' questa energia in qualcosa di buono.”
“Sarebbe a dire?”
“Amicizia.”
“Ma noi siamo già amici.”
“Non lo eravamo davvero, intendo dire: io non ti ho mai aperto il mio cuore, e mi rendo conto di aver sbagliato a non averlo fatto prima. Ora so che avrei dovuto essere sincero con te, dirti tutto. Ti amo, certo, ti amo come amico, come compagno se preferite questo termine.”
“E il mio corpo? Ami anche quello?” Julian lo fissò intensamente.
Come negarlo? Ogni sua cellula lo bramava
“Chiaramente mi piace il tuo corpo, la tua anima. Mi piace tutto di te Robert, mi piaci come persona, come uomo. Tutto! È proprio quello che sto cercando di spiegarti. Possiamo essere felici senza rovinarci la vita.”
“Non capisco” il piglio di Pange si fece serio. Abbassò la testa pensieroso. Julian gli accarezzò teneramente i capelli.
“Mio caro, voglio il tuo amore, non lo nego. Non so bene come ma possiamo davvero riuscirci, intendo dire: riuscire ad essere felici senza svilirci, mi aiuterai?”.
“Qualsiasi cosa, Julian, qualsiasi. Ma non voglio perderti.”
“Non succederà, ti sto chiedendo di essermi più vicino di quanto o mai chiesto ad un altro essere, ed è stupendo perché non l’avrei mai creduto possibile. Invece... ho te”.
Dopo essersi fissati per qualche secondo, tornarono ad abbracciarsi. Le mani accarezzarono la schiena reciprocamente. La stessa schiena ampia e muscolosa che Julian aveva disperatamente desiderato nello spogliatoio. Ora poteva accarezzarla a suo piacimento. Non c’era nulla, all’apparenza, che Robert non avrebbe lasciato fare a padre Julian. Le labbra si cercarono febbrilmente. Le bocche si schiusero l’una sull’altra.
Sembrarono fondersi come il tè e l’acqua.
Come lo zucchero e la farina.
Come la pioggia e la terra.
Robert si mosse con urgenza, malgrado i buoni propositi, i corpi erano ad un passo dal piacere estremo. Julian lo sentì gemere sul suo orecchio. Lasciò che catturasse le natiche nelle mani per avvicinarlo a sé. “Ecco” sibilò l’uomo lasciandosi completamente travolgere dalle ondate. Restò confusamente tra le gambe di Julian fin quando le contrazioni non furono cessate. Julian era incredulo.
Era successo per davvero?
“Devo cambiarmi” fece sapere. Ma Julian continuava a stringerlo a sé, come se non avesse alcuna intenzione di lasciarlo andare.
“Aspetta” e proprio in quell’istante, quando Julian lo stava lasciando, Gina fece irruzione nella stanza.
“Ma che vi fate le coccole, o state lottando?”




Legato


Gina continuava a fissarli. Era un’indecenza bella e buona essersi lasciati andare con i bambini a pochi passi da loro, pensò Julian. Ed era una vera fortuna che fosse stata la più piccola, e anche la più innocente, a sorprenderli o quasi.
“Stavamo prendendo il tè” rispose gutturale suo padre.
“E non rischiate di scottarvi la lingua così stretti stretti?” la sua purezza li disarmò facendoli sentire ancora più sporchi.
“Tesoro, perché sei sveglia? È tardissimo”.
“Ho sete e devo fare la pipì”.
“Te lo dico sempre di farla prima…” Julian si alzò cercando di far sembrare il gesto più naturale possibile fallendo miseramente. Era così imbarazzato da poter sentire le guance ardere come quando si sta per troppo tempo vicini al fuoco.
“Io andrei” fece sapere il prelato.
“Ci si vede domani” replicò Pange. Lo accompagnò alla porta. Prima di lasciarlo andare non poté trattenersi dall’accarezzargli la guancia sulla quale apparivano nitidi i primi punzoni di barba. Anche Julian avrebbe voluto accarezzarlo. E anche di più… ma guardò la sua bici e la strada buia che avrebbe dovuto condurlo verso casa. Sospirò. Era talmente freddo che temette di non riuscire a muovere le gambe. E quando giunse dinanzi alla chiesa, era talmente fradicio di neve da non sentirsi più gli arti.
Felicità e paura, due sentimenti tanto distanti ma quanto mai vicini in quel momento, cospirarono contro il sonno di Padre Julian. Per quanto cercasse di dormire il ricordo dei momenti tremendi (tremendamente belli) passati con il boscaiolo tornavano prepotentemente a farla da padrona. Se la piccola Gina non fosse entrata… dove saremmo arrivati? Peccatori, senza scusate. No, non posso tormentare quell’uomo, io… io ho dato l’estrema unzione a sua moglie, e ora mi faccio baciare da lui? Era inaudito. Stavamo bene insieme, si volevano bene. Julian era riuscito a fargli tornare il sorriso. Queste erano tutte le cose buone che non sarebbero dovute andare perse. Ma per il resto, i baci, lo strofinamento dei corpi, il piacere… Quelle impudiche, demoniache, scellerate azioni, andavano cancellate e alla svelta. Julian s’impose di non pensarci più, ma per quanto ci mettesse tutto se stesso, il calore, l’odore, il sapore dell’uomo tornavano a fare i loro comodi facendo avvicinare il suo corpo alla perdizione. Odiandosi per quello che era costretto a fare, si legò i polsi tra loro alla spalliera del letto aiutandosi con i denti. Ma, nonostante questo, col giungere dell’alba, una chiazza umida troneggiava nel punto centrale del letto.


Quella mattina, durante la colazione, Padre Donald notò i segni sui polsi.
“Che avete fatto, prete? Avete i polsi completamente lividi”.
“Non serva che ve lo spieghi, ho combattuto contro i demoni, stanotte.”
“Non ci posso credere. Approvate metodi tanto barbari? Ma dico io, siamo nel medioevo?”
No, Julian non voleva affrontare l’argomento, non dopo quello che era successo con Robert, non con Padre Donald. Ma una spiegazione al collega, la doveva.
“Basta così, Padre Donald, ho motivo di credere che voi non possiate capire certe cose. E non voglio discussioni in proposito”:
“Capisco che vi sentiate minacciato. Ma a vent’otto anni è più che normale avere gli ormoni in subbuglio. La castità è un dovere che vi sta a cuore. Ma anche la salute mentale e fisica dovrebbe essere tra le nostre priorità, non credete?”.
“Fumate, e non mi risulta, almeno secondo recenti studi, essere una buona abitudine. E bevete, questo anche non fa bene alla salute. E dunque non fatemi la morale”.
“Dio ci ha fatto le mani per usarle. Non per legarci quando…”
“Insomma basta” urlò in un falsetto che non gli apparteneva. La perpetua giunse dalla cucina per capire il perché quella che sembrava una discussione ordinaria, stesse prendendo una piega tutt’altro che civile.
Ritrovato un po’ di raziocinio, Padre Julian uscì dal refettorio. Andò nella sua camera a cambiarsi. Ufficiò la messa. Chiacchierò con dei parrocchiani. Fece una passeggiatina. Nel pomeriggio spalò la neve che occludeva il passaggio verso la parrocchia di fronte all’entrata. Fece ogni azione in maniera convulsa. Voleva dimenticare, ritrovare padronanza di sé. Ma prima che il sole fosse tramontato del tutto, la figura massiccia di Pange si delineò tra il chiaro e scuro dell’imbrunire. Il cielo rosso bordò si riversava con tutta la sua audacia sopra i due peccatori.
“Eccomi qui” esordì timidamente l’uomo. Sembrava un giovinetto al suo primo approccio.
“Perché non… voglio dire” Julian s’impappinò. L’emozione che gli procurava Robert era paragonabile allo stordimento di una droga. La testa gli girava un po’ come quando si è un tantino brilli.
“Perché non sono venuto a messa? Scusami ma ho lavorato tutto il santo giorno e poi c’è stato l’allenamento… ”
“Già… e non sono venuto”.
“Perché?”
“Ho avuto da fare” era una bugia più che palese. E Robert se ne accorse.
“Mi raccomando, venite domani. È l’ultimo allenamento prima della partita. Pur titubante e guardandosi costantemente le punte delle scarpe, Julian annuì



La partita di beneficenza


Un cielo plumbeo gravava sulle teste degli spettatori. In lontananza, i tuoni preannunciavano bufera.
Nonostante il freddo, sugli spalti c’era quasi tutta Denton, almeno la parte cattolica. Alcune donne si tenevano le gambe al caldo sotto una coperta, curiose di vedere i ventidue contendenti e, soprattutto, com’era carino Padre Julian con la divisa da calciatore, e, tra le righe, senza il vestito scuro con il quale officiava la messa. Alle dodici in punto, come da programma, entrarono in campo. La pioggerellina iniziò a picchettare fastidiosa. Gina gridò: “Forza papà” e anche gli altri bambini scalpitarono. Per quel giorno era concesso di scatenarsi un po’. Mancava così poco al Natale, e la scuola era chiusa. Il maestro non li avrebbe messi dietro la lavagna. I ragazzi della prima comunione incitarono i loro catechisti, Julian e Donald.
“E’ davvero uno splendido mortale, Padre Julian vestito così” confidò Brenda Cornerland alla sua vicina di posto.
“O mio Dio, dovreste vergognarvi per i pensieri sconci che avete formulato” la donna rispose con una risata divertita. La perpetua, poco distante da loro, non aveva sentito, ma aveva intuito che l’interesse primario delle tifose fosse Padre Julian e sorrise tra sé. Anche lei, nonostante l’età, lo trovava decisamente attraente.
I primi scambi di palla furono timidi, poi, man mano cominciavano a prenderci gusto, quelli della fazione avversaria presero il sopravvento. Julian, che ce la stava mettendo tutta nonostante la struttura fragile o forse per merito di essa, si liberò scaltramente di due avversari e s’involò in contropiede verso l’aria di rigore avversa. Un omaccione barbuto lo stese facendolo carambolare più volte. Con estrema enfasi fu redarguito sia dall’arbitro, il figlio del bottegaio Parrinton, sia dall’arrabbiatissimo capitano Pange.
“Stai bene?” chiese a Julian tendendogli la mano. Il prete l'afferrò grato.
“Sì, sono ancora tutto intero per fortuna” rispose sorridendo.
I due parlottarono prima del calcio di punizione. Il pallone carambolò tra le numerose teste. Clyaton saltò più in alto di tutti e fece goal. Uno a zero per la Saint Luis. Tutti gli furono intorno per congratularsi. A quel punto la partita si trasformò in battaglia. Iniziò a piovere sul serio e gli atleti ad azzuffarsi a centro area. Il sudore si mischiò al fango e, a metà circa del secondo tempo, l’arbitro, coadiuvato dai due guardalinee, decise che bastava così. Anche per non perdere tutti gli spettatori rimasti.
Mentre uscivano dal rettangolo di gioco, Robert circondò con un braccio Padre Julian.
“Bravissimo” gli sussurrò avvicinando la bocca al suo orecchio.
“Sono distrutto” rispose.
“Una bella doccia calda e tornerai come prima”.
“Sempre se c’è l’acqua calda” Padre Donald, poco dietro, non poté fare a meno di notare il gesto confidenziale. Li osservò anche nello spogliatoio. Dimentichi della presenza degli altri, Robert e Julian continuavano a civettare scherzando spesso e guardandosi fitto negli occhi.
Dopo la partita i giocatori si ritrovarono tutti al pub per mangiare, e bere birra in quantità, naturalmente. Dopo il terzo boccale, Donald fu accanto al suo collega: “Bene bene, te e il boscaiolo fate passi da gigante”.
Julian tossì stizzito “Siete arrivato all’ebbrezza e volete concedermi qualche nuova perla?”
“Niente da ridire, anzi. Penso proprio che se c’è qualcuno che può toglierti quell’aria saccente da creatura al di sopra di tutto, mi riferisco alle bassezze di noi poveri umani, è proprio Pange. Certe braccia scaldano meglio di trenta coperte, né vero?”.
“Voi e le vostre scempiaggini... ”
“No, sul serio. Mi piace su di te quello sguardo innamorato. Vi rende così... fammi trovare le parole giuste, così umano. Mi conferma quello che ho sempre pensato di te”.
“Non intendo continuare ad ascoltarvi”.
“Ho sempre pensato che non siete affatto un algido ragazzo del nord. No, avete un cuore, un cuoricino caldo pronto a esplodere”.
“Hai finito?”
“E non solo il cuore. Anche tutto il resto, soprattutto quello. Intendo dire: lo accogliete dentro di voi? Non il contrario, mi parrebbe strano se grande e grosso com’è lo spacca legna... “.
“Basta così” turbato e infastidito (e parecchio eccitato) Julian si allontanò da lui. Era davvero tutto così lampante? Era bastato lasciarsi andare quel tanto da dare adito a tutti... no, santo cielo, solo a quell’ubriacone di Padre Donald potevano saltare in testa simili sciocchezze, si disse. Lui e Pange erano ancora casti, dopo tutto. Si desideravano da impazzire, ma era fuori luogo, del tutto fuori luogo, considerare quella possibilità. Solo un uomo rozzo poteva concepire certe lascivie. Sebbene queste considerazioni sagge, Julian non riusciva a smettere di pensare al corpo bronzeo e bellissimo dell’amico. Ne era quasi ossessionato. Quella carne compatta, quella peluria bruna ben distribuita. Il sesso baldanzoso, quasi aggressivo. Senza rendersene conto, Julian aveva fissato la parte che nel medioevo, proprio a causa di Santa Romana Chiesa, gli artisti erano costretti a celare dietro foglie di fico. Fortunatamente Padre Donald non aveva fatto accenno a quello.

venerdì 20 febbraio 2009

Io con un uomo mai capitolo 6


Capitolo sei


Parker e suo padre fecero colazione alle otto. Booth non aveva dormito neanche un minuto ma era contento che la sua Bones fosse riuscita a prendere sonno. Quando si svegliò lui era già pronto per uscire.
“Quanto ho dormito?”
“Sono quasi le nove e mezzo”
“Ma… è tardissimo, dovevi svegliarmi. Dobbiamo andare al dipartimento ed avvisarli di quello che abbiamo scoperto”
“Che hai scoperto”
“Tu stanotte mi hai aiutato ad aggiungere elementi concreti”
“Tranquilla Bones, ho già chiamato la Power che ha indotto una riunione speciale alle undici di questa mattina” lei sospirò pesantemente.
“Ci sarà anche Emmerich immagino” Booth vibrò a quel nome. Cercò di celare i suoi sentimenti con un cenno della testa vago.
Booth e Brennan accompagnarono Parker da una zia. Il bambino protestò per quel contrattempo.
“Ti prometto che prima delle cinque verrò a prenderti”
“Già, per riportarmi dalla mamma e dal suo amico” rispose lui lagnandosi.
“Non fare così, vedrai che il prossimo week-and insieme arriverà in un baleno” diede un bacio sulla fronte a suo figlio. Temperance era rapita. Booth dimostrava una volta di più di essere fantastico come padre, uomo e certamente come agente dell’FBI
La riunione si svolse in un clima parecchio acceso. Oltre ad Emmerich, erano presenti due alte cariche della polizia federale, il futuro capitano, la Power e la dottoressa Saroyan. Emmerich e Booth si scambiarono timide occhiate, quelle di Seeley piene d’imbarazzo. Se fosse geloso di averlo visto arrivare con la Brennan, il Profiler non lo diede di certo a vedere. Temperance e Booth spiegarono in maniera esaustiva ciò che avevano scoperto.
L’ultima frase fu di Brennan: “Da questi elementi si evince che non solo le intenzioni iniziali dell’assassino sono cambiate. Che molto probabilmente il modus operandi è cambiato. Si evince inoltre che il killer della centrifuga ha un complice”. Il capitano e Ardich si guardarono sgomentati. Di nuovo nessuna traccia di cambiamento nell’espressione di Ian.
Power, camminando in cerchio attorno come una pantera in gabbia, si avvicinò a lui.
“Agente Emmerich, può spiegare cosa sta succedendo?”
“Non capisco”
“Ah, lei non capisce?” tutti restarono interdetti. Tutti tranne Ardich. Il futuro capitano che presto avrebbe detto la sua.
“Vuole dire che è solo una coincidenza che la dottoressa Brennan e l’agente Booth sappiano informazioni che lei avrebbe dovuto tenere segrete?” Booth impallidì. Ecco perché era scappato in Virginia.
“Le assicuro che la riservatezza è il mio primo requisito”
“Dunque siamo di fronte ad un caso quasi eccezionale. Un’antropologa forense la sa più lunga di un cazzuto Profiler dell’FBI?”
“Indubbiamente le doti della dottoressa Brennan sono notevoli. In ogni modo, i casi risolti dall’agente Booth in collaborazione con la squadra di Bones sono assolutamente sbalorditivi!”
“Bones?”
“Volevo dire Brennan, dottoressa Brennan” Booth capì subito che era stato un errore voluto. L’aveva chiamata Bones per dargli una frecciatina. Era una specie di messaggio in codice. E anche un modo per farla innervosire. Temperance tollerava essere chiamata così da una persona sola. Ma doveva ammettere che i complimenti di Emmerich giungevano inaspettati ma graditi.
“Ebbene, a questo punto i ragguagli di Brennan e Booth si vanno ad aggiungere a quello scoperto da Emmerich. Questo significa che la Task Force si allarga. E che dobbiamo usare ogni mezzo per arrivare agli assassini”concluse il futuro capitano.
A riunione finita, Emmerich si congratulò con entrambi. Pranzarono tutti e tre in un locale vicinissimo agli uffici dell’FBI. Booth era sulle spine. Doveva farci il callo, sarebbe stato sempre così tutte le volte che si trovava tra lui e Bones.
“Devo ammettere che siete stati molto in gamba... ”
“Ok. Basta con i complimenti. Dicci piuttosto come dobbiamo muoverci. La riunione di stamattina non mi è sembrata molto utile in proposito”
Emmerich lo redarguì affettuosamente:“Non essere precipitoso Booth, non possono dirci cosa fare con così pochi elementi. Sappiamo che il modus operandi è diverso. Sappiamo che ad uccidere le donne sono almeno in due, che probabilmente uno le rapisce e l’altro le scarnifica. A parte questo non c’è davvero di più” e anche se ci fosse stato di più Emmerich non lo avrebbe detto. Dopo tutto la riservatezza è il suo primo requisito, pensò Booth.
Temperance si recò al Jeffersonian e i due uomini all’automobile di Booth.
“Come sei venuto?” chiese fissandolo e cercando di non notare il baluginio delle iridi blu.
“Lo vuoi davvero sapere?” rispose sbadigliano, era stanchissimo. Aveva passato la notte in bianco e la nuova piega che aveva preso la missione lo preoccupava non poco.
“Che c’è, ti annoio?”
“Non ho chiuso occhio stanotte, sono distrutto. Semplicemente distrutto” enunciò stropicciandosi gli occhi.
“Tu e la dottoressa vi siete dati parecchio da fare immagino” il tono era malizioso.
“Non fare il buffone. Cosa volevi farmi vedere?”
“Niente, magari la prossima volta, vai a dormire”
“No, tanto devo tornare a riprendere mio figlio alle cinque”
“Mancano tre ore. Facciamo così, io ti riporto da tuo figlio entro le cinque ma tu vieni a fare un giretto con me”
“Un giretto?”
“Sì, seguimi” Booth ubbidì confuso. Arrivarono davanti ad una moto di grossa cilindrata.
“WOW, ami l’alta velocità immagino”
“Mi allettano le grandi imprese. Le cose belle e quelle veloci. Sali” Emmerich porse il casco. L’altro lo perse e se lo allacciò. Sperò, una volta salito, di non doverlo abbracciare ma, alla prima curva presa a buona andatura, si attaccò a lui come una lumaca ad una pianticella.
“Non correre. Ci andiamo a schiantare” urlò cercando di farsi udire.
“Goditi la passeggiata, sei in buone mani” rispose accelerando. Malgrado temesse davvero per l’incolumità di entrambi, Booth si divertì. Attraverso la visiera del casco, vedeva il mondo muoversi velocemente. Il cielo azzurro stava lentamente diventando rosso e la linea invisibile dell’orizzonte sembrava avvicinarsi verso di loro. Quando il giro in moto terminò, si ritrovò un po’ triste e impaziente. Ciondolò su un piede e poi l’altro nell’attesa che Ian ripartisse. Erano di nuovo davanti alla sua macchina. Il centauro non era sceso dalla sua moto e lo guardava attraverso la visiera. Gli occhi senza volto lo facevano sembrare ancora più enigmatico. Quando fu per girare i tacchi Emmerich si tolse il casco.
“Te ne vai senza salutarmi?”
“A dopo allora”
“A dopo?”
“Sì.” Finita di pronunciare l’ultima sillaba, Emmerich gli afferrò un braccio e lo avvicinò a sé. Gli stampò prima un bacio sulla guancia per poi spostarsi sulla bocca. Booth restò interdetto. Alla fine, per forza di cose, fu costretto ad appoggiarsi a lui. Per fortuna il parcheggio era deserto.
“Vado, non è giusto far aspettare Parker” così dicendo il suo volto fu di nuovo celato. Sparì dietro un angolo.
Booth restò interdetto per alcuni secondi. Ripresa conoscenza prese posto sulla sua auto e uscì dal garage.



I giorni a seguire furono duri per tutti. La Task Force impiegata contro il killer della centrifuga era concentrata su come aggiungere nuovi tasselli a quelli che già avevano.
Temperance aveva le sue ossa, aveva il teschio del pellerossa. Nonostante questo era coinvolta in quella storia fino al midollo. Non passava attimo domandandosi quando e se sarebbero riusciti a stanarlo. Sapeva che ci sarebbe scappato altro sangue innocente se non fossero riusciti nell’impresa di assicurare il mostro alla giustizia. La Power era d’accordo che lei facesse parte della squadra. Era stata utilissima alle indagini e voleva che continuasse a sentirsi partecipe. Per questo, prima che l’insediamento del nuovo capitano fosse ufficiale, la fece chiamare nel suo ufficio. Fu un colloquio da donna a donna. Il capitano uscente fece valere tutte le ragioni per assicurarsi il suo appoggio affinché lei e la sua squadra non tralasciassero nessun elemento. Se c’era qualcuno di cui si fidava ciecamente, era lei, confidò. Non c’erano dubbi in proposito. Uscendo dallo studio Brenann si sentì fiera di sé. Chiamò l’ascensore. La malasorte le fece incontrare Emmerich e Booth provenienti dai piani alti. C’erano pure una mezza dozzina di estranei.
“Bones?” L’agente era interdetto. Non si aspettava di trovarla lì.
“La Power ha chiesto di vedermi”
“Mi pare giusto, sei una di noi” aggiunse gentilmente Emmerich. Lei lo guardò quasi sorridendo. Subito dopo il suo sorriso si spense. Come se niente fosse, Ian aveva infilato le dita tra i capelli di Booth
“Ti stanno venendo i primi capelli bianchi, te ne sei accorto?” imbarazzato Booth tolse la mano. “Finiscila” Ian ridacchiò e gli sussurrò qualcosa che lei non poté udire. Tutte quelle confidenze le fecero di nuovo piombare il morale sotto i tacchi. Booth sembrava così bello e felice che, a quel punto, non poteva far altro che gettare la spugna. L’uomo si avvide del disagio di lei e fu freddo con il collega.


“Non lo sopporto” disse quando furono solo loro due di fronte porta principale.
“Scusa. Lo so che non lo sopporti, mi dispiace”
“E di cosa devi scusarti? Ti scarmiglia davanti alla gente come se niente fosse. Tu lo lasci fare, vuol dire che ti piace, vuol dire che non c’entro niente con voi due. Perché non mi dici di farmi gli affari miei una volta per tutte?”
“Perché lo voglio”
“Lo vuoi?”
“Sì, voglio che sei gelosa di me”
“Perché io ti salvi dalla tentazione?”
“No, perché… perché provo dei sentimenti per te, e lo sai”
“Non è giusto che tu mi dica questo ora”
“Mi stava solo prendendo in giro, si scherza tra colleghi, no?”
“Una volta scherzavi con me”
“Bones, non è cambiato niente. Io per te ci sono” la guardò negli occhi rapito. Pensò che era bella, bellissima e lui un totale stronzo. Perché non poté fare a meno di baciarla. Mentre le teneva le guancie strette tra le mani, dal portone degli uffici dell’FBI, in mezzo a un nugolo di passanti, c’era pure Ian Emmerich. Apparentemente nessun sentimento trasparì dal suo volto. Booth, guardandolo, si sentì sprofondare in un vortice di dubbi.

lunedì 16 febbraio 2009

Io con un uomo mai capitolo 5


Capitolo 5


“Ma non mi dire… ” Ian non riusciva a credere ai suoi occhi! Il linguaggio del corpo, che lui comprendeva anche meglio di quello verbale, gli rivelava tutto! Booth era lì, consenziente, sembrava un vassoio di frutta sul tavolo di un rinfresco, poco prima di essere depredato. Se avesse avuto un cartello appiccicato al petto con scritto sopra -OPEN- e non sarebbe stato più palese.
“Che cosa… cosa stai facendo?” esalò l’agente quando la mano di Emmerich gli sfiorò la gamba
“Stai tranquillo. Non farò niente che non vuoi pure tu” e così dicendo voltò la mascella in direzione delle sue labbra. Per una frazione di secondo l’altro riuscì a sfuggire. Lo guardò pieno d’ira.
“TU, tu… tu” l’altro rideva tenendosi la pancia, “tu volevi, tu hai tentato di… baciarmi!”
“Finiscila, non facevo sul serio”
“Certo che facevi sul serio… se non mi fossi spostato”
“Non ci ho provato davvero”
“Invece sì”
“Invece no” con una mossa felina Ian fu di nuovo con il viso a due centimetri dal suo, “perché se lo volessi sul serio…” e lo baciò.
Booth restò allibito. Era come se gli avessero iniettato una sostanza che bloccava i muscoli. Fu un po’ come il primo bacio. Aveva di nuovo tredici anni e le labbra di Patricia Reginald incontravano le sue. Scosse elettriche, brividi e nuove sensazioni. Tutte cose che non avrebbe mai più dimenticato.
Quando trovò un filino di raziocinio riuscì a staccarsi. Era incazzato nero.
“Lo sai che stai rischiando la vita?”
“Vuoi una citazione cinematografica? Il pericolo è il mio mestiere”
“Non… no, ci posso credere”
“Lo hai voluto pure tu”
“No, non è vero”
“So leggere il linguaggio del corpo meglio di chiunque altro. E il tuo corpo lo gridava che volevi essere baciato” . L’agente Seeley Booth era ad un passo così dal perdere la testa. E, colpito nel suo -io- profondo, reagì scaraventandosi addosso a lui. Ne nacque uno scontro in piena regola. Rotolarono sul tappeto. Ian picchiò la testa contro la gamba del tavolino, nonostante questo non si lamentò, ma l’urto provocò un bel rumore.
“Ti sei fatto male?” chiese Booth premuroso. Era sopra di lui e non riusciva a capacitarci di ciò che provava. Se stava così per via del fiato corto, per il corpo attaccato il suo, per quegli occhi azzurri che lo fissavano intensamente, non lo sapeva. Erano troppe quelle emozioni, troppe e tutte insieme.
“Se era una scusa per saltarmi addosso potevi fare anche meno casino. E poi Parker potrebbe svegliarsi”
Booth era interdetto. Non ricordava nemmeno di avergli fatto sapere il nome di suo figlio. Che razza di memoria aveva, e soprattutto, come riuscire a staccarsi da lui? Tirando fuori una forza inaspettata, Emmerich ribaltò le posizioni. Una volta sotto, a Seeley non rimase che sospirare sconfortato.
“Mi arrendo”
“Che significa -mi arrendo-?”
“Non lo so” era turbato. Anche Ian era turbato nel vederlo in quello stato. Ma la voglia di ritrovare le labbra imbronciate, fu più forte di qualsiasi reticenza. Fanculo la razionalità.
Lo baciò di nuovo. Dopo qualche minuto si staccarono. Il Profiler si tolse andandosi a sdraiare accanto a lui. Furono spalla contro spalla. Il respiro dei due uomini fu l’unico suono in tutta la casa. In lontananza, poteva udirsi una sirena della polizia, sembrava provenisse da un altro emisfero. Booth tornò a sedere. Si girò per osservarlo. Lesse nella sua espressione un’emozione indefinita e fu come se lo guardasse per la prima volta. I modi audaci e spicci erano finiti nella pattumiera. Ian era un fascio di emozioni. Cosa era successo? Il suo disagio era dovuto alla conquista? Aveva ottenuto le labbra più ambite di tutta la sua vita di conquistatore, di predatore, come lo aveva definito Bones, aveva scalato il suo Himalaya. La bandiera americana era stata conficcata in terra lunare per la prima volta. Era solo tronfio del successo o c’era dell’altro? Vedendolo così emotivamente sconvolto, Booth si domandò se non gli sarebbe piaciuto baciarlo di nuovo. Era stato bello baciarlo. Importava davvero se l’indomani sarebbe stato uno schifo? Se i dubbi lo avrebbero assalito di nuovo portandolo ad un passo dal baratro? Voleva capire sì, ma voleva soprattutto vivere.
Alla fine di una stasi che sembrò non finire mai, Ian Emmerich si alzò. Cercò la sua giacca con gli occhi. Quando l’ebbe trovata la indossò. Tornò di nuovo vicino al collega ancora seduto sul pavimento apparentemente intento a riflettere.
“Vuoi una mano?” domandò. L’altro non capì subito a cosa alludesse. Alzò lo sguardo e vide il braccio teso verso di lui. L’afferrò saldamente e si tirò su. Era forte Ian Emmerich, una forza che non era fatta solo di muscoli. E quel gesto rivelava molto.
“Ci vediamo domani?” disse voltandosi. Era già con un piede fuori dalla porta.
“Si capisce”
“Notte, stallone”
“Notte”. E fu tutto come se il mondo non fosse stato distrutto da una collisione fatale con un asteroide.
Una volta fuori dall’ascensore, l’agente speciale Ian Emmerich, dimentico del suo ruolo e dei suoi trent’ anni suonati, urlò come un quarterback dopo un touch down: “SI, SI, SI, SIIIIIIIII”. Una giovane coppia di colore che stava uscendo da una berlina tedesca lo squadrò sconcertata. Non temendo di sembrare completamente fuori di testa iniziò a cantare: Well, I'm a lucky man
With fire in my hands.
E saltellando e canticchiando, raggiunse la sua auto.


Seeley Booth non aveva assolutamente voglia di cantare. Aveva diversi bisogni, tanto per cominciare togliersi la camicia, umida di sudore in maniera oscena. Si infilò in bagno. Si guardò allo specchio sconcertato.
Ho baciato un uomo
Ho baciato un uomo
Ho baciato un uomo
Non ci posso credere...

Era successo, il grande tabù o meglio, uno dei grandi tabù era stato infranto.
Bello mio, sei nei guai fino al collo! Ora ti rimane solo di farti dare lezione di pompini da una squillo ed esercitarti con un ghiacciolo. Ma i ghiaccioli sono freddi ed insipidi, mentre era assai auspicabile che Emmerich fosse caldo e saporito… restò costernato di fronte all’immagine che gli apparve davanti. Non poteva trovare un colpevole di quella situazione. Era una guerra persa.


Temperance tamburellò con le dita accanto al mouse. Malgrado cercasse a tutti i costi di pensare solo al lavoro, la sua anima di donna era spaccata in due. Più passavano le ore e più si sentiva in colpa. Aveva sprecato la sua possibilità con Booth. Doveva chiamarlo e scusarsi. Aveva sciupato l’occasione di essere felice con lui per un possibile abbaglio, o, in ogni modo, con un fantasma con il quale avrebbe potuto combattere ad armi pari. Che aveva in più di lei quel Ian Emmerich? Nulla di nulla, si disse. Fascino e ambiguità possono essere attraenti almeno all’inizio ma alla lunga stancano, considerò. Non ci aveva pensato. Sì, Booth era attratto da lui, ma di certo non ci sarebbe andato a letto, di quello ne era certa. Doveva solo aspettare che fosse terminato il suo mandato. Motivo in più per occuparsi del killer della centrifuga invece di pensare all’amore. L’amore. Quante volte si era sentita così spiazzata davanti ad un uomo? Non riusciva nemmeno a ricordare da quando non pensava seriamente ad una relazione. Aveva osteggiato gli spettri di una sempre crescente attrazione per il collega con tutte le sue forze. Fiera soldato Jane che non teme le debolezze di nessun tipo. Per poi fallire al primo appuntamento crollando ai suoi piedi. L’elemento esterno. Ecco qual’era la soluzione! L’elemento esterno era stato essenziale per far scattare la molla a Booth. Emmerich era l’elemento esterno. Ad un tratto un sussulto la fece vibrare. E se la morte del capitano Osbron fosse legata ad un elemento esterno? Si toccò la fronte. Nel giro di qualche minuto era già per la strada.
Quando Booth sentì vibrare il telefonino ebbe una mezza sincope. Pensò immediatamente a Emmerich. Niente da fare, era Bones.
“Che è successo? Cristo sono quasi le due di notte”
“Ho capito. Forse ho capito perché ha ucciso Osbron”
“Stai scherzando?”
“Un elemento esterno. Qualcuno che disturba il suo disegno iniziale!”
“Già Bones, si chiamano indagini”
“No, pensaci Booth, quando mai un serial killer del genere si preoccupa di centrifugare le ossa di un capitano di polizia? Almeno non uno con la propensione alle madri di famiglia” l’agente ci pensò. Era sensato. Prima di mettere giù, Booth si ricordò di Parker, non poteva recarsi all’appuntamento che Bones gli aveva proposto pochi secondi prima. Inevitabile fu proporle di salire da lui.
Quando giunse in piena notte a casa sua, la donna era fradicia dalla testa ai piedi.
“Ha iniziato a piovere all’improvviso, non avevo un ombrello”
“Si capisce” erano entrambi imbarazzati. Booth con il sapore di Emmerich ancora sulle labbra. Lei con il fuoco mai sopito che la spingeva nella sua direzione.
“Mi dispiace essere piombata così in casa tua. Ma sono davvero convinta di quello che dico”
“Togliti questa roba bagnata” così dicendo le sfilò il soprabito. Inavvertitamente si ritrovarono abbracciati.
“Booth… che fai?”
“No, scusa. Volevo solo… ti prenderai un bel raffreddore se non ti spogli”
“Me ne rendo conto” Temperance accettò un suo pigiama. Dopo essersi asciugata in bagno, uscì con quel buffo abbigliamento.
“Ti sta grande all’inverosimile”
“Perché porti roba tanto brutta per dormire?” domandò riferendosi ai buffi coniglietti stampati sul pigiamone di flanella.
“Mia madre…”
“Ok, non dire altro” annuì prendendo posto accanto a lui sul divano. Booth non resistette alla tentazione di essere galante.
“Il pigiama è brutto da far spavento, lo stesso non si può dire della creatura che ci sta dentro” tossicchiò, “sei stupenda Bones”
“Non è il caso che tu dica questo”
“Non volevo offenderti, scusa”. Dopo qualche secondo di imbarazzo Bones tirò fuori dal portatile tutti gli appunti sul caso. Dibatterono fino alle sei del mattino. A quel punto avevano entrambi troppo sonno. “Dormiamo un po’ o facciamo colazione?” chiese Booth. Si girò e scoprì che si era addormentata circondata dai fascicoli. Booth fu assalito da un senso di tenerezza assoluto. Avrebbe voluto baciarle i capelli, le palpebre chiuse, le mani da bambina. La prese in braccio e cambiò il suo giaciglio. Il divano fu sostituito dal letto matrimoniale. “Sei bellissima” le sussurrò accarezzandole i capelli. Lei emise un gemito sommesso prima di ripiombare nel sonno.

domenica 15 febbraio 2009

Bordeline, quattro è il numero perfetto cap 1

Clayton McCarthy

Capitolo 1


William McCarthy sapeva farsi rispettare, almeno il più delle volte. Se al ristorante qualcuno veniva servito prima di lui, alzava il sopracciglio destro e adocchiava il cameriere in segno di sfida. Ma il più delle volte stava zitto. Sapeva farsi rispettare durante le file al cinema o ai vari spettacoli teatrali. In qualsiasi occasione nella quale la sua supremazia fosse messa in discussione.
Ma a letto non c’era supremazia né rivalità. Tra le lenzuola preferiva stare sotto.

Heath Burton e William McCarthy, il giorno che la loro amica Stacy mise al mondo la sua bambina, a cui ebbe l’infelice idea di metter nome Vanilla, stavano insieme da tre anni, sette mesi e undici giorni.
Un bel record per una coppia perennemente accerchiata da predatori.
Musicisti, compositori, faccendieri, impresari, agenti vari, giornalisti vari, e, naturalmente, spettatori vari. Più specificatamente fans. Sì, perché William di mestiere faceva il direttore d’orchestra, uno dei più in voga a New York e Heath era un cantante e, all’occorrenza, sapeva anche ballare.
Malgrado questo erano sempre stati fedeli l’uno all’altro. Non erano una coppia aperta, anche se erano mentalmente aperti e non giudicavano quelli che preferivano far sesso in giro giustificandosi che, per l’appunto, si trattava solo di sesso e nessun coinvolgimento emotivo. Ecco perché quando Heath incontrò lo sguardo birichino di Jake Keane, un ginecologo fortunatamente nello stesso vagone della metropolitana il giorno che Stacy diede alla luce Vanilla, quando incontrò il suo sguardo dicevamo, beh non parliamo di scintille, né di chimica sessuale, né tanto meno voglia di trasgressione: fu subito amore.


La metropolitana brulicava di gente come ogni giorno. Heath si era svegliato di cattivo umore quella mattina, la continua frequentazione con Stacy lo stava stremando. Era come se gli ormoni in subbuglio della gravida fossero contagiosi e stessero insidiando il suo equilibrio. Ma voleva bene alla sua collega, e da quando lei aveva deciso di tenere il bambino, il risultato di un condom tanto trascurato da rompersi sul più bello, lui e William non le avevano mai fatto mancare nulla. La viziavano, la incoraggiavano, la accompagnavano alle varie visite, ecografie, a comprare culla e tutto l’occorrente per la sua piccolina. Di fatti, quel giorno si stavano recando in clinica per controllare il battito fetale.
Alla data presunta mancavano una manciata di settimane.
“Non puoi capire quanto odio dover salire sulla metro!” esordì in un sospiro, “ci fosse stato almeno un cane che mi avesse offerto il posto”.
“Da qui nemmeno si vedono i posti, Stacy. Porta pazienza”.
“Ma quale pazienza! Ho i piedi gonfi, devo pisciare e questa piccola peste non la smette più di giocare a calcio con il mio fegato” non fece in tempo a pronunciare la parola fegato che una frenata improvvisa e inattesa scaraventò tutti in avanti. Non fu panico ma qualcosa del genere. Tutti iniziarono a vociferare. Bomba, attacco terroristico furono le opzioni più gettonate. Niente di così grave, per fortuna. Ma nemmeno c’era da stare allegri. Il mezzo sul quale viaggiavano aveva problemi. Almeno fu quello che specificò scusandosi il conduttore del mezzo attraverso la radio di bordo.
E fu in quel preciso momento, in quel preciso istante, che Vanilla decise di venire al mondo. Così. Senza preavviso, una mezza secchiata d’acqua cadde tra le gambe della ragazza e sulle Hogan del ragazzo.
“Cosa è stato? Si sta allagando la metro?”.
“Oddio, Heath, no no no!”.
“Cosa?”.
“Mi si sono rotte le acque”.
“Stai scherzando, vero?”.
“Vaffanculo, Heath, secondo te scherzerei su questo?” infatti, non scherzava. Di lì a poco l’attenzione fu tutta per loro due. Le porte si aprirono e miracolosamente la gente cominciò a defluire fuori.
“Stai calma Stacy, ora possiamo scendere e tu presto sarai in clinica dove una brava equipe farà nascere la tua bambina”.
“Ma cazzo, come? Dico: hai visto quanta distanza c’è tra il muro e la metro? Mi dici come cazzo ci passo io?” un sospiro di solidarietà delle poche persone rimaste fece intendere che altre donne e uomini avevano lo stesso suo problema. Non erano incinti, solo obesi. Tutti tranne uno. L’unico uomo in forma si avvicinò alla donna con fare cordiale.
“Ora si stenda”.
“Perché mi dai ordini?”.
“Sono un medico, un ginecologo per sua fortuna”.
“Ah sì? E chi me lo dice che non sei un depravato che vuole frugarmi tra le gambe?”.
“Tranquilla. Sono davvero un ginecologo e sono pure gay” sorrise esibendo il tesserino della Columbia hospital oltre ad un sorriso degno di Hollywood.
La ragazza fu fatta stendere.
“Gli uomini si voltino!” gridò deciso il medico. Sapeva il fatto suo, pensarono.
“Mio Dio... ” enunciò.
“Mio Dio? Perché mio dio?” chiese ansioso Heath.
“Non si preoccupi suo figlio è in buone mani”.
“Perché dice questo?”
“Non è suo figlio” corresse Stacy. L’interesse dei presenti stava diventando palpabile.
“Si sente la testa. Sta uscendo”.
“Ma non è possibile! Cazzo, cazzo, cazzo!” sbraitò Stacy.
“Non si preoccupi, non è il primo bimbo che faccio nascere. Ok, è il primo che tiro fuori dentro una metropolitana ma non è così grave. Deve solo respirare a fondo e quando sente di dover spingere, spinga”.
“Ma non sarà pericoloso?” chiese Heath
“Tranquillo” ammiccò. Era gay, era bello, era un dottore. Heath era già innamorato perso.
E lo fu ancora di più quando lo vide sporco di sangue dalla testa ai piedi, tenere tra le mani un frugoletto poco più grande di un bambolotto.
“Complimenti signora, proprio una bella bambina” tutta la metro si congratulò tanto con Stacy, tanto con l’intrepido dottore. Nell’ora successiva furono condotti fuori.

La nascita di Vanilla fu un vero evento. Ogni emittente televisiva, radiofonica, giornale e qualsiasi altro mezzo di comunicazione ne parlò. Finì persino nella home di Yahoo!
“Donna di ventisette anni partorisce dentro alla metropolitana in avaria” annunciò a gran voce Liam Spencer. “E sapete chi ha permesso questo miracolo? Niente di meno che il mio meraviglioso boyfriend” Jake Keane si ritrovò la bocca tappata da un bacio. Un lungo bacio che significava congratulazioni.
Il direttore della Emilton Life era su di giri. E non era da lui trattandosi di un tipo taciturno, pure un po’ orso. E non gli piaceva mostrare simili manifestazioni d’affetto davanti a chicchessia. Ma gli era piaciuta l’idea di festeggiare il suo ginecologo eroe. Aveva organizzato un piccolo party nel suo attico a Park Avenue.
Non amava pavoneggiarsi quando portava a termine un grosso affare come ad esempio tre mesi prima quando era riuscito nell’impresa di acquistare a prezzo stracciato un’altra industria farmaceutica caduta in disgrazia. Era un asso negli affari Mr. Spancer. Ed era per merito dalla sua passione che gli riusciva facile qualsiasi impresa. Ma quel giorno era Jake al centro dell’attenzione, per un motivo di gran lunga più nobile. Aveva salvato due vite.
Prima della nascita di Vanilla avvenuta in 5 Marzo del 2008 in metropolitana, Jake e Liam stavano insieme da dodici anni, 4 mesi e ventuno giorni. Era, come si usa dire, una coppia consolidata. Tra loro c’era una certa differenza di età quantificabile in diciotto anni anche se, ufficialmente, erano solo tredici. Questo perché quando si erano fidanzati Liam era il suo professore di chimica e Jake uno studentello quindicenne. Jake era talmente abituato a dire che aveva trentadue anni da aver dimenticato la sua vera età. Avrebbe finito per invecchiare prima, temeva, ma il risultato era che tutti gli dicevano che se li portava alla grande.
Dopo essersi congratulati con lui gli impiegati della Hemilton e amici vari tornarono ai loro drink e alle loro chiacchiere.
“Sei contento?”.
“Sono un po’ stufo”.
“Dovresti goderti tutta questa notorietà, hai lo studio sempre pieno zeppo ultimamente, no?”.
“Già, fantastico, ormai non ho più nemmeno il tempo di dormire”.
“Sei un eroe, quelle donne si fidano di te”.
“Chiunque lo avrebbe fatto al mio posto”.
“Scherzi? Non fare il modesto” E diede una forte pacca sulla spalla al suo fidanzato. Dopo di ché tornò a parlare con Patricia Weber, il suo vicedirettore.


William baciò teneramente la spalla del suo uomo. “Ti aspetto a letto” enunciò. Heath annuì con disinteresse. Fingendo di controllare la posta, attendeva che la luce con il nickname Victim for love comparisse su msg. Sbuffò. Decise di chiamarlo. Non poteva continuare ad aspettare. Avevano chattato solo una volta e a lui era sembrato meglio di fare l’amore. Pensò che fosse proprio un comportamento da deficienti. Il suo ragazzo lo esortava a venire a dormire con sensualità, e lui che faceva? Invece di ingranare la quarta e buttarsi tra le sue braccia aspettava una luce in fondo allo schermo? Era furioso con se stesso ma non fu capace di evitarlo. Prese il cellulare e scrisse l’sms.
Ti aspetto su msg, vieni?
Sono occupato ora, se resti, sveglio magari dopo, ti chiamo…
Non posso, il mio ragazzo mi vuole. Allora ci si vede domani?
Certo, a domani.

sabato 14 febbraio 2009

Io con un uomo mai capitolo 4




“Mi vuoi rispondere ora?”
“Non capisco perché ti scaldi tanto”
“Mi scaldo tanto perché continui a tergiversare. Ti ho chiesto: perché, ora”
“Ok, vuoi sapere la verità?”
“Sì”
“Va bene. Ok. Ok” sospirò “Non lo so. Ok? Non lo so, perché ora. Sono anni che ci penso. Sono anni sogno questo momento esatto, perché rovinare tutto? Ora che finalmente ci siamo… avrei dovuto far passare altro fottuto tempo?”
“Deduco che non hai fatto passare altro tempo perché la tua virilità aveva bisogno di conferme”
“Che stai farneticando?”
“Lo sai benissimo, Booth. È triste quando le certezze vacillano, proprio tu che ti credevi tanto immune ti sei fatto abbindolare da quell’incantatore di serpenti. Da un predatore senza scrupoli”
“Eh?”
“Ora fai finta di non capire? Lo sai benissimo”
Già, lo sapeva, il fatto è che non voleva saperlo. Abbassò la testa scoraggiato. L’erezione era sotto terra come il suo amor proprio. Dove sarebbe finita la sua decantata virilità? Probabilmente era corsa dietro al condom. Temperance si alzò di scatto togliendosi l’ingombrante corpo di Booth con una spinta. Nel giro di due minuti era già vestita con tanto di cappotto.
“E te ne vai così?”
“Sta tranquillo Booth, mi conosci. Non parlerò di questo a nessuno. Anzi, per essere sinceri per me stasera non è successo niente, non cambierà assolutamente niente tra di noi”
“Come fai a dirlo? Cioè io…”
“Lui ti piace”
“Non è vero”
“Chi non ti piace?”
“Cosa?”
“Ora torni a fare il finto tonto?”
“Bones io… fermati, parliamone!”
“E di cosa? Di cosa vuoi parlare esattamente? A sì forse del fatto che volevi fare sesso con una donna per dimostrare a te stesso che non è cambiato niente. Ma non ti bastava una qualsiasi, volevi me. Ti rendeva più mascolino farti un antropologa forense rispetto a un infermiera o una segretaria qualsiasi? C’era bisogno di compromettere un’amicizia di anni…”
“Hai appena detto che non sarebbe cambiato niente tra noi”
“Esatto. All’apparenza. È quello che ti interessa, giusto? L’apparenza. Booth, non ti preoccupare. Nonostante tutto sei sempre lo stesso. Nessuno lo ha capito” con un sorrisetto maligno aggiunse “nessuno tranne il diretto interessato” a quella ennesima provocazione, l’agente sbottò,
“Ora finiscila! Non c’è niente che Emmerich possa aver capito perché non c’è nulla da capire”
ma lei proseguì l’arringa come se niente fosse.“Non ti preoccupare, non sei diventato gay. Sei solo caduto nella sua rete. Non dubito che lui ti farà divertire. Sei consapevole Booth che quando ti avrà convertito ai piacere omosessuali del caso, farai la stessa fine di quel preservativo non consumato?” dopo un ultimo sguardo carico di tensione, se ne andò.
Appena dentro l’ascensore, la dottoressa Temperance Brennan si mise le mani nei capelli. Aveva voglia di piangere. Ecco, l’aveva rifatto. Il suo ego perfezionista aveva avuto la meglio come altre mille volte gli era successo. Proprio ora che poteva esserci una cosa buona con lui l’ho buttata via. Ma non era l’occasione persa ad accecarla dal dolore. No, era ben altro. Era la consapevolezza di averlo sempre amato. Amava Seeley Booth. Non lo voleva ammettere ma ora c’era arrivata. E soprattutto era arrivata a capire il suo risentimento per Emmerich. Lui non si sarebbe lasciato sfuggire la notte d’amore con Booth, se ne sarebbe fregato delle quisquiglie. Ma erano davvero quisquiglie? No che non lo erano. Ed era facile comprendere come il suo atteggiamento dissacrante e disorganizzato fosse affascinante per Booth. Senza dimenticare che poteva essere tutta una manovra. Emmerich era un Profiler, un uomo capace di cambiare pelle come i serpenti e di entrare nell’anima della gente. Eppure c’era un dubbio, o forse anche di più, che non fosse tutto finto. E molto probabilmente c’erano davvero tra loro quelle vibrazioni. Temperance se n’era accorta. Il loro continuo guardarsi di sottecchi, di muoversi in perfetta sintonia, e del modo in cui Emmerich cercava Booth e di come Booth riuscisse sempre a farsi trovare. A confermare il tutto il fatto che Booth, nonostante lo trovasse goffo e inopportuno quanto lei, lo difendeva sempre. Sospirò una volta giunta dentro il taxi che l’avrebbe riportata a casa. Ora era chiaro perché fosse così gelosia di lui. E non le restava che smettere di pensare a quello che aveva perso ma di recuperare almeno in parte, il suo vecchio rapporto con Booth.


“Allora, raccontami tutto” il temuto faccia a faccia con Angela Montenegro giunse la mattina dopo alle nove in punto come una catastrofe necessaria. Possibile che con tutto quello che c’è da fare si trova il tempo di spettegolare?
“Niente” rispose tristemente poggiando una pila di fascicoli sulla sua scrivania, “ora diamoci da fare con questi. Sono i reperti autoptici…”
“Finiscila, così male? Ma che è successo?”
“Angela ti prego”
“Temperance, ti prego”
“Ok, niente. Niente nel senso che non lo abbiamo fatto”
“E perché? Voglio dire, una questione di galanteria o ti sono venute le mestruazioni?”
“Nell’una e nell’altra supposizione” in quella furono interrotti da un inserviente venuto a liberare i cestini.
“Allora cosa?”
“Non è successo per i giusti motivi”
“Sarebbe a dire?”
“Io dovevo essere una specie di scaccia omosessualità” il volto di Angela si fece scarlatto,
“COSA?! Stiamo ancora parlando di Seeley Booth? Dell’agente speciale Seeley Booth, quel Booth?”
“Ha un cotta, o qualcosa di simile, forse una curiosità sessuale non so come definirla, per Ian Emmerich”
“Non è possibile, pure lui!”
A quella la dottoressa dondolò la testa contrariata, “Solo io sono immune al fascino di quell’uomo?”
“Ma cosa… ma come, voglio dire: te l’ha detto lui?”
“No, non lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura. L’ho capito da sola” la conversazione cessò bruscamente con l’arrivo di Cam e Hodgins. Iniziarono una specie di riunione che tenne per qualche minuto almeno, la mente di Temperance occupata.


Booth si svegliò di soprassalto, aveva fatto di nuovo quell’incubo. Lui e l’assassino che centrifugava le sue vittime faccia a faccia. Aveva la pistola, aveva quella fottuta pistola nella fondina, ma non riusciva proprio a tirarla fuori. E lui, solo l’idea di un mostro, niente di umano e concreto, lui si avvicinava pronto a riservargli la stessa sorte del capitano Osbron. Faceva paura quel mostro, quasi quanto i mostri con i quali dovette combattere la notte dopo la debacle con Bones. Aveva fallito, il suo tentativo di seduzione era andato a puttane. No, la sua virilità era completamente andata a puttane. Ufficialmente, almeno per la dottoressa Brennan, lui era un omosessuale. Solo a pensarci si sentì male. Omosessuale. Esisteva parola altrettanto spaventosa? La sua mente, riservandogli un tiro mancino, cominciò a sciorinare tutta la serie di sinonimi che ben si adattavano a quelli come lui. Uomini sessualmente attratti da altri uomini.
Checca
Finocchio
Rotto in culo
Ciuccia cazzi
Frocio
Invertito
Pederasta
Diverso
Perverso
Sodomita

Feminuccia

Provò a pensare ad altro mentre cercava di capire che ore fossero. Meccanicamente prese il cellulare in mano. Non erano nemmeno le sette. Mentre si faceva una lunga doccia rivide il film della tremenda serata con Temperance. Fino al ristorante erano stati bene, e nemmeno il connilingus era stato male, anzi… dopo varie riflessioni decise che non poteva essere gay perché a lui le donne piacevano, piacevano tantissimo. Ci sapeva fare con l’altro sesso, aveva un figlio. Era cattolico. Pertanto le illazioni di Bones erano solo illazioni, niente di concreto.
Arrivò negli uffici dell’FBI piuttosto rilassato. Ma durò poco. Un bel giovane biondo, più o meno dell’età di Emmerich, gli chiese un’informazione, Booth rispose educatamente, l’altro ringraziò e sorrise. Ha ammiccato! Sì, ha proprio ammiccato. Ha capito che sono… come lui. Di nuovo i sinonimi a torturagli la coscienza. Per fortuna il Profiler causa di tutti i suoi dubbi, quella mattina non si fece vivo. Non essendoci ancora un nuovo capitano, Jennifer Power, la sua vice, presedieva il posto vagante. Incrociò Booth davanti al distributore del caffè.
“Dov’è il Profiler?”
“Perché dovrei saperlo?”
“Perché lavorate insieme Booth, te lo sei scordato?”
“Non ne ho idea”
“Ci sono delle novità ma si tratta di documenti strettamente riservati”
“Stiamo parlando del killer della centrifuga?”
“No, di mia nonna. Certo che stiamo parlando di lui! Cristo, stallone, dove hai la testa?” oddio, ora lo chiamavano tutti stallone? Non bastava Emmerich. Proprio mentre stava per allontanarsi da lei il suo telefonino vibrò nel taschino della giacca. Pregò che non fosse Bones. Era la madre di suo figlio. Doveva tenere Parker quel fine settimana. La donna aveva in programma un lungo week and in un posticino caldo con il suo attuale compagno, voleva conferma che sarebbe stato con lui a partire da giovedì. Ne fu contento. Stare qualche ora in più con suo erede lo avrebbe aiutato a scacciare dalla sua testa quei maledetti dubbi.


Temperance non odiava Booth, anzi, ora che aveva rivelato questa piccola debolezza, lo trovava ancora più attraente. E quando per motivi strettamente professionali si trovò al suo cospetto, provò a smorzare tutti i ricordi che la riportavano a quella sera. Erano passati solo due giorni.
“Dove stai andando con tanta fretta?” chiese Cam al suo ex boyfriend. Erano nei pressi del laboratorio. Erano rimasti in buoni rapporti. Bones fu terrorizzata all’idea che lui nominasse Emmerich o qualche misterioso amico. Rivelò che stava andando a prendere suo figlio per passare l’intero fine settimana con lui. Lei tirò un sospiro di sollievo. Il nemico sembrava lontano.
Parker fu felice dei nuovi videogiochi che suo padre gli aveva regalato . Malgrado avesse tanto da fare, Booth trovava sempre il modo di sorprendere suo figlio. Quella sera andarono da Mc Donald’s e poi subito dopo al cinema. Il venerdì dovette per forza di cose recarsi al lavoro e al Jeffersonian. Parker lo seguì. Sabato però cominciò a sentire la mancanza di Ian e questo gli fece piombare il morale sotto i tacchi. Aveva scoperto che era stato richiamato a Quantico per una questione riservata. Era in Virginia. Avrebbe dovuto sentirsi protetto data la distanza tra di loro. Ma non era così. Si sentiva un verme. Moriva dalla voglia di chiamarlo e più di una volta aveva considerato di farlo mentre era solo seduto sulla sua poltrona preferita con i mano il telefonino. Lo aveva stretto guardando lo schermo pieno di dubbi e paure ma anche di una felicità disordinata e tutta nuova. La sola idea di risentire quella voce lo turbava da morire. Sapeva cosa avrebbe provato, di questo aveva paura. Lui, che non temeva la morte o i delinquenti con i quali si scontrava ogni giorno o quasi, aveva paura di ammettere ciò che provava. Colmo di dubbi si chiese: Perché non mi ha più chiamato? Non restavano mai più di due giorni senza sentirsi ed era sempre Emmerich a cercarlo. Si alzò di scatto nervoso. Trovò Parker addormentato davanti alla tv. Lo prese in braccio e lo portò nella camera a lui riservata. Erano le undici passate. Se lo chiamo ora penserà che sono pazzo... già, che sono pazzo di lui. Perché come ha giustamente detto Bones: lui ha capito tutto! Passò altri dieci minuti in quello stato e, alla fine di una lotta impari contro i suoi demoni, pigiò il suo nome. Era libero.
“Emmerich” pronunciò con il suo marcato accento del sud.
“Sono io”
“Lo so che sei tu”
“Allora perché non rispondi pronto e basta?”
“Sono in un caffè pieno di gente e ci sono un paio di pollastrelle che mi stanno guardando. Se rispondo così faccio più scena, giusto stallone?”
“Sei ancora a Quantico?”
“Ti manco già?”
“Finiscila”
“In realtà sono a pochi passi da casa tua” a quella Booth si alzò in piedi come se il suo posto avesse cominciato a scottare.
“Ok, bello, se ti manco tanto possiamo anche vederci”
“Non dire fesserie, e poi sono a casa con mio figlio. Non mi posso muovere”
“Vengo io da te” che idea assurda! La gola gli si seccò all’istante. La lingua si attaccò al palato e la salivazione giunse allo zero. Se non era amore quello, qualcosa di molto serio stava attaccando il suo sistema immunitario.
“Non so cosa dire…” Come non sai cosa dire, pezzo di deficiente! Quello lì, a casa tua… e poi c’è Parker… no questa è una cosa buona, non può succedere niente se c’è Parker, e poi perché diavolo dovrebbe succedere qualcosa?
“Tesoruccio, sei ancora in linea?”
“Ehm?”
“Non dirmi l’indirizzo, lo so già. Ti devo portare qualcosa o hai già mangiato?”
“Sono le undici passate, vuoi che non abbia cenato?”
“Tacos. Tu ed io che mangiamo Tacos seduti sul tappeto e guardando tv spazzatura. Non è un buon programma?” sembrava fattibile.
Lo stomaco di Booth rumoreggiò. Il cinese non lo saziava mai. Non rispose. Emmerich gli garantì che stava arrivando.
Nell’attesa Booth si trastullò con un video gioco dal titolo poco rassicurante: Teste mozzate. Come c’era finito nei videogame di Parker? Il suono del campanello gli arrivò dritto al centro del cuore. Aprì. Sotto il piumino da motociclista Ian Emmerich indossava una felpa scura con incise le iniziali di una nota marca francese. Un pantalone nero copriva le lunghe gambe toniche. Aveva il fiatone. Per un attimo Booth si domandò se non fosse agitato quanto lui. Improbabile. Piuttosto sembrava avesse appena finito di fare ginnastica.
“Entra” enunciò il padrone di casa quando fu in grado di parlare. Il suo stato d’animo era a dir poco inquieto. “Dov’è il bagno, me la sto facendo sotto” Booth lo indicò. Prima di allontanarsi Ian Emmerich appoggiò sul tavolo l’involucro di cartone dal quale usciva un intenso odore di cucina messicana. Una volta tornato in sala da pranzo, si andò a sedere sul divano accanto al collega. Si guardò intorno. Da bravo Profiler qual’era, nulla di quell’arredamento lo sorprendeva. Sorrise sornione.
“Tuo figlio dorme?”
“Già”
“Ok, mangiamo”
“Ok” la timidezza di Booth confermava alla grande tutto! E per Ian non era un mistero il motivo di tanto impaccio.
Booth accese la televisione e, come da programma, mangiarono Tacos seduti sul tappeto e guardarono tv spazzatura.
“Non ti va di dirmi perché hai dovuto lasciare la città così su due piedi?”
“Perché invece non parliamo della tua cattiva settimana?”
“Cosa ti fa pensare che io abbia avuto una cattiva settimana?” rabbrividì. Dannato Profiler, ha già capito tutto.“Punto primo perché non c’ero io. Secondo perché è successo qualcosa di cui, logicamente, non parlerai però valeva la pena farti sapere che so”
“Cosa sai?”
“Che è successo qualcosa di cui non vuoi parlarmi”
“Tu… tu sei così dannatamente presuntuoso” Booth tracannò la sua birra. Fece lo sbaglio di fissarlo negli occhi. Ian sorrise e gli fu un po’ più vicino di quanto già non fossero.
“Tu invece sei così dannatamente sexy”
“Non fare così…” Booth provò ad allontanarsi da lui ma per quanto si sforzasse di essere normale, ogni suo atteggiamento tradiva disagio. E in quel caso, disagio era sinonimo di attrazione. I sodomiti finisco a bruciare all’inferno, gli diceva sua nonna. Si sentiva già i tizzoni ardenti lambire i piedi, solo che non c’era dolore.

sabato 7 febbraio 2009

Io con un uomo mai, capitolo 3


Capitolo tre



Temperance scese dalla sua macchina. Compostamente afferrò la sua borsa posta sul sedile posteriore. Aveva ricevuto una telefonata improvvisa da parte del Jeffersonian. Il teschio, probabilmente appartenuto ad un capo indiano, rinvenuto in Texas, era appena arrivato. E lei doveva occuparsene. Essendo in cattivo stato già sapeva che sarebbe stato un lavoro lungo, complicato e anche un tantino noioso ma era senz’altro meglio che occuparsi delle vittime del killer della centrifuga. Aveva la testa tra le nuvole quando si trovò al cospetto di un Booth affannato. Non era buon segno.
“Non mi dire, un’altra”
“No Bones, non si tratta di questo”
“Ok, allora dimmi. Cosa vuole l’FBI da me?”
“Ehm, Temperance io” Brennan non riusciva a credere alle sue orecchie. Il suo viso era incredulo.
“Come mi hai chiamato?”
“Temperance”
“E da quando in qua sono Temperance?” Lei camminava spedita verso l’ufficio, lui faticava a starle dietro.
“Ok Bones, ti fermi quando ti parlo?” così dicendo l’afferrò per un braccio e la costrinse gentilmente ma con fermezza a guardarlo.
“Mi aspettano, è stato ritrovato un teschio in Texas appartenente ad un”
“Morto, è morto no? Non si offenderà se aspetta qualche minuto, sei d’accordo?” Osservando l’ansia che tradiva ogni gesto, Temperance capì che c’era davvero qualcosa importante che lui doveva confidargli. Erano nel parcheggio del Jeffersonian, non proprio il posto ideale per pianificare un incontro galante. Di sicuro poco romantico. Booth la fissò nel gli occhi cercando di essere sentimentale ma con la paura fondata di apparire ridicolo.
“Usciamo stasera?”
“Usciamo?”
“Sì, usciamo. Intendo a cena”
“Un appuntamento?”
“Sì” lui si guardò le punte delle scarpe ripetendo “Sì”
“Non capisco, c’è qualcosa di cui mi vuoi parlare durante questa cena? Qualcosa che non possiamo dirci al solito bar?”
“No, è un appuntamento Bones. Un appuntamento vero. Lui la viene a prendere, lei è raggiante, o qualcosa del genere”
Nonostante il gelo totale, lei mantenne un atteggiamento quasi inespressivo. Quasi.
“Ho capito” sussurrò. In realtà non aveva capito niente. Temprance Brennan non pensava più al pelle rossa morto duecento anni prima. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni ma Booth non le diede la possibilità. Fece sapere che alle sette e mezzo sarebbe venuto a prenderla sotto casa e tanti saluti. Se ne andò impacciato simile ad un adolescente alla prima cotta.
Temperance restò per qualche secondo interdetta. Non riusciva a credere che lui le avesse chiesto un appuntamento, un appuntamento vero e proprio. No, non riusciva a credere che a pochi giorni dalla morte del capitano Osbron e dal rinvenimento dell’ennesima vittima del killer della centrifuga, ma, soprattutto, non riusciva a capacitarsi che stesse pensando intensamente a lui e al sesso? Ora doveva riflettere, era costretta a riflettere su quello che provava per Seeley Booth, questione dalla quale aveva rifugiato da sempre. E ora, in un garage sotto il palazzo che gli forniva il lavoro della sua vita, lei era costretta a prendere coscienza su questo e su tante altre cose, non sarebbe stato più facile rifiutare? Il problema vero era che lui le piaceva. Aveva da tempo smesso di raccontarsi balle, lui le piaceva e da lui si sentiva attratta. E da quando si era messo a far combriccola con quel farabutto di Emmerich non c’era da sperarci tanto.


Se il suo raziocinio non l’avesse abbandonata quel pomeriggio non sarebbe stata chiusa nel suo bagno con un rasoio in mano. Più di una volta, in prossimità di un incontro galante, si era chiesta perché la civiltà evoluta abbordasse in maniera così definita la peluria. In particolare quella femminile. Certo, era igienico, il proliferarsi di batteri era scongiurato, ma non si andavano forse ad intaccare il libero divulgarsi dei ferormoni? L’odore non era responsabile anch’esso della riproduzione e dunque della salvaguardia della specie? Ci passerà delle ore in apnea stanne certa, togliti tutti i peli che puoi, le aveva suggerito Angela. Cosa te lo fa pensare? Le aveva chiesto. Senza reticenze le aveva fatto sapere delle confidenze di Cam, loro superiore non ché ex ragazza di Booth. Così era venuta a conoscenza di questa abilità. Pare che non si stanchi mai. Un vero alcolizzato del clitoride. Aveva precisato la Montenegro. Bones in passato era stata un po’ gelosa di Cam. Tra qualche ora probabilmente sarebbe stata tra le stesse braccia nella quale si era persa Soraya qualche anno prima, allora perché continuava a sentirsi sciocca? Si sentì ancora più stupida quando dalla borsetta prese uno specchietto. Controllò se la depilazione fosse accettabile. Osservò il bocciolo rosa non più grande della punta di una matita. Tornò a pensare alla dottoressa Soraya. Probabilmente la sua origine africana le avrà reso un clitoride molto più attraente di questo. Si sentì infantile e mise da parte lo specchietto. Si sentì talmente giù che fu sul punto di rinunciare.
“Di certo Ian Emmerich non si controlla lo scroto prima dei suoi appuntamenti!” pronunciò ad alta voce. Le venne da ridere. Con chi scopava Ian Emmerich? Probabilmente con nessuno, “è troppo pieno d’io per una vita sessuale appagante”. Si accorse che era tardi. Doveva indossare quel vestito rosa cipria pro-stupro che le aveva imprestato Angela anche se era troppo scollato e la trasparenza non lasciava granché all’immaginazione. Non riuscendo a decidersi su quale perizoma fosse più adatto, osò un nude look, di certo il virgulto agente dell’FBI avrebbe apprezzato. Tanto sarebbe finito brandelli al primo assalto. Considerò. Mise una sciarpa viola attorno al collo e celò la sua femminilità in un cappotto marrone pregando un dio nel quale non credeva che Booth avesse prenotato nel ristorante meglio riscaldato della città.


“Dio mio, Bones, sei bella da togliere il fiato”
“Finiscila di guardarmi come se mi vedessi per la prima volta” non era autentico imbarazzo quello che provava Temperance. Aveva previsto la reazione di Booth. Stavano andando a cena fuori. Lui era in ghingheri almeno quanto lei anche se sarebbe stato attraente pure in tuta da ginnastica.
Aveva prenotato un tavolo al ristorante giapponese più in voga in quel momento. Durante il pasto non riuscirono a trattenersi dal tenere il lavoro lontano dai loro discorsi. Booth non aveva fame. Almeno non di cibo. Il seno esageratamente esposto gli aveva fatto venire una gran voglia di tornare poppante. E poi quel sedere all’aria. Dio mio, se non ci fosse un uomo accanto a lei chiunque si sentirebbe in dovere di saltarle addosso, pensò sentendosi cavaliere e desideroso di proteggerla.
“Dunque quella poveretta portava in grembo il suo primo figlio, Bones?”
“Esatto. Per via dei fianchi”
“C’è un cambiamento, di solito le sceglie già madri”
“Già. Come state messi?”
“Non bene. Non abbiamo molto su cui lavorare. Indizi, false piste, mitomani che continuano a sommergerci di segnalazioni”
“Ancora sakè?”
“Vuoi farmi ubriacare?”
“No, volevo solo essere carina con te”
“Lo sei davvero tanto… carina con me” Booth allungò la mano e accarezzò la sua. Temprance era interdetta. Per qualche secondo le sembrò una specie di sacrilegio. Era quasi incestuoso. Ma i bicchierini di sakè contribuirono a confonderla. E la confusione tenne lontani dubbi e fantasmi.
“Chiedo il conto, Bones?”
“Ottima idea”.
Appena varcata la soglia dell’appartamento di Booth, si saltarono letteralmente addosso. Lei lo sapeva che sarebbe finita così. Si desideravano da impazzire da troppo tempo.
La bocca di Booth era calda e accogliente, il suo sapore inebriante. La guardò con gli occhi lucidi di passione.
“Che c’è?” domandò lei.
“No, solo che ehm, stavo pensando”
“A cosa?”
“A quanto l’ho desiderato, ho desiderato che accadesse senza saperlo davvero, senza rendermene conto”
“Magari senza volerlo ammettere, dirai”
“Già, è come dici tu” e un nuovo attacco di baci, e di nuovo le lingue a duellare.
“Anch’io ti desideravo” ammise la scienziata. Lui le afferrò un seno. Tra le dita il capezzolo si inturgidì. Un gemito roco sfuggì alla ragazza. Lui era pronto per disegnarle una bella sottoveste di saliva ma si rese conto che erano al centro della camera da pranzo. Un uomo tutto d’un pezzo come lui aveva sempre preferito il letto. Lo riteneva il luogo deputato al sesso. In una manciata di secondi Temperance fu nuda. E non pensò più se la grandezza del suo clitoride o la consistenza del suo seno fossero adeguate. Era completamente in balia dei baci che l’uomo stava disseminando sul suo corpo come petali di rose dietro i passi di una sposa.
“Oddio” gemette languidamente quando le labbra di Booth trovarono il bottone. Clik. Avanti. Il pulsante accese anche il resto. Le furono sufficienti pochi minuti per raggiungere l’apice. Booth non aspettò che le contrazioni si fossero placate. Si alzò per spogliarsi. L’atmosfera si era fatta decisamente bollente.
Temperance collaborò alla -svestizione-.
“La tua struttura è magnifica” si lasciò sfuggire una volta che fu completamente nudo.
“Ti sembra il momento di parlare delle mie ossa?”
“Ma non mi riferivo solo alla struttura scheletrica, intendo tutto. Oddio, ho capito, ora da bravo maschio Alfa vorrai un complimento per le dimensioni del tuo pene”
“Beh, se senti che devi” la dottoressa si lasciò sfuggire un sorriso birichino.
“È davvero ehm, grande!”
“Solo grande?”
“Non lo so, che altro dovrei dire?” proseguì con tono da dissertazione scientifica: È privo di prepuzio quindi si evincono diverse possibilità”
“Ora basta parlare. No, decisamente, basta parlare” le fu sopra. I baci divennero di nuovo incandescenti.
“Ora inizia la parte più dura”
“Assicurarmi un orgasmo vaginale?”
“No, infilarmi questo maledetto coso” Booth tirò fuori dalla tasca della giacca l’involucro argentato. Al contrario di quello che raccomandavano le precauzioni d’uso, aprì con i denti.
“Potevi comprare l’extra large”
“Sulla confezione c’è scritto -particolarmente indicato a uomini alti e afroamericani-”
“Sull’altezza ci siamo, magari gli afroamericani hanno un pene lievemente più fino”
“Ok ci sono riuscito” sospirò. Tornò tra le braccia della donna.
“Tieniti forte bambolina, la giostra sta per partire”
“A cosa dovrei aggrapparmi esattamente?”
“E un modo di dire, Bones lascia perdere”. Lei premette la bocca tra l’incavo del collo e la spalla. Si perse nel suo odore virile. E nel momento in cui avrebbe dovuto lasciarsi andare completamente, un dubbio subitaneo e inatteso si frappose tra loro.
“Perché, mi chiedevo perché dopo quattro anni ora”
“Non tergiversare, sei abbastanza umida o devo darci una ripassatina?”
“No, Booth, me lo devi dire”
“Dai, è il momento giusto questo”
“No che non lo è, insisto, no! Siamo in piena crisi, entrambi. Uno spietato serial killer sul quale non abbiamo praticamente nulla ha ucciso barbaramente un tuo superiore e appena quarantotto ore fa eravamo davanti ad una donna scarnificata. Non credo sia questo il momento migliore”
“Magari lo è per me”
“Sarebbe a dire?”
“Ora basta, su sei bellissima”
“Sarebbe a dire?” il tono di lei si era fatto acuto.
“Ma sarebbe a dire cosa?” a quel punto la situazione sotto cominciava a farsi critica. E farsi scivolare di dosso tutto quel lattice non sarebbe stata una bella cosa.

Bordeline, quattro è il numero perfetto (in coming)

Due coppie molto innamorate. Due metà di queste coppie s'incontrano durante un evento eccezionale, e scatta la passione. Dopo il caos... ancora più caos. L'altre due metà spinti dalla cuoriosità spieranno nei rapporti telematici degli ex, s'incontreranno dando il via ad un'aspirale di gelosie, passioni mai sopite fino a giungere all'epilogo inaspettato suggerito dal titolo. Quattro è il numero perfetto.

In coming

lunedì 2 febbraio 2009

Un padre e un padre 3

Diavoli angelici


“Stavo pensando. Sì, stavo pensando che sarebbe magnifico se facessi parte della squadra”
“La squadra? Intendete dire, giocando?” Julian si allontanò da lui quel tanto da non sentirsi vulnerabile ai bassi istinti, “È quanto mai impensabile, sono un sacerdote, ho dei doveri per la comunità e…”
“Ma non è anche suo dovere dare una mano? Intendo per la raccolta fondi. Sarebbe davvero magnifico. Sono certo che voi ci sapete fare” ridacchiò. Padre Julian aveva proprio un debole per la sua risata e fu tramortito dalla felicità che gli infuriava in petto. Era vero, quando era con lui Robert sembra quello di sempre, quello prima della disgrazia. Il suo Robert. Non suo come loro era stato per Denise, ma in un certo senso, suo.
“Non so cosa dovrei rispondere…”
“Solo di sì. Voglio giocare accanto a te. Ti darò una mano con le regole”
“Le conosco le regole, magari sono un po’ fuori allenamento, sai, il fiato” il boscaiolo tornò vicino a lui. Julian ebbe il timore che stesse per abbracciarlo o qualcosa del genere. Si limitò a una non troppo innocente carezza sul braccio.
“Mi fai così… così felice, Julian”
“Sei tu che mi fai felice” rispose in un sussurro. Le parole erano scappate. Robert lo guardò fisso negli occhi un poco sorpreso. Esisteva qualcosa di bello come i suoi occhi?Pensò. E diede un volto a colui che turbava i suoi sogni.
“Allora ci si vede per l’allenamento. Alle tre in punto, siamo intesi?”
“Va bene” l’umore dell’uomo era mutato di colpo, anche Padre Julian se n’era avveduto. E gli dispiaceva. Ora non gli restava che contare gli attimi che lo dividevano dall’allenamento.


Era stata una scelta imprudente quella di accettare. Julian se l’era ripetuto fino allo sfinimento, ma non c’era stato niente da fare. Mancavano una decina di minuti alle tre quando, infagottato con tanto di passamontagna, prese posto sulla bicicletta. Per fortuna le strade erano state pulite ma aveva in ogni caso rischiato più volte di finire dentro qualche pozzanghera. Arrivò al campo in orario. Alcuni uomini stavano tirando già due calci. Impicciato, camminò fino a giungere davanti allo spogliatoio. “Ci siamo” sussurrò. Era la parte più spinosa. Doveva spogliarsi e pregò Dio che nessuno lo sorprendesse durante la vestizione. Prese in mano la vecchia tuta che non usava da tempo, continuava a stargli troppo larga. Quando Robert Pange arrivò fortunatamente non c’erano centimetri di carne esposti. Alcuni ragazzi sotto i vent’anni invece, davano sfoggio dei loro fisici più o meno scultorei giocando a tirarsi dell’acqua incuranti del freddo.
“Sei pronto?”
“Se prima non muoio assiderato, penso di sì” Robert lo prese sotto braccio e lo condusse dentro il rettangolo di gioco. L’arrivo del parroco provocò chiacchiere e una vena di ilarità. Fregandosene dei presenti, Robert e Julian fecero il giro del campo quindici volte. Finalmente non avevano più freddo.
Alla fine dell’allenamento Robert, che oltre ad essere il capitano della squadra faceva pure l’allenatore, mise al corrente che non c’era acqua calda.
“Mi dispiace” sussurrò all’amico prete
“Per me? No, io tanto mi laverò in parrocchia” per non rischiare di trovarsi a tu per tu con il corpo nudo del suo capitano, si voltò diretto alla bicicletta. Mentre tornava a casa ebbe un sussulto. Poverino si sbatte per la sua famiglia, per questa sciocca partita e si fa pure la doccia fredda. Avrei potuto proporgli di venire a darsi una lavata da noi. Gli venne da ridere. Era una fortuna che quell’assurda proposta non fosse uscita dalla sua bocca.
Ci mancherebbe pure questo. Per il resto del giorno non riuscì a evitare fantasie in proposito.
Il corpo sgocciolante di Robert fuori della doccia. Io che gli porgo l’asciugamano, lui mi ringrazia e… si odiò ferocemente per quei pensieri. Prese in mano il nuovo testamento, lo appoggiò sopra alle sue disgrazie. La fisionomia del suo corpo gli ricordava prepotentemente che era un uomo. Un giovane uomo con pregi e difetti. E pieno di bassezze. Se simili scellerate immoralità fossero state provocate da una bella donna, sarebbe stato diverso? Si sarebbe sentito meglio? Padre Donald non si preoccupava dell’attrazione che gli procuravano le donne, anzi. Ma Julian sapeva, o quanto meno sperava, che non fosse quello il vero problema.
Il problema non era verso chi provasse attrazione, ma l’attrazione di per sé.
Ma come ho potuto essere così presuntuoso da sperare che non sarebbe mai successo? Che non avrei mai dovuto scontrarmi con le lusinghe del demonio? Il bel signor Pange sembrava tutto tranne un demonio però, sembrava un angelo, un angelo che volava sempre più vicino a lui.



Il volo



Quella notte Robert sognò Padre Julian. Aveva poco e nulla indosso e, quello che era peggio, è che non aveva molto indosso nemmeno lui. Ridevano e il prete sembrava rilassato. I suoi magnifici occhi celesti sorridevano meglio di un intero battaglione di denti. Non erano sogni, considerò una volta sveglio, ma un braccio armato. Una pistola puntata contro di lui e il suo fragile equilibrio. Come al solito lavorò duro quel giorno e il pomeriggio si recò all’allenamento. Cercò di non pensare ai sogni durante la partitella che si svolse a ranghi ridotti. I preti c’erano entrambi presenti.
“Padre Donald, come mai non si è fatto vedere, ieri? Non è che correva dietro a qualche gonnella?” domandò un parrocchiano in vena di umorismo ma anche per movimentare la situazione.
Il prete non confermò ma nemmeno negò. Ammiccò un sorriso storto. Erano negli spogliatoi e c’erano pure Pange e Padre Julian. Nonostante non amasse certi sottintesi, la mente del sacerdote più giovane era troppo occupata da altro per pensare alle presunte tresche del collega. Dunque non fece nessuna faccia disgustata, nessun commento, niente di niente. Continuava a guardare la schiena nuda di Robert sentendosi ad un metro da terra. Ma invece di esser più vicino al cielo ne era più lontano. Uscì dal luogo di perdizione sentendosi in perfetta distonia con il cielo che era maledettamente celeste. Candido e con le nuvolette a fare da cornice. Ci fossero stati gli angeli, il quadro sarebbe stato perfetto. Sbuffò. Quel che temeva e che desiderava di più al mondo non era successo, non ancora. Era peggio la distruzione di tutto o quella precaria immobilità che contraddistingueva la sua esistenza? E non era scontato che l’esistenza di un sacerdote fosse statica? Scandita dal rintocco delle campane, dal via vai dei fedeli che giungevano a lui per confessarsi, a trovare conforto e serenità nel pacifico silenzio della chiesa. Come potevano essi sapere che chi li confessava, senza giudicarli è ovvio, era peccatore quanto loro anzi, probabilmente, più di loro? Chiuse gli occhi per una decina di secondi convinto che se fosse sopravvissuto a quello avrebbe potuto vincere anche Robert Pange. O meglio il desiderio che lo conduceva a lui. Ma la ruota anteriore prese in pieno una piccola pozzanghera a pochi centimetri dalla carreggiata facendolo finire a gambe per aria. Rotolò per qualche metro. Per qualche attimo pensò di essere più vicino a Dio perché quasi morto. Ma, sbucciatura del ginocchio destro a parte, era integro come sempre. Padre Donald arrivò in suo soccorso,
“Che combinate, prete? Avete perso l’equilibrio o siete voi quello ubriaco?”.
“Aiutami per piacere” mormorò accettando l’avambraccio da afferrare.
Era di nuovo in piedi ma la bici non sembrava in perfetta forma.
“Venite con me, passo da Parrinton a fare un po’ di spesa prima, o avete fretta di tornare a casa?” Julian non rispose: -ho forse altra scelta?- per non peccare di ingratitudine. Donald preferiva alla due ruote una Abarth in buon condizioni che si era giudicato ad un’asta giudiziaria. Julian non amava salire su quell’auto, gli ricordava troppo la provenienza -londinese- e dunque sospetta. Ma si gustò il panorama.
“Domani torno a prenderla, è un vecchio catorcio la tua bici ma non mi sembra giusto lasciarla lì, sono certo che se mi ci metto la riparo”.
“Non ha importanza” rispose tristemente.
Durante il rosario Julian si sentì uno sciocco completo. Aveva buttato via la sua bicicletta per una cavolata, un gesto da ragazzino. Chiudere gli occhi, e perché mai? Voleva davvero mettersi alla prova? Quanta paura ho di morire, forse era quello. Chissà. Poi arrivò il suono di un clacson e uscì in tutta fretta. Erano quasi le nove di sera e Donald già russava.


“Immagino che questa sia tua” affermò sicuro di se Pange mostrando la bici posta nel retro del camioncino. Julian non sapeva cosa dire. Forse perché Robert si portava dietro una luce strana. Quasi come se il sole non fosse tramontato ormai da un pezzo. O forse era colpa della neve che aveva ricominciato a cadere.
“Non dovevi cioè… sono davvero grato di questo ma…. Ma è solo una vecchia bicicletta, non funzionerà nemmeno più”
“Funziona, funziona, ci ho lavorato tutta la sera”
“Cosa?” per un attimo Julian temette davvero di aver capito male. La sua vecchia bicicletta era stata prima prelevata dal bordo della strada e poi aggiustata dal signor Pange? Una cosa tanto dolce e carina? E così generosa.
“Non serve che mi ringrazi” biascicò l’uomo di mondo. In realtà lui non l’aveva ancora fatto. Il sacerdote giocherellava con il clergis*. Era come se non gli passasse l’aria. Fu sul punto di toglierselo, ma desistette.
“Ora vado”
“No, scusami… scusa Robert ma sono rimasto senza parole, non ti ho nemmeno ringraziato”.
“Non è vero, la tua reazione è anche meglio di un ringraziamento” Julian arrossì
A che si riferisce? Pensò sentendosi morire di una morte dolcissima.
“Entra, ti faccio un tè caldo. Padre Donald è passato proprio stasera a fare scorta di tè e non solo…”
“Mi piacerebbe molto ma ho lasciato i bambini da soli”
“Non cambierà nulla se restano soli altri pochi minuti, il vostro Dean è quasi un ometto”
“Ho un’idea migliore Julian. Prendete il tè. Mettiamo l’acqua sul fuoco e… ”
“Io… ”
“Mi fa piacere. Voi ci mettete il dolce ed io il combustibile” Julian pensò che fosse fattibile. Era così nervoso ed emozionato che temette seriamente di dire o fare qualche sciocchezza. Ma non si tirò indietro.



*collare sacerdotale



Fammi volare


Robert Pange mise l’acqua sul fornello accanto al fuoco. Iniziò a bollire pochi minuti dopo. Anche il suo ospite stava, in un certo senso, friggendo. Si era finalmente tolto il collare che gli occludeva il respiro. Senza di quello non sembrava un prete. Sembrava un uomo, decisamente umano e schiavo della sua emotività. Le mani tremarono mentre si portava la tazza alla bocca. Gli occhi lucidi forse per via del poco fumo che usciva dal caminetto oppure… restarono in silenzio così a lungo che per diversi minuti l’unico suono era il tranquillo russare dei bambini.
“Ti sei fatto male quando sei caduto?”
“Un poco, una scemenza… ”
“Dove?”
“Il ginocchio, solo una sbucciatura”
“Ti ha medicato Padre Donald? Non sono del tutto convinto abbia fatto un gran lavoro, fammi vedere”
“Non è il caso…”
“Non fare il ragazzino. Sono abituato con i miei figli, tra una settimana c’è la partita e voglio assicurarmi che il miglior centrocampista stia bene” Julian sperò che il suo generoso interessamento fosse dovuto solo a quello. Oppure no? Voleva che ci fosse dell’altro?
“Non sono il miglior
“Secondo me sì” prese il kit del pronto soccorso che teneva strategicamente dentro un cassetto della cucina. In realtà era esperto in fasciature perché si feriva spesso anche lui, in particolar modo quando usava la pialla.
Si abbassò sul contuso. Tirò su il pantalone che copriva la gamba incidentata. La pelle chiara fu esposta agli occhi dell’uomo.
“La cosa più importante è tenere la lesione pulita per scongiurare l’infezione” fece sapere mentre liberava il ginocchio dalla precedente fasciatura.
“Mio Dio, guarda che bella ferita. Poverino deve farti parecchio male”
“No, è una vera idiozia, ahi!” finì la frase con un gemito. Robert stava detergendo con l’alcol puro.
“Brucia è? Ho quasi finito” disse massaggiando con dolcezza. Sembrava impossibile che quelle mani fossero capaci di usurpare alberi. Sembrava fossero nate per far star meglio. Per accarezzare. Almeno era quello che pensò Julian mentre si godeva il trattamento, finalmente rilassato e concio del piacere che dava. Non bruciava più l’alcol ma era il fuoco dentro sé ad ardere come non mai.
“Sei molto bravo”.
“A medicare? Figuriamoci anche mio figlio ci riuscirebbe”
“Non intendevo solo quello. Parlavo del tuo altruismo… ”
“Sei tu quello generoso. Sono felice quando, nel mio piccolo, posso sdebitarmi” era solo quello? Si preoccupava del suo ginocchio per la partita, e aggiustava la sua bici solo per mettersi in pari con la coscienza. Perché Julian voleva di più? Non era già tanto quello che aveva?
“Io sono solo un prete, faccio il mio dovere di sacerdote, tutto qui”.
“E io sono un parrocchiano qualsiasi per voi?” E ora perché questa domanda? No, sarebbe stato sconveniente ammetterlo. Almeno non in quel momento nel quale si sentiva così vulnerabile. Ma non riuscì a trattenersi dall’essere sincero: “No, non lo siete”
Robert sorrise malizioso. “Mi piacerebbe sapere perché… non lo sono, dimmelo”, esortò.
“Cosa?”
“Perché non sono un parrocchiano qualsiasi” Julian sospirò pesantemente. Le mani di Robert non erano più sulla sua gamba ma il suo corpo si era proteso verso di lui. Di nuovo sentì l’odore dei capelli e si sentì letteralmente svenire. Per qualche attimo temette davvero di perdere i sensi. Doveva star zitto, doveva alzarsi e allontanarsi da quell’uomo, subito! Ma restò fermo aspettando che qualcosa di sensato gli uscisse dalla bocca. Ma che non fosse una scusa, doveva essere sincero se voleva capire cosa stava succedendo. Dio lo stava mettendo alla prova e lui non poteva mentire, no, doveva ponderare ogni suo gesto ma senza fingere.
“Non dovrei ma… ma chiaramente ho una predilezione per te, per te e la tua famiglia. Mi sembra che anche tu ti senti meglio in mia compagnia rispetto a padre Donald”
“Non ci sono dubbi su questo” e si avvicinò ancora di più a lui, “mi sento meglio in tua compagnia rispetto a qualsiasi essere umano di tutta la comunità. Da qualche tempo a questa parte ho capito che per te è lo stesso” goffamente si protese per baciarlo. Julian riuscì a schivare il primo assalto girando il viso dalla parte della porta. Ma quando Robert gli bloccò le spalle stringendole a sé non poté che soccombere. La bocca dell’uomo schiacciò la sua con forza. A nulla servì dibattersi anche perché era chiaro come il sole che volesse essere baciato quanto l’altro volesse baciarlo. Pange non trovò alcuna resistenza quando lo sdraiò in terra. Julian lo accolse com’era giusto che fosse. Restarono a baciarsi per qualche minuto. Poi fu Robert a fermarsi per contemplarlo.
“Dio come sei bello, non ho mai desiderato nessuno quanto te” Julian non sapeva cosa rispondere. In verità non voleva parlare. Non aveva mai baciato nessuno, in quella maniera almeno. E Robert sembrava proprio aver spalancato le porte del paradiso, o dell’inferno. Ma di pensare all’inferno ci sarebbe stato tempo, modo e maniera.
“Baciami, baciami ancora” rispose quasi senza fiato. Robert non si fece di certo pregare. Cercò anzi un contatto fisico più intimo. I corpi erano così prossimi che sarebbe bastato poco, pochissimo, per farli esplodere.
“Se non ci fossero i bambini… ” a quella frase Julian ritrovò un barlume di lucidità.