domenica 1 marzo 2009

Io con un uomo mai capitolo 8


Capitolo 8



Ian Emmerich aveva chiesto a Seeley Booth se voleva fare l’amore con la stessa leggerezza con la quale avrebbe ordinato un caffè ad una cameriera.
Imbarazzato fino al midollo, rispose: “Chiaro che non si tratta di quello, voglio solo che resti. Per parlare, capire che ci sta succedendo” balle, se resta cedo per forza! Il nocciolo della faccenda era che Ian lo sapeva e se ne andava proprio per quello. Booth, condizionato dalla passione, avrebbe fatto sì l’amore con lui, per poi pentirsene subito dopo e scappare come si scappa da una casa che sta per crollare. No, Emmerich aveva decretato che sarebbe stato suo, prima o poi, ma solo al momento giusto. Troppa confusione regnava l’animo dell’amico. Stava familiarizzando con l’omosessualità, fatto già di per sé clamoroso. E poi c’era Temperance, la sua Bones. Ian era troppo sveglio ed arguto per non capire quanto i sentimenti che Booth provava per quella donna fossero saldi. Un amore che lui aveva carpito sul nascere o qualcosa di già consolidato nel tempo, che la sua presenza aveva smosso come il calore smuove un masso di neve dalla cima di una montagna? E la presenza di Ian Emmerich nelle vite di lei e di Booth era stata davvero una valanga!
L’uomo che fino ad una manciata di secondi prima lo aveva tramortito di baci si avvicinò a lui. Gli accarezzò la guancia con dolcezza: “Non c’è nulla da dire né da capire. È tutto talmente chiaro” gli baciò la fronte come se avesse voluto controllare la temperatura, “succederà quando sarai pronto, e sarà fantastico. Vedrai, ti sentirai più uomo tra le mie braccia che tra quelle di qualsiasi donna al mondo” Booth rabbrividì. La sola idea lo spaventava da morire. Era come tornare bambino e restare da soli nella casa stregata. E quel maledetto pagliaccio che lo voleva portare fuori. Ne ebbe una paura fottuta. La paura dei Clown, la sua unica, forse, debolezza. Emmerich era quell’uomo travestito da pagliaccio. Si sarebbe fidato di lui, questa volta? Gli avrebbe dato la mano e seguito verso l’uscita? Booth prese coraggio e lo baciò per primo. Lo avrebbe lasciato andare via, sì, ma prima voleva di nuovo le sue labbra.
Fu il saluto baciato più lungo della sua vita.


Temperance accettò l’invito a cena di Angela a casa sua. Sapeva che l’amica avrebbe preso l’argomento Booth, e tutto sommato aveva voglia di sfogarsi anche se avrebbe preferito non pensare a lui, soprattutto non pensare a quel bacio. Gli faceva una rabbia marcia essersi sentita come una quindicenne scema che aspetta il principe azzurro o qualcosa del genere. Avrebbe dovuto mandarlo a quel paese una volta per tutte. Si fa accarezzare da Emmerich e poi mi bacia, come se la mia vita dipendesse da quello? Cercò di non farsi vedere pensierosa dall’amica-collega ma l’empatia che le legava faceva sì che non ci fossero quasi segreti tra loro. Brennan era un libro aperto per lei. Sedute davanti ad una distesa di cracker e pietanze varie, Temperance sbottò: “Booth mi ha baciato” Angela sgranò gli occhi incredula e felice.
“Hai visto? Era ora che tirasse fuori gli attributi”
“Non è proprio questo il problema” rispose amaramente
“Che vuoi dire?”
“Non è stata la prima volta. Anche quella sera a casa sua è successo, il bacio e anche altro. E ti assicuro che gli attributi li ha tirati fuori; se non lo avessi fermato io... ”
“Dolcezza è un modo di dire, nel senso che ha preso coraggio”
“Ma non è il coraggio che gli manca. Credo solo sia molto confuso. Quel tipo, Emmerich, lo sta plagiando. Ha uno scopo, di questo sono certa” finì mi masticare il suo cracker e proseguì: “uno scopo sì, per questo vuole portarselo a letto”
“Cara mia, credo che qualsiasi gay del mondo farebbe del sesso con Booth lo scopo di vita”
“Ho fatto delle ricerche” ammise Bones vergognandosi un po’. Era stato meschino da parte sua, doveva ammetterlo, ma se c’era qualche scheletro nell’armadio capace di oscurare il fascino del nemico, lei doveva usarlo. Ne andava del bene del suo Booth.
“Delle ricerche? Su di lui?”
“Già. Non è gay, e non è nemmeno detto che sia etero. Insomma è un grande manipolatore”
“Solo perché è bisessuale non significa che sia una cattiva persona”
“Per manipolatore intendo uno che ha studiato per manipolare la gente. Conosci Richard Bandler?”
“Certo, l’inventore del PNL”
“Esatto, programmazione neo linguistica. Un manipolatore di professione. Per due anni è stato nel suo staff. Come assistente”
“Io non sono del tutto contraria a queste tecniche. Capire chi ci sta di fronte attraverso il linguaggio del corpo e del linguaggio non la trovo una brutta cosa”
“Ma probabilmente chi ha questo potere va oltre. Vuole entrare anche nell’anima della gente”
“Senza dimenticarci che lui studia il profilo dei serial killer”
“In questo caso il suo S.I. è il cuore di Booth”
“Tesoro, non ti facevo così romantica”
“Non voglio che lui soffra” a questa Angela s’intenerì. Allungò la sua mano e la posò gentilmente su quella dell’amica
“Il tuo interessamento va ben oltre l’amicizia”
“Non è bello sedurre le persone per un proprio tornaconto. Ho la sensazione che quando si sarà stancato, Booth soffrirà parecchio”
“Non soffrirà tanto credimi, è solo confuso. Vuoi sapere che penso io?”
“Sì, per piacere”
“Penso che lui è innamorato di te. Ed Emmerich lo stancherà molto presto”
“Dunque dovrei starmene seduta e aspettare che lui si stanchi di -fare esperienze alternative-?”
“Questo è il destino di noi donne temo” sorrise e aggiunse:“prendo il dolce, e ricordati che dobbiamo parlare dei dettagli”
“Quali dettagli?”
“Voglio sapere come l’agente Booth sta messo nei piani bassi” ammiccò ironica.
“Ti prego, non me lo ricordare. È un immagine che non riesco a rimuovere”
“Chissà, dopo il bacio di oggi vorrà darti una ripassata?”
“Una ripassata?”
“Non nel senso letterale del termine, cara” tirò fuori dal frigo una torta al cioccolato e panna continuando il dialogo fra battute e doppi sensi.



L’insediamento del nuovo capitano avvenne quel lunedì.
La sala dei congressi principali era protetta da decine di poliziotti in borghese. Poliziotti destinati a proteggere altri poliziotti. I pezzi grossi sarebbero entrati con alcuni minuti di ritardo. Brennan e Montenegro arrivarono davanti al portone che conduceva all’evento. Incrociarono Ian Emmerich. Era pallido, sembrava preoccupato.
“Ciao” il saluto di Angela fu piuttosto caloroso. Lui le sorrise tornando quello di sempre.
“Buongiorno ragazze, pronte per lo Show?”
“Noi preferiamo un altro genere di spettacolo, vero Temperance?”
“Non so cosa intendi dire Angela”
“Forse si riferisce a ossa mummificate, scheletri dell’altro secolo e... ”
“Hai reso l’idea, in ogni caso è lavoro anche questo Emmerich”
“Peccato, vi avrei consigliato un ambulante qua vicino, vende noccioline tostate e pop corn”
“Il piatto forte sarà il tuo intervento? È previsto nel programma” suggerì Angela, a quella il piglio del bel Profiler si fece di nuovo inquieto.
“Già, bambina, hai assolutamente colpito il segno” confidò rivelando il suo dialetto. Angela Montenegro era così affascinata che Temperance le fece uno sguardo di disapprovazione. Prima di allontanarsi, l’agente lisciò amichevole il braccio della donna con la quale aveva flirtato.
“Puoi essere meno palese?”
“Perché? È così sexy... non dirai in giro che ho civettato con Ian, vero?”
“Siete tutti masochisti” esalò in un sospiro
“Ti riferisci a Booth ?”
“Chiaro. Un affabulatore del genere mi stupisce che possa attirare persone intelligenti come voi”
“Se volevi farmi sentire una sciocca gallina ormonale ci sei riuscita in pieno”
“Mi dispiace, non volevo offenderti”
“Non mi sono offesa. A volte sono gallina e sono sempre molto ormonale” confidò maliziosa. Brennan dondolò la testa sorridendo. Una volta dentro la sala dei convegni, scorse Booth. Era qualche fila dietro alla squadra dei Profiler tra cui spiccava l’agente che meglio si era distinto per le indagini riguardanti serial killer che prediligevano le donne. Come attirato dallo sguardo di lei, Booth si girò dalla parte delle due donne. I loro occhi si incontrarono proprio mentre il nuovo capitano veniva annunciato.
Qualche minuto più tardi toccò a Emmerich intervenire. Avrebbe ragguagliato i presenti sulle indagini in corso. Il caso dell’assassino della centrifuga era ancora al centro dell’attenzione dei media e la persona che avrebbe sostituito Osbron aveva più motivo di tutti per acciuffarlo e relegarlo nelle patrie galere in attesa della soluzione finale.
Ian Emmerich raggiunse il palco camminando fieramente a testa alta. Una volta dietro al microfono però la sua voce sembrò titubante. Il tono brillante di sempre era stato sostituito da un modo di esprimersi impacciato. Booth sperò che non facesse qualche gaffe clamorosa.
“L’S.I. non è solo, come saprete ormai tutti, il primo è un uomo, età compresa tra i trentacinque e i quarant’anni. Ha un aspetto anonimo, probabilmente vive ai margini della società. Nascosto agli occhi della gente si è creato un mondo tutto suo” s’interruppe. Booth lo vide accigliarsi e sbiancare all’improvviso. Sta male. Pensò cercando di capire cosa stesse succedendo. Anche Temperance si avvide che c’era qualcosa che non andava.
“Dove stai andando?” chiese Angela quando lei si alzò,
“Emmerich si sente male”
“A me sembra solo molto impacciato”
“Non è da lui” così dicendo si precipitò verso il palco malgrado Angela le intimasse di restare al suo posto. Quando il Profiler smise di parlare del tutto, il vocio incessante della sala divenne un frastuono.
E Ian Emmerich crollò privo di forze. Lo sapevo che non era normale. Pensò l’antropologa. Era svenuto durante la sua dissertazione. Cosa era successo? Temperance raggiunse il palco. Degli agenti in borghese cercarono di fermala ma lei si fece lo stesso strada.
“Come stai? Mi senti?” chiese chinandosi su di lui. Era esamine. Un attimo dopo Booth fu accanto a lei.
“Bones, cosa succede?”
“Non lo so, il polso è debole. Dobbiamo portarlo via”
Dopo i primi concitati attimi, Ian Emmerich fu portato fuori. I soccorsi furono immediati. Fu caricato dentro l’ambulanza. Booth salì con lui. La situazione si era stabilizzata. Aveva ripreso conoscenza ma andava in ogni caso monitorato in maniera costante.
“Credo di aver capito cosa è successo” confidò Temperance all’amica in un sospiro mentre l’ambulanza si allontanava a sirene spiegate.

Booth strinse la mano del collega.
“Che sta succedendo?” chiese Emmerich tra lo spasimo e la confusione. Si sentiva debole cosa che gli capitava di rado, sembrava drogato.
“Ti sei sentito male durante la conferenza. Credo ti abbiano sedato”
“Mio Dio. È andata così male?” sorrise. Booth cercò di sorridere a sua volta ma la sua mano sudava e Emmerich aveva intuito l’apprensione dell’amico. Non fosse bastata la sua espressione angustiata.
“Peggio di male, sei svenuto”
“Allora ho fatto una figuraccia”
“Già, ora per colpa tua penseranno che tutti gli agenti speciali dell’FBI sono dei drogati o qualcosa del genere” il volto di Booth si fece severo “Ian, che cosa hai preso? Dimmelo” proferì a bassa voce sperando che gli altri non udissero.
Le pupille del malato si dilatarono oscurando le iridi chiarissime.

mercoledì 25 febbraio 2009

Io con un uomo mai capitolo 7



Capitolo 7


Booth avrebbe voluto leggere del risentimento nel volto di Ian. Un piccolo, minuscolo, risentimento. Una leggera gelosia. Un sussulto. Niente, Ian Emmerich aveva superato lui e Bones con la stessa indifferenza con la quale sarebbe passato accanto a due perfetti estranei.
Temperance non si accorse di lui. Ma percepì il disagio di Booth.
“Che c’è?”
“Scusami Bones”
“Non importa” impallidì. Si era già pentito? Senza dargli il tempo di proporle un passaggio, entrò nel primo taxi che trovò libero. Si sentiva così scema e fu certa di essere finita dentro un tunnel nel quale non riusciva a vedere la fine. Booth l’aveva baciata, di nuovo ma era come se fosse la prima volta. Dal modo in cui l’aveva guardata, a come aveva pronunciato -provo dei sentimenti per te-, aveva capito che Booth era cambiato. Era successo qualcosa, di nuovo. O era di nuovo successo qualcosa. Nonostante il bacio l’avesse gettata nella confusione continuava ad essere in collera con Emmerich, con lui e Emmerich.


Ian Emmerich tornò a casa sbattendo la porta. Il cane dei vicini abbaiò. Accese la luce, prese una birra dal frigorifero e se la tracannò all’istante. Aveva gli occhi rossi e, chiunque lo avesse visto in quel momento avrebbe pensato che aveva pianto. Ma i cazzuti Profiler dell’FBI non piangono, non sarebbe normale. Soprattutto non piangono a causa di un collega.
Si doveva essere assopito perché non sentire il telefono. Quando lo prese in mano lesse il nome di Booth. Che doveva dirgli? Mi dispiace ma sto iniziando una storia con Temperance e tante grazie per avermi dato la possibilità di capire che l’amavo? Era quello che faceva più male. Lei aveva vinto. La guerra, non la battaglia. E a lui restava solo il ricordo di un bacio dolcissimo. Di un tappeto sul quale avevano lottato. Di un altro bacio dopo la meravigliosa corsa in moto. Se chiudeva gli occhi Ian Emmerich, poteva ancora sentire le braccia intorno alla sua vita. Una lacrima solcò il bel viso. Non piangono i soldati, non piangono gli uomini duri. Non c’è tempo di innamorarsi. Avrebbe trovato il killer e poi avrebbe portato le sue ossa dalla Brennan, quella sarebbe stata la fine, si disse. Era il suo dono per Booth, per i momenti di felicità che gli aveva donato, forse gli unici di tutta una vita. La suoneria del suo telefono riprese vita. La luce lampeggiava il nome di chi lo aveva ferito. Prima di rispondere tossicchiò per dare alla sua voce l’intonazione giusta. Doveva tornare Ian Emmerich, almeno quello che lasciava vedere agli altri.
“Emmerich”
“I... io”
“Che c’è”
“Vieni da me, dobbiamo parlare” la voce di Booth era perentoria. Ian non poteva rifiutare anche se l’orgoglio gli avrebbe suggerito di chiudere dopo averlo mandato a quel paese. Invece prese il casco e, venti minuti dopo, era sotto casa di sua.
Booth gli aprì la porta con il cuore in fiamme. Ian mostrava l’aria svagata di sempre. Perché aveva letto amore dopo quei baci? Era una svista dovuta a quello che provava. Vedeva ciò che voleva vedere?
“Entra”
“Di cosa dobbiamo parlare?”
“Perché fai così?”
“Non capisco”
“Non farlo di nuovo!” Booth stava perdendo la pazienza. Era sul punto di prendere in mano qualcosa e di romperla ma cercò di trattenersi. E gli occhi tersi dell’amico lo confondevano.
“Non prendermi per i fondelli. Tu hai visto me e Bones baciarci e non hai fatto niente”
“E cosa avrei dovuto fare?”
“Non lo so dimmi tu se quello è il mondo di reagire!”
“Sei arrabbiato per questo? Perché non ho reagito?”
“Sono arrabbiato? Tu mi chiedi se sono arrabbiato? Sono furibondo!” gli venne vicino e puntò il dito contro il suo petto “Tu non puoi entrare nella mia vita, destabilizzarla dal profondo e poi comportarti come se niente fosse!”
“Questa è bella, Booth, davvero, questa è proprio bella! Tu baci la tua cara amichetta e tu sei quello incazzato?”
“A te non frega”
“Ma certo che mi frega! Secondo te sarei qui a sentire le tue ragioni se non mi fregasse?”
“Le mie ragioni?” sibilò Booth.
Ian era interdetto. Non ci stava capendo niente. Booth era o non era innamorato solo ed esclusivamente della dottoressa Brennan? E lui era una divagazione? Tutto giusto, no?
L’agente moro non sapeva che pesci prendere. Prese posto sul divano. Scaricò la tensione afferrando un cuscino. Lo portò alla bocca e strinse un angolo tra i denti.
“Vuoi sapere perché l’ho baciata?”
“Non devi dare spiegazioni a me”
“Lo so, ma tu vuoi sapere perché ho baciato Bones?”
“Onestamente no”
“Cosa? Lo vedi? Vuol dire che non ti interessa”
“Sinceramente, è così. Non mi interessa sapere perché l’hai baciata” tossicchiò sedendosi accanto a lui. “Magari quello che vorrei sapere in verità è perché hai baciato me”
“Finiscila, lo sai benissimo come è andata. Tu... tu... mi hai fatto qualcosa. Lo sapevo che non dovevo fidarmi, tu hai approfittato di me, del fatto che sono un’anima semplice. Un bravo ragazzo e... ”
“La colpa è la tua Booth, mi mandi tutti quei segnali discordanti. Ma stai tranquillo. Ora che ho capito come stanno le cose, esco dalla vostra vita” si alzò.
“Come, come? Hai capito? Come esco? Beh, se hai capito, fammi capire pure a me”
“Non importa. Hai fatto tutto da solo. Nemmeno per un attimo ti sei domandato cosa provo io”
“Ma certo che me lo sono domandato” Booth si accigliò. Non sapeva niente ma di una cosa era certo: non voleva che se ne andasse. “Me lo sono domandato eccome”
“Continua a domandartelo allora” replicò freddamente. Si allontanò da lui. Prese in mano la maniglia che lo conduceva fuori dalla casa. Seeley Booth ci mise la sua sopra. Quel contatto come sempre lo turbò.
“Resta... ti prego” Ian non poteva credere alle sue orecchie. Booth lo stava pregando? Di restare?
“Ok” rispose e la maschera scivolò via.
Scivolarono l’uno nelle braccia dell’altro. In piedi vacillarono e poi furono di nuovo sul tappeto. Cadendo Booth avvertì una fitta alla schiena. Ma i baci di Emmerich lo stavano ubriacando a tal punto che non vi badò.
“Allora dimmelo” pronunciò quando fu in grado di parlare.
“Cosa... ”
“Quello che provi per me Ian, dimmelo”
“Non ti è chiaro, brutto testone?”
“Forse ora, forse ora che ti lasci guardare davvero. Forse ora è chiaro”
“Sì è così hai indovinato. Ti amo”
“Perfetto” Booth si liberò del peso di Emmerich con una spinta. L’altro rotolò fino all’altro lato del tappeto.
“Tu non hai fame, stallone?”
“Come fai a... ok” sorrise. Ian Emmerich non si smentiva mai.
“Ordiniamo cinese?”
“Il cinese non mi sazia mai”
“Ne ordiniamo in quantità industriali”.
Il ristorante cinese quella sera sembrava proprio essere irraggiungibile al telefono. Ian controllò quanti contanti avesse prima di uscire di casa. Si sarebbe recato direttamente a lui a procurarsi il cibo.
Attendendo il Profiler, Booth si addormentò. Dormì mezz’ora sdraiato davanti al televisore acceso. Quando si svegliò, scorse due occhi blu che lo fissavano.
“Ian... come... ” Emmerich non gli diede il tempo di finire e rispose cantando:
“Potrei stare sveglio solo per ascoltare il tuo respiro
Ti guardo sorridere mentre stai dormendo
Mentre sei lontano nei tuoi sogni
Posso passare la mia vita in questo dolce abbandono
Posso essere perso in questo momento e per sempre
Ogni momento passato con te è un momento di cui faccio tesoro”*
“Cosa? Io... ”
Booth ancora stordito dalla sorpresa non meno dalla canzone, cercò di tornare razionale.
“Come hai fatto ad entrare?”
“Tu sei il tipo che mette la chiave dentro il vaso di fiori”
“Veramente prima lo mettevo sotto lo zerbino”
“So anche questo”
“Quanto tempo è che sei qui?”
“Un’ po’”
“Perché non mi hai svegliato?”
“Non ce l’ho fatta. Sei una meraviglia mentre dormi”
Booth si stiracchiò. Le sue mani finirono sulle spalle dell’amico. Quel gesto diede a Ian lo stimolo di abbracciarlo. Tra un bacio e l’altro si trasferirono nella stanza da letto, la stessa camera dove solo pochi giorni prima aveva quasi fatto l’amore con Bones. E ora, un ragazzotto biondo, testosterone puro dalla testa ai piedi, sostituiva la bella antropologa. C’era di sicuro qualcosa che non andava.
Goffamente Emmerich planò sulla trapunta senza smettere di guardare l’amico negli occhi. Si tolse gli scarponcini.
“Vieni vicino a me, che aspetti? Dai!” spronò. Booth, in piedi accanto al suo letto, sembrava di sasso. Finalmente si mise di fianco a lui. Subito le mani si trovarono. Ian Emmerich gli baciò il palmo. Voleva dire qualcosa, magari di romantico, ma si sentiva in difficoltà, e non era da lui. Perché una volta che mi serve davvero, non ho la situazione sotto controllo? Si chiese.
Booth, dal canto suo, era turbato da tutte quelle emozioni nuove non meno dalla situazione. Stare con Ian gli faceva un effetto strano. Non era come con una donna. Chiaramente non lo era! Non aveva valutato la possibilità di sentirsi lui come una donna. Voleva essere il soggetto passivo, voleva che lui facesse la prima mossa, che lo guidasse in un certo senso. Si era sempre occupato di tutti lui. Di suo fratello, di sua moglie. Di Bones. Gli piaceva proteggerla. E ora, per la prima volta, voleva essere lui quello protetto. Sarebbe stato facile per lui raccapezzarsi in quella situazione tutta nuova? Improbabile. Come se l’avesse letto nel pensiero, cosa fattibile, dato il suo mestiere, Emmerich lo spinse facendolo finire supino. Booth afferrò saldamente i bicipiti per liberarsi del peso. Ne nacque un piccolo scontro.
“Non sei abbastanza forte per liberarti di me, eh?”
“Smettila di fare il ragazzino, Emmerich”
“E perché? È la sindrome di Peter Pan il mio maggiore fascino!”
“Non avevo dubbi in proposito” dopo quella frase Booth fu stufo di giocare. E si arrese alle labbra dell’amico.
Restarono a sbaciucchiarsi per una buona mezz’ora interrompendosi solo per delle impacciate risatine e qualche battuta
Ian gli accarezzò i capelli, “Lo sai che sei proprio bello?”
“Certo che lo so... ”
“Modesto”
“Lo so perché è tutta la sera che me lo ripeti. Ho finito per crederci”
“E fai bene” come se niente fosse Emmerich si alzò. Booth si sentì’ subito strano senza quel peso.
“Dove vai?”
“A casa. Se continuiamo a limonare poi va a finire che facciamo le cosacce” sibilò.
Booth sapeva che era una decisione saggia ma si sentiva in ogni caso dispiaciuto. Pensò che se Emmerich fosse stato una ragazza non avrebbe avuto dubbi sul chiederle di restare tutta la notte con lui.
“Ian io... se ti va puoi anche restare... ”
“Vuoi fare l’amore con me?”

*I Don't Want To Miss A Thing, Aerosmith

martedì 24 febbraio 2009

Bordeline, quattro è il numero perfetto cap 2

Jackson Burton


Capitolo due


Heath voleva aspettare per chiamarla tresca, per darsi dell’infedele. Ma era successo e c’era poco da fare. Curò molto il look quella mattina e non soltanto perché stava per partecipare ad una puntata di In the morning, una trasmissione televisiva tra le più seguite. Cercava di dare il meglio di sé principalmente perché, dopo tre settimane, avrebbe rivisto lui: Jake Keane, l’eroe che aveva aiutato Stacy e Vanilla quel giorno in metro.
Con il cuore in tumulto salì i gradini che lo conducevano dentro gli studi dell’emittente televisiva. Stacy sarebbe venuta in taxi.
“Era ora!”
“Ho fatto tardi?”
“No ma speravo venissi prima. Ho le tette che mi scoppiano. Devo tirarmi il latte, questa birichina non ne vuole sapere di svuotarle per bene” così dicendo gli appioppò la poppante
“Va bene vai” Heath sperò che non rigurgitasse sulla sua bella giacca blu. Aveva scelto quel colore per essere in tono con le iridi di Jake.
La presentatrice televisiva, Marcia Norton, avvicinò l’unico presente dei suoi ospiti.
“Dove sono gli altri?”
“Stacy è in bagno a tirarsi il latte e credo che il dottor Keane... ” non fece in tempo a terminare la frase che il bel ginecologo fu tra loro.
“Scusate il ritardo.”
“Bene bene, quanta gente telegenica! Bambina bella, amico affascinante, dottore che sembra appena uscito da una puntata di Grace Anatomy.”
“Troppo gentile.”
“Dico sul serio, hai mai pensato di fare televisione?” questa vecchia vacca troia sta flirtando con lui? Pensò avvampando. Stava tremando dall’emozione, e una stronza con le tette rifatte faceva la scema con... ma non aveva diritto di farci un pensierino. In ogni caso nemmeno lei, è gay! Sorrise. Di corsa arrivò anche Stacy.
“Bene, ora che siete tutti posso andare a farmi l’impalcatura per la ristrutturazione” Nessuno dei due maschi disse: ‘lei non ne ha affatto bisogno’ e la donna, delusa, si accommiatò.
Jake coccolò la bambina. Lei fece dei leggeri schiamazzi durante i vezzeggiamenti.
“Spiegami perché i bonazzi sono tutti froci.”
“Stacy...”
“Mentre spingevo con i reni a pezzi non ci ho fatto caso. Ora però, Dio, saranno questi cazzo di ormoni ma il dottor Keane è proprio un figo della miseria”
“Stay, ti consiglio di essere meno sboccata durante l’intervista.”
“Come fosse la prima che faccio. So parlare bene se mi ci metto. Non mi hai visto l’altra sera telegiornale delle diciassette?”
“No,anche perché a quell’ora io provo di solito” le chiacchiere furono interrotte dal pannolino da cambiare di Vanilla e, a seguire, dalla diretta televisiva.


Era andata bene. In un clima scanzonato e dissacratorio tutti e tre avevano raccontato il loro punto di vista. Heath voleva essere sicuro che non lo avesse sognato. Che Jake , durante la pausa pubblicitaria non si fosse avvicinato a lui e gli avesse accarezzato la spalla sussurrando: “Un giorno mi spiegherai perché hai scelto hot spot 69 come nikname. Soprattutto a cosa si riferisce sessantanove.”
“Ehm”
“Facciamo stasera a cena?”
Un appuntamento? Jake Keane gli aveva chiesto un appuntamento in piena diretta televisiva! E se qualcuno avesse udito? Se avessero mandato il dialogo in diretta tv? William avrebbe sentito, era rimasto a casa appositamente. Anche il ragazzo di Jake , il misterioso ragazzo di Jake , avrebbe sentito. Per fortuna nessuno se n’era accorto, e, inevitabilmente, Heath aveva accettato.


A William disse che andava da sua madre. Non gliene venne una migliore. Lei si lamentava sempre delle scarsità delle sue visite. A sentire lei il New Jersey era per suo figlio distante quanto Parigi.
“Farò presto.”
“Lo credo. Non vorrai fare le ore piccole da tua madre spero” Heath si chinò su di lui, gli baciò le labbra senza evitare di mordere quello inferiore che era rosso e pieno. Volarono scintille. Era inevitabile.
“Perché prima...”
“Dai...” perché no, pensò Heath. Era così eccitato che se anche Jake si fosse messo a parlare di colli dell’utero dilatati e fibromi tutto il tempo, la sua erezione non avrebbe in ogni caso smesso di fargli male nei jeans. Molto più probabilmente Jake avrebbe fatto quello che gli riusciva meglio, vale a dire: sbattere le ciglia in maniera sincronizzata alla lingua che umidificava le labbra ... Pieno come sono rischio di bagnarmi. William intuì l’assenso e avvicinò la bocca al collo. Lo baciò attirandolo verso di sé. In una manciata di secondi il direttore d’orchestra fu nudo dalla cintola in giù. Heath si abbassò per passargli la lingua tra le cosce. Quando fu saturo di urli e incitamenti, lo prese in bocca. Durò una dozzina di minuti.
“Non sapevo fosse così eccitante la prospettiva di cenare con la propria madre” enunciò mentre si riassestava.
“Non è questo. Tu sei così sexy...” lo era. William McCarthy era uno degli uomini più belli e più sensuali in circolazione almeno secondo la maggior parte delle persone che lo conoscevano. Prima che si fidanzasse ‘per bene’ c’era la fila per venire a letto con lui e Will non trovava disdicevole ammettere che si era divertito. Prima dei trenta almeno. Poi, una volta troppo vicino ai quaranta, aveva provato una relazione con una donna, una suonatrice di Oboe che parlava cinque lingue. Poliglotta e multi orgasmica. Nonostante a letto facessero faville, lui si ritrovò insoddisfatto e annoiato in qualche gay bar nel giro di pochi mesi. Ma fu durante le prove della Turandot che la sua vita subì una svolta decisiva. Heath gli era subito piaciuto, con i suoi capelli lunghi e biondi che si arricciavano ribelli alla fine. Sembrava un cantante pop. Che ci faceva in un coro del genere? Lo aveva sedotto lui, anche se, in un certo senso, si erano sedotti a vicenda. A Will piaceva da impazzire condurre il gioco. Il fatto che fosse prevalentemente passivo non significava che fosse poco -attivo- tra le lenzuola. Adorava far impazzire i suoi partner. E fin a quel momento aveva sempre avuto amanti esperti. Non era stato mai con qualcuno che faceva sesso con un uomo per la prima volta. Trovava così eccitante ogni esclamazione di Heath, che fosse di sorpresa, di gioia, o di eccitazione, era lo stesso. La prima volta che lo avevano fatto erano rimasti chiusi in casa per due giorni e mezzo. Heath non aveva mai provato nulla del genere. E decretò che il sesso gay fosse il migliore possibile. Aveva ventisei anni. E dopo tre anni l’attrazione tra i due era sempre a mille. Malgrado i rispettivi impegni, riuscivano a tenere una media discreta tra le lenzuola, incontri che avvenivano nei rispettivi letti, sì perché fin dai primi giorni di convivenza William aveva messo le cose in chiaro: a ciascuno la propria camera. E il sesso si può fare dappertutto, aveva precisato.
Prima di uscire di casa Heath sospirò. Osservò incerto per l’ultima volta la schiena nuda del suo ragazzo intento a leggere uno spartito e decise che se non avesse chiamato l’ascensore entro un secondo, sarebbe restato con lui.

Il futuro fedifrago giunse davanti al luogo dell’appuntamento con il cuore in gola, la gola in fiamme e le ascelle madide di sudore. Aveva sete. Pensò di ordinare un drink al bancone del ristorante.
“Se si accomoda lo porto direttamente al tavolo” avvisò il barista. Era in leggerò anticipo. Costatò che le sue papille gustative non erano in grado di distinguere i sapori, si scolò il martini con ghiaccio lo stesso.
Il bellissimo ginecologo fece il suo ingresso. A Heath sembrò che il locale intero lo avesse accolto con un’accorata esclamazione. Era semplicemente perfetto. Giacca grigia, camicia a righe blu e bianche, gel sui capelli e occhi talmente blu da sembrare ritoccati da fotoshop. Cercò di dissimulare l’emozione ma, alzandosi per accogliere il suo eroe, intruppò con le ginocchia sul tavolino e per poco il vaso di fiori posto al centro non cadde rischiando di frantumarsi.
“Molto che aspetti?”
“Sono in anticipo.”
“Sorry... ho sempre lo studio pieno. Questa improvvisa popolarità ha i suoi lati negativi” Heath sorrise. Presero posto. Ordinò Heath per entrambi. Jake disse che era talmente affamano da non essere interessato a qual che avrebbe mandato giù. Parlarono del più e del meno fino a quando Heath introdusse un tema particolare.
“Te lo posso chiedere?”
“Ok, spara.”
“Come fai?”
“Come fai cosa?”
“A far nascere i bambini a... a infilare le mani nelle passere di vecchie, o di donne brutte. Per di più sei gay.”
Jake ridacchiò.
“Non è poi così male far nascere i bambini e la passera, come la chiami tu, è il mio strumento di lavoro quando la ventosa e il dilatatore cervicale.”
“Basta così. Non so cosa sia ma solo il termine dilatatore cervicale mi ha fatto chiudere lo stomaco.”
“E tu invece? Parlami del tuo di lavoro” Jake stava civettando un po’ questo mise a dura prova l’erezione di Heath, fu come se la goccia nel cervello avesse cominciato la sua lenta tortura.
“Non c’è molto da dire. Da piccolo cantavo in un coro gospel. Ero l’unico ragazzo bianco, poi qualcuno mi ha notato e non ho fatto altro. Siccome all’occorrenza so anche ballare riesco ad entrare in qualche musical ma solo ruoli minori. Qualsiasi cosa mi consenta di raggranellare i soldi dell’affitto.”
“E poi è arrivato il famoso direttore d’orchestra... ”
“No... no, se intendi che ho fatto carriera grazie a lui ti sbagli, ero già un discreto corista.”
“Non avrei mai affermato una cosa simile.”
“Lo so. Tu no. Ma la gente lo pensa. Lui è ricco, affascinante, famoso. Io sono solo un corista di dubbio talento.”
“E questo fa ben sperare per il proseguo della serata.”
“Vale a dire?”
“Se un direttore d’orchestra ricco e famoso sposa un corista squattrinato... qualche dote particolare ce l’ha.”
“Ehm...Cristo Jake.”
“Cosa?”
“Non fare così. Io...”
“Dimmi pure.”
“Lo sai...”
“Eh?”
“Lo sai nel senso...sei talmente provocante, e bello che... ”
“Intendi dar sfoggio di queste misteriose doti?”
“Non parlare difficile. Io sono uno terra terra. Voglio... !”
“Ho capito benissimo cosa vuoi... ” sorseggiò il suo vino bianco, "ti do tre opzioni.”
“Opzioni?”
“Una cosetta veloce in macchina. La toilette del ristorante, sì un po’ pericoloso o, ancora più audace, a casa mia e di Liam... ”
“Ma”
“Starà già dormendo. È un tipo molto produttivo, quando non è in giro per il mondo si sveglia la mattina presto e se non ci sono io che gli faccio fare le ore piccole... ”
“No, no. Non scherziamo. A casa con il tuo ragazzo non esiste, e al bagno nemmeno, non mi sentirei a mio agio.”
“Dunque.”
“Vada per la cosetta in macchina”.

domenica 22 febbraio 2009

Un padre e un padre 4


Sensualità


“Se non ci fossero i bambini... giuro che ti spoglierei completamente, e spoglierei me stesso. Ti terrei stretto a me, così vicino, fino a lasciare che i nostri corpi si fondino”
“No, no Robert. Non va bene. Che stiamo facendo? Non è giusto, tu, io... tu ed io... ”
“Perché? Provo dei sentimenti per te, Julian. Mi piaci, mi piaci tanto, tantissimo. Voglio amarti, voglio farti sentire quanto ti amo. Sei il protagonista dei miei sogni ogni notte, oramai. Ti desidero da impazzire! Sono un peccatore? Forse. Il vostro Dio mi ha tolto l’unico amore della vita, la madre dei miei figli, potrà chiudere un occhio se ora mi prendo te, no?”
“Non bestemmiare”
“Anche tu lo vuoi. Mi desideri tantissimo, forse quanto ti desidero io.”
“Si è vero, non lo nego. Ma è sbagliato, io sono un prete. E tu un padre di famiglia.”
“Tutto vero, tu sei un prete ma sei pure un uomo che vuole amare ed essere amato, questo non puoi negarlo. E io sono qui per questo. Per amarti, per darti piacere e per riceverne da te. Non saremo due stinchi di santo, va bene. Verrà la polizia a prenderci? Io penso di no, se stiamo attenti a non farci beccare, Dio capirà. Ci perdonerà, vedrai” si abbassò per baciare il pomo d’Adamo tremante.
“Continui a bestemmiare, a farti beffa della parola del Signore”. Julian continuava a parlare nonostante le ondate di piacere gli offuscassero la ragione.
“Non credo che Gesù o Dio abbiano davvero detto mai che a due uomini non è permesso amarsi. Questo l’hanno scritto dei perfetti peccatori come noi”.
“Forse hai ragione, ma dimentichi che io non sono un uomo, sono un prete! Ho dei doveri etici e morali che intendo rispettare.”
“Anche se in questo momento state vibrando dal desiderio?”
Robert gli accarezzò i capelli biondi che gli incorniciavano il viso perfetto,
“lo sento quanto mi vuoi, e per me è lo stesso. Passerei la notte con te. Ecco l’ho detto. Ad accarezzarti, baciarti, spogliarti... non solo per godere della tua meravigliosa nudità ma per toglierti la veste. Quella corazza che ti tieni stretta. E finalmente vedere che c’è sotto”.
“Robert tu tu... che indecenza!”
“Sì, lo so. Voglio commettere atti impuri e corrompere un prete. Sono o non sono il più grande peccatore del mondo? L’unica cosa che mi frena dal non farlo sono le creature che dormono dall’altra parte della stanza e la devozione a Denise”.
“Appunto! Per quanto sia vero che ti desidero Robert, non dobbiamo. Siamo fatti di carne e sangue, è vero. Ma non siamo animali, abbiamo la coscienza. Non dobbiamo cedere alla voluttuosità. Sarebbe un errore enorme.”
“Come no. Quant’è vero che in questo momento non sei eccitato da morire,”
“Appunto! Ma il desiderio se non si può scacciare si può, almeno, trattenere.” tossicchiò, “quello che sto cercando di dirvi, amico mio, che possiamo trasformare 'questa cosa' questa energia in qualcosa di buono.”
“Sarebbe a dire?”
“Amicizia.”
“Ma noi siamo già amici.”
“Non lo eravamo davvero, intendo dire: io non ti ho mai aperto il mio cuore, e mi rendo conto di aver sbagliato a non averlo fatto prima. Ora so che avrei dovuto essere sincero con te, dirti tutto. Ti amo, certo, ti amo come amico, come compagno se preferite questo termine.”
“E il mio corpo? Ami anche quello?” Julian lo fissò intensamente.
Come negarlo? Ogni sua cellula lo bramava
“Chiaramente mi piace il tuo corpo, la tua anima. Mi piace tutto di te Robert, mi piaci come persona, come uomo. Tutto! È proprio quello che sto cercando di spiegarti. Possiamo essere felici senza rovinarci la vita.”
“Non capisco” il piglio di Pange si fece serio. Abbassò la testa pensieroso. Julian gli accarezzò teneramente i capelli.
“Mio caro, voglio il tuo amore, non lo nego. Non so bene come ma possiamo davvero riuscirci, intendo dire: riuscire ad essere felici senza svilirci, mi aiuterai?”.
“Qualsiasi cosa, Julian, qualsiasi. Ma non voglio perderti.”
“Non succederà, ti sto chiedendo di essermi più vicino di quanto o mai chiesto ad un altro essere, ed è stupendo perché non l’avrei mai creduto possibile. Invece... ho te”.
Dopo essersi fissati per qualche secondo, tornarono ad abbracciarsi. Le mani accarezzarono la schiena reciprocamente. La stessa schiena ampia e muscolosa che Julian aveva disperatamente desiderato nello spogliatoio. Ora poteva accarezzarla a suo piacimento. Non c’era nulla, all’apparenza, che Robert non avrebbe lasciato fare a padre Julian. Le labbra si cercarono febbrilmente. Le bocche si schiusero l’una sull’altra.
Sembrarono fondersi come il tè e l’acqua.
Come lo zucchero e la farina.
Come la pioggia e la terra.
Robert si mosse con urgenza, malgrado i buoni propositi, i corpi erano ad un passo dal piacere estremo. Julian lo sentì gemere sul suo orecchio. Lasciò che catturasse le natiche nelle mani per avvicinarlo a sé. “Ecco” sibilò l’uomo lasciandosi completamente travolgere dalle ondate. Restò confusamente tra le gambe di Julian fin quando le contrazioni non furono cessate. Julian era incredulo.
Era successo per davvero?
“Devo cambiarmi” fece sapere. Ma Julian continuava a stringerlo a sé, come se non avesse alcuna intenzione di lasciarlo andare.
“Aspetta” e proprio in quell’istante, quando Julian lo stava lasciando, Gina fece irruzione nella stanza.
“Ma che vi fate le coccole, o state lottando?”




Legato


Gina continuava a fissarli. Era un’indecenza bella e buona essersi lasciati andare con i bambini a pochi passi da loro, pensò Julian. Ed era una vera fortuna che fosse stata la più piccola, e anche la più innocente, a sorprenderli o quasi.
“Stavamo prendendo il tè” rispose gutturale suo padre.
“E non rischiate di scottarvi la lingua così stretti stretti?” la sua purezza li disarmò facendoli sentire ancora più sporchi.
“Tesoro, perché sei sveglia? È tardissimo”.
“Ho sete e devo fare la pipì”.
“Te lo dico sempre di farla prima…” Julian si alzò cercando di far sembrare il gesto più naturale possibile fallendo miseramente. Era così imbarazzato da poter sentire le guance ardere come quando si sta per troppo tempo vicini al fuoco.
“Io andrei” fece sapere il prelato.
“Ci si vede domani” replicò Pange. Lo accompagnò alla porta. Prima di lasciarlo andare non poté trattenersi dall’accarezzargli la guancia sulla quale apparivano nitidi i primi punzoni di barba. Anche Julian avrebbe voluto accarezzarlo. E anche di più… ma guardò la sua bici e la strada buia che avrebbe dovuto condurlo verso casa. Sospirò. Era talmente freddo che temette di non riuscire a muovere le gambe. E quando giunse dinanzi alla chiesa, era talmente fradicio di neve da non sentirsi più gli arti.
Felicità e paura, due sentimenti tanto distanti ma quanto mai vicini in quel momento, cospirarono contro il sonno di Padre Julian. Per quanto cercasse di dormire il ricordo dei momenti tremendi (tremendamente belli) passati con il boscaiolo tornavano prepotentemente a farla da padrona. Se la piccola Gina non fosse entrata… dove saremmo arrivati? Peccatori, senza scusate. No, non posso tormentare quell’uomo, io… io ho dato l’estrema unzione a sua moglie, e ora mi faccio baciare da lui? Era inaudito. Stavamo bene insieme, si volevano bene. Julian era riuscito a fargli tornare il sorriso. Queste erano tutte le cose buone che non sarebbero dovute andare perse. Ma per il resto, i baci, lo strofinamento dei corpi, il piacere… Quelle impudiche, demoniache, scellerate azioni, andavano cancellate e alla svelta. Julian s’impose di non pensarci più, ma per quanto ci mettesse tutto se stesso, il calore, l’odore, il sapore dell’uomo tornavano a fare i loro comodi facendo avvicinare il suo corpo alla perdizione. Odiandosi per quello che era costretto a fare, si legò i polsi tra loro alla spalliera del letto aiutandosi con i denti. Ma, nonostante questo, col giungere dell’alba, una chiazza umida troneggiava nel punto centrale del letto.


Quella mattina, durante la colazione, Padre Donald notò i segni sui polsi.
“Che avete fatto, prete? Avete i polsi completamente lividi”.
“Non serva che ve lo spieghi, ho combattuto contro i demoni, stanotte.”
“Non ci posso credere. Approvate metodi tanto barbari? Ma dico io, siamo nel medioevo?”
No, Julian non voleva affrontare l’argomento, non dopo quello che era successo con Robert, non con Padre Donald. Ma una spiegazione al collega, la doveva.
“Basta così, Padre Donald, ho motivo di credere che voi non possiate capire certe cose. E non voglio discussioni in proposito”:
“Capisco che vi sentiate minacciato. Ma a vent’otto anni è più che normale avere gli ormoni in subbuglio. La castità è un dovere che vi sta a cuore. Ma anche la salute mentale e fisica dovrebbe essere tra le nostre priorità, non credete?”.
“Fumate, e non mi risulta, almeno secondo recenti studi, essere una buona abitudine. E bevete, questo anche non fa bene alla salute. E dunque non fatemi la morale”.
“Dio ci ha fatto le mani per usarle. Non per legarci quando…”
“Insomma basta” urlò in un falsetto che non gli apparteneva. La perpetua giunse dalla cucina per capire il perché quella che sembrava una discussione ordinaria, stesse prendendo una piega tutt’altro che civile.
Ritrovato un po’ di raziocinio, Padre Julian uscì dal refettorio. Andò nella sua camera a cambiarsi. Ufficiò la messa. Chiacchierò con dei parrocchiani. Fece una passeggiatina. Nel pomeriggio spalò la neve che occludeva il passaggio verso la parrocchia di fronte all’entrata. Fece ogni azione in maniera convulsa. Voleva dimenticare, ritrovare padronanza di sé. Ma prima che il sole fosse tramontato del tutto, la figura massiccia di Pange si delineò tra il chiaro e scuro dell’imbrunire. Il cielo rosso bordò si riversava con tutta la sua audacia sopra i due peccatori.
“Eccomi qui” esordì timidamente l’uomo. Sembrava un giovinetto al suo primo approccio.
“Perché non… voglio dire” Julian s’impappinò. L’emozione che gli procurava Robert era paragonabile allo stordimento di una droga. La testa gli girava un po’ come quando si è un tantino brilli.
“Perché non sono venuto a messa? Scusami ma ho lavorato tutto il santo giorno e poi c’è stato l’allenamento… ”
“Già… e non sono venuto”.
“Perché?”
“Ho avuto da fare” era una bugia più che palese. E Robert se ne accorse.
“Mi raccomando, venite domani. È l’ultimo allenamento prima della partita. Pur titubante e guardandosi costantemente le punte delle scarpe, Julian annuì



La partita di beneficenza


Un cielo plumbeo gravava sulle teste degli spettatori. In lontananza, i tuoni preannunciavano bufera.
Nonostante il freddo, sugli spalti c’era quasi tutta Denton, almeno la parte cattolica. Alcune donne si tenevano le gambe al caldo sotto una coperta, curiose di vedere i ventidue contendenti e, soprattutto, com’era carino Padre Julian con la divisa da calciatore, e, tra le righe, senza il vestito scuro con il quale officiava la messa. Alle dodici in punto, come da programma, entrarono in campo. La pioggerellina iniziò a picchettare fastidiosa. Gina gridò: “Forza papà” e anche gli altri bambini scalpitarono. Per quel giorno era concesso di scatenarsi un po’. Mancava così poco al Natale, e la scuola era chiusa. Il maestro non li avrebbe messi dietro la lavagna. I ragazzi della prima comunione incitarono i loro catechisti, Julian e Donald.
“E’ davvero uno splendido mortale, Padre Julian vestito così” confidò Brenda Cornerland alla sua vicina di posto.
“O mio Dio, dovreste vergognarvi per i pensieri sconci che avete formulato” la donna rispose con una risata divertita. La perpetua, poco distante da loro, non aveva sentito, ma aveva intuito che l’interesse primario delle tifose fosse Padre Julian e sorrise tra sé. Anche lei, nonostante l’età, lo trovava decisamente attraente.
I primi scambi di palla furono timidi, poi, man mano cominciavano a prenderci gusto, quelli della fazione avversaria presero il sopravvento. Julian, che ce la stava mettendo tutta nonostante la struttura fragile o forse per merito di essa, si liberò scaltramente di due avversari e s’involò in contropiede verso l’aria di rigore avversa. Un omaccione barbuto lo stese facendolo carambolare più volte. Con estrema enfasi fu redarguito sia dall’arbitro, il figlio del bottegaio Parrinton, sia dall’arrabbiatissimo capitano Pange.
“Stai bene?” chiese a Julian tendendogli la mano. Il prete l'afferrò grato.
“Sì, sono ancora tutto intero per fortuna” rispose sorridendo.
I due parlottarono prima del calcio di punizione. Il pallone carambolò tra le numerose teste. Clyaton saltò più in alto di tutti e fece goal. Uno a zero per la Saint Luis. Tutti gli furono intorno per congratularsi. A quel punto la partita si trasformò in battaglia. Iniziò a piovere sul serio e gli atleti ad azzuffarsi a centro area. Il sudore si mischiò al fango e, a metà circa del secondo tempo, l’arbitro, coadiuvato dai due guardalinee, decise che bastava così. Anche per non perdere tutti gli spettatori rimasti.
Mentre uscivano dal rettangolo di gioco, Robert circondò con un braccio Padre Julian.
“Bravissimo” gli sussurrò avvicinando la bocca al suo orecchio.
“Sono distrutto” rispose.
“Una bella doccia calda e tornerai come prima”.
“Sempre se c’è l’acqua calda” Padre Donald, poco dietro, non poté fare a meno di notare il gesto confidenziale. Li osservò anche nello spogliatoio. Dimentichi della presenza degli altri, Robert e Julian continuavano a civettare scherzando spesso e guardandosi fitto negli occhi.
Dopo la partita i giocatori si ritrovarono tutti al pub per mangiare, e bere birra in quantità, naturalmente. Dopo il terzo boccale, Donald fu accanto al suo collega: “Bene bene, te e il boscaiolo fate passi da gigante”.
Julian tossì stizzito “Siete arrivato all’ebbrezza e volete concedermi qualche nuova perla?”
“Niente da ridire, anzi. Penso proprio che se c’è qualcuno che può toglierti quell’aria saccente da creatura al di sopra di tutto, mi riferisco alle bassezze di noi poveri umani, è proprio Pange. Certe braccia scaldano meglio di trenta coperte, né vero?”.
“Voi e le vostre scempiaggini... ”
“No, sul serio. Mi piace su di te quello sguardo innamorato. Vi rende così... fammi trovare le parole giuste, così umano. Mi conferma quello che ho sempre pensato di te”.
“Non intendo continuare ad ascoltarvi”.
“Ho sempre pensato che non siete affatto un algido ragazzo del nord. No, avete un cuore, un cuoricino caldo pronto a esplodere”.
“Hai finito?”
“E non solo il cuore. Anche tutto il resto, soprattutto quello. Intendo dire: lo accogliete dentro di voi? Non il contrario, mi parrebbe strano se grande e grosso com’è lo spacca legna... “.
“Basta così” turbato e infastidito (e parecchio eccitato) Julian si allontanò da lui. Era davvero tutto così lampante? Era bastato lasciarsi andare quel tanto da dare adito a tutti... no, santo cielo, solo a quell’ubriacone di Padre Donald potevano saltare in testa simili sciocchezze, si disse. Lui e Pange erano ancora casti, dopo tutto. Si desideravano da impazzire, ma era fuori luogo, del tutto fuori luogo, considerare quella possibilità. Solo un uomo rozzo poteva concepire certe lascivie. Sebbene queste considerazioni sagge, Julian non riusciva a smettere di pensare al corpo bronzeo e bellissimo dell’amico. Ne era quasi ossessionato. Quella carne compatta, quella peluria bruna ben distribuita. Il sesso baldanzoso, quasi aggressivo. Senza rendersene conto, Julian aveva fissato la parte che nel medioevo, proprio a causa di Santa Romana Chiesa, gli artisti erano costretti a celare dietro foglie di fico. Fortunatamente Padre Donald non aveva fatto accenno a quello.

venerdì 20 febbraio 2009

Io con un uomo mai capitolo 6


Capitolo sei


Parker e suo padre fecero colazione alle otto. Booth non aveva dormito neanche un minuto ma era contento che la sua Bones fosse riuscita a prendere sonno. Quando si svegliò lui era già pronto per uscire.
“Quanto ho dormito?”
“Sono quasi le nove e mezzo”
“Ma… è tardissimo, dovevi svegliarmi. Dobbiamo andare al dipartimento ed avvisarli di quello che abbiamo scoperto”
“Che hai scoperto”
“Tu stanotte mi hai aiutato ad aggiungere elementi concreti”
“Tranquilla Bones, ho già chiamato la Power che ha indotto una riunione speciale alle undici di questa mattina” lei sospirò pesantemente.
“Ci sarà anche Emmerich immagino” Booth vibrò a quel nome. Cercò di celare i suoi sentimenti con un cenno della testa vago.
Booth e Brennan accompagnarono Parker da una zia. Il bambino protestò per quel contrattempo.
“Ti prometto che prima delle cinque verrò a prenderti”
“Già, per riportarmi dalla mamma e dal suo amico” rispose lui lagnandosi.
“Non fare così, vedrai che il prossimo week-and insieme arriverà in un baleno” diede un bacio sulla fronte a suo figlio. Temperance era rapita. Booth dimostrava una volta di più di essere fantastico come padre, uomo e certamente come agente dell’FBI
La riunione si svolse in un clima parecchio acceso. Oltre ad Emmerich, erano presenti due alte cariche della polizia federale, il futuro capitano, la Power e la dottoressa Saroyan. Emmerich e Booth si scambiarono timide occhiate, quelle di Seeley piene d’imbarazzo. Se fosse geloso di averlo visto arrivare con la Brennan, il Profiler non lo diede di certo a vedere. Temperance e Booth spiegarono in maniera esaustiva ciò che avevano scoperto.
L’ultima frase fu di Brennan: “Da questi elementi si evince che non solo le intenzioni iniziali dell’assassino sono cambiate. Che molto probabilmente il modus operandi è cambiato. Si evince inoltre che il killer della centrifuga ha un complice”. Il capitano e Ardich si guardarono sgomentati. Di nuovo nessuna traccia di cambiamento nell’espressione di Ian.
Power, camminando in cerchio attorno come una pantera in gabbia, si avvicinò a lui.
“Agente Emmerich, può spiegare cosa sta succedendo?”
“Non capisco”
“Ah, lei non capisce?” tutti restarono interdetti. Tutti tranne Ardich. Il futuro capitano che presto avrebbe detto la sua.
“Vuole dire che è solo una coincidenza che la dottoressa Brennan e l’agente Booth sappiano informazioni che lei avrebbe dovuto tenere segrete?” Booth impallidì. Ecco perché era scappato in Virginia.
“Le assicuro che la riservatezza è il mio primo requisito”
“Dunque siamo di fronte ad un caso quasi eccezionale. Un’antropologa forense la sa più lunga di un cazzuto Profiler dell’FBI?”
“Indubbiamente le doti della dottoressa Brennan sono notevoli. In ogni modo, i casi risolti dall’agente Booth in collaborazione con la squadra di Bones sono assolutamente sbalorditivi!”
“Bones?”
“Volevo dire Brennan, dottoressa Brennan” Booth capì subito che era stato un errore voluto. L’aveva chiamata Bones per dargli una frecciatina. Era una specie di messaggio in codice. E anche un modo per farla innervosire. Temperance tollerava essere chiamata così da una persona sola. Ma doveva ammettere che i complimenti di Emmerich giungevano inaspettati ma graditi.
“Ebbene, a questo punto i ragguagli di Brennan e Booth si vanno ad aggiungere a quello scoperto da Emmerich. Questo significa che la Task Force si allarga. E che dobbiamo usare ogni mezzo per arrivare agli assassini”concluse il futuro capitano.
A riunione finita, Emmerich si congratulò con entrambi. Pranzarono tutti e tre in un locale vicinissimo agli uffici dell’FBI. Booth era sulle spine. Doveva farci il callo, sarebbe stato sempre così tutte le volte che si trovava tra lui e Bones.
“Devo ammettere che siete stati molto in gamba... ”
“Ok. Basta con i complimenti. Dicci piuttosto come dobbiamo muoverci. La riunione di stamattina non mi è sembrata molto utile in proposito”
Emmerich lo redarguì affettuosamente:“Non essere precipitoso Booth, non possono dirci cosa fare con così pochi elementi. Sappiamo che il modus operandi è diverso. Sappiamo che ad uccidere le donne sono almeno in due, che probabilmente uno le rapisce e l’altro le scarnifica. A parte questo non c’è davvero di più” e anche se ci fosse stato di più Emmerich non lo avrebbe detto. Dopo tutto la riservatezza è il suo primo requisito, pensò Booth.
Temperance si recò al Jeffersonian e i due uomini all’automobile di Booth.
“Come sei venuto?” chiese fissandolo e cercando di non notare il baluginio delle iridi blu.
“Lo vuoi davvero sapere?” rispose sbadigliano, era stanchissimo. Aveva passato la notte in bianco e la nuova piega che aveva preso la missione lo preoccupava non poco.
“Che c’è, ti annoio?”
“Non ho chiuso occhio stanotte, sono distrutto. Semplicemente distrutto” enunciò stropicciandosi gli occhi.
“Tu e la dottoressa vi siete dati parecchio da fare immagino” il tono era malizioso.
“Non fare il buffone. Cosa volevi farmi vedere?”
“Niente, magari la prossima volta, vai a dormire”
“No, tanto devo tornare a riprendere mio figlio alle cinque”
“Mancano tre ore. Facciamo così, io ti riporto da tuo figlio entro le cinque ma tu vieni a fare un giretto con me”
“Un giretto?”
“Sì, seguimi” Booth ubbidì confuso. Arrivarono davanti ad una moto di grossa cilindrata.
“WOW, ami l’alta velocità immagino”
“Mi allettano le grandi imprese. Le cose belle e quelle veloci. Sali” Emmerich porse il casco. L’altro lo perse e se lo allacciò. Sperò, una volta salito, di non doverlo abbracciare ma, alla prima curva presa a buona andatura, si attaccò a lui come una lumaca ad una pianticella.
“Non correre. Ci andiamo a schiantare” urlò cercando di farsi udire.
“Goditi la passeggiata, sei in buone mani” rispose accelerando. Malgrado temesse davvero per l’incolumità di entrambi, Booth si divertì. Attraverso la visiera del casco, vedeva il mondo muoversi velocemente. Il cielo azzurro stava lentamente diventando rosso e la linea invisibile dell’orizzonte sembrava avvicinarsi verso di loro. Quando il giro in moto terminò, si ritrovò un po’ triste e impaziente. Ciondolò su un piede e poi l’altro nell’attesa che Ian ripartisse. Erano di nuovo davanti alla sua macchina. Il centauro non era sceso dalla sua moto e lo guardava attraverso la visiera. Gli occhi senza volto lo facevano sembrare ancora più enigmatico. Quando fu per girare i tacchi Emmerich si tolse il casco.
“Te ne vai senza salutarmi?”
“A dopo allora”
“A dopo?”
“Sì.” Finita di pronunciare l’ultima sillaba, Emmerich gli afferrò un braccio e lo avvicinò a sé. Gli stampò prima un bacio sulla guancia per poi spostarsi sulla bocca. Booth restò interdetto. Alla fine, per forza di cose, fu costretto ad appoggiarsi a lui. Per fortuna il parcheggio era deserto.
“Vado, non è giusto far aspettare Parker” così dicendo il suo volto fu di nuovo celato. Sparì dietro un angolo.
Booth restò interdetto per alcuni secondi. Ripresa conoscenza prese posto sulla sua auto e uscì dal garage.



I giorni a seguire furono duri per tutti. La Task Force impiegata contro il killer della centrifuga era concentrata su come aggiungere nuovi tasselli a quelli che già avevano.
Temperance aveva le sue ossa, aveva il teschio del pellerossa. Nonostante questo era coinvolta in quella storia fino al midollo. Non passava attimo domandandosi quando e se sarebbero riusciti a stanarlo. Sapeva che ci sarebbe scappato altro sangue innocente se non fossero riusciti nell’impresa di assicurare il mostro alla giustizia. La Power era d’accordo che lei facesse parte della squadra. Era stata utilissima alle indagini e voleva che continuasse a sentirsi partecipe. Per questo, prima che l’insediamento del nuovo capitano fosse ufficiale, la fece chiamare nel suo ufficio. Fu un colloquio da donna a donna. Il capitano uscente fece valere tutte le ragioni per assicurarsi il suo appoggio affinché lei e la sua squadra non tralasciassero nessun elemento. Se c’era qualcuno di cui si fidava ciecamente, era lei, confidò. Non c’erano dubbi in proposito. Uscendo dallo studio Brenann si sentì fiera di sé. Chiamò l’ascensore. La malasorte le fece incontrare Emmerich e Booth provenienti dai piani alti. C’erano pure una mezza dozzina di estranei.
“Bones?” L’agente era interdetto. Non si aspettava di trovarla lì.
“La Power ha chiesto di vedermi”
“Mi pare giusto, sei una di noi” aggiunse gentilmente Emmerich. Lei lo guardò quasi sorridendo. Subito dopo il suo sorriso si spense. Come se niente fosse, Ian aveva infilato le dita tra i capelli di Booth
“Ti stanno venendo i primi capelli bianchi, te ne sei accorto?” imbarazzato Booth tolse la mano. “Finiscila” Ian ridacchiò e gli sussurrò qualcosa che lei non poté udire. Tutte quelle confidenze le fecero di nuovo piombare il morale sotto i tacchi. Booth sembrava così bello e felice che, a quel punto, non poteva far altro che gettare la spugna. L’uomo si avvide del disagio di lei e fu freddo con il collega.


“Non lo sopporto” disse quando furono solo loro due di fronte porta principale.
“Scusa. Lo so che non lo sopporti, mi dispiace”
“E di cosa devi scusarti? Ti scarmiglia davanti alla gente come se niente fosse. Tu lo lasci fare, vuol dire che ti piace, vuol dire che non c’entro niente con voi due. Perché non mi dici di farmi gli affari miei una volta per tutte?”
“Perché lo voglio”
“Lo vuoi?”
“Sì, voglio che sei gelosa di me”
“Perché io ti salvi dalla tentazione?”
“No, perché… perché provo dei sentimenti per te, e lo sai”
“Non è giusto che tu mi dica questo ora”
“Mi stava solo prendendo in giro, si scherza tra colleghi, no?”
“Una volta scherzavi con me”
“Bones, non è cambiato niente. Io per te ci sono” la guardò negli occhi rapito. Pensò che era bella, bellissima e lui un totale stronzo. Perché non poté fare a meno di baciarla. Mentre le teneva le guancie strette tra le mani, dal portone degli uffici dell’FBI, in mezzo a un nugolo di passanti, c’era pure Ian Emmerich. Apparentemente nessun sentimento trasparì dal suo volto. Booth, guardandolo, si sentì sprofondare in un vortice di dubbi.

lunedì 16 febbraio 2009

Io con un uomo mai capitolo 5


Capitolo 5


“Ma non mi dire… ” Ian non riusciva a credere ai suoi occhi! Il linguaggio del corpo, che lui comprendeva anche meglio di quello verbale, gli rivelava tutto! Booth era lì, consenziente, sembrava un vassoio di frutta sul tavolo di un rinfresco, poco prima di essere depredato. Se avesse avuto un cartello appiccicato al petto con scritto sopra -OPEN- e non sarebbe stato più palese.
“Che cosa… cosa stai facendo?” esalò l’agente quando la mano di Emmerich gli sfiorò la gamba
“Stai tranquillo. Non farò niente che non vuoi pure tu” e così dicendo voltò la mascella in direzione delle sue labbra. Per una frazione di secondo l’altro riuscì a sfuggire. Lo guardò pieno d’ira.
“TU, tu… tu” l’altro rideva tenendosi la pancia, “tu volevi, tu hai tentato di… baciarmi!”
“Finiscila, non facevo sul serio”
“Certo che facevi sul serio… se non mi fossi spostato”
“Non ci ho provato davvero”
“Invece sì”
“Invece no” con una mossa felina Ian fu di nuovo con il viso a due centimetri dal suo, “perché se lo volessi sul serio…” e lo baciò.
Booth restò allibito. Era come se gli avessero iniettato una sostanza che bloccava i muscoli. Fu un po’ come il primo bacio. Aveva di nuovo tredici anni e le labbra di Patricia Reginald incontravano le sue. Scosse elettriche, brividi e nuove sensazioni. Tutte cose che non avrebbe mai più dimenticato.
Quando trovò un filino di raziocinio riuscì a staccarsi. Era incazzato nero.
“Lo sai che stai rischiando la vita?”
“Vuoi una citazione cinematografica? Il pericolo è il mio mestiere”
“Non… no, ci posso credere”
“Lo hai voluto pure tu”
“No, non è vero”
“So leggere il linguaggio del corpo meglio di chiunque altro. E il tuo corpo lo gridava che volevi essere baciato” . L’agente Seeley Booth era ad un passo così dal perdere la testa. E, colpito nel suo -io- profondo, reagì scaraventandosi addosso a lui. Ne nacque uno scontro in piena regola. Rotolarono sul tappeto. Ian picchiò la testa contro la gamba del tavolino, nonostante questo non si lamentò, ma l’urto provocò un bel rumore.
“Ti sei fatto male?” chiese Booth premuroso. Era sopra di lui e non riusciva a capacitarci di ciò che provava. Se stava così per via del fiato corto, per il corpo attaccato il suo, per quegli occhi azzurri che lo fissavano intensamente, non lo sapeva. Erano troppe quelle emozioni, troppe e tutte insieme.
“Se era una scusa per saltarmi addosso potevi fare anche meno casino. E poi Parker potrebbe svegliarsi”
Booth era interdetto. Non ricordava nemmeno di avergli fatto sapere il nome di suo figlio. Che razza di memoria aveva, e soprattutto, come riuscire a staccarsi da lui? Tirando fuori una forza inaspettata, Emmerich ribaltò le posizioni. Una volta sotto, a Seeley non rimase che sospirare sconfortato.
“Mi arrendo”
“Che significa -mi arrendo-?”
“Non lo so” era turbato. Anche Ian era turbato nel vederlo in quello stato. Ma la voglia di ritrovare le labbra imbronciate, fu più forte di qualsiasi reticenza. Fanculo la razionalità.
Lo baciò di nuovo. Dopo qualche minuto si staccarono. Il Profiler si tolse andandosi a sdraiare accanto a lui. Furono spalla contro spalla. Il respiro dei due uomini fu l’unico suono in tutta la casa. In lontananza, poteva udirsi una sirena della polizia, sembrava provenisse da un altro emisfero. Booth tornò a sedere. Si girò per osservarlo. Lesse nella sua espressione un’emozione indefinita e fu come se lo guardasse per la prima volta. I modi audaci e spicci erano finiti nella pattumiera. Ian era un fascio di emozioni. Cosa era successo? Il suo disagio era dovuto alla conquista? Aveva ottenuto le labbra più ambite di tutta la sua vita di conquistatore, di predatore, come lo aveva definito Bones, aveva scalato il suo Himalaya. La bandiera americana era stata conficcata in terra lunare per la prima volta. Era solo tronfio del successo o c’era dell’altro? Vedendolo così emotivamente sconvolto, Booth si domandò se non gli sarebbe piaciuto baciarlo di nuovo. Era stato bello baciarlo. Importava davvero se l’indomani sarebbe stato uno schifo? Se i dubbi lo avrebbero assalito di nuovo portandolo ad un passo dal baratro? Voleva capire sì, ma voleva soprattutto vivere.
Alla fine di una stasi che sembrò non finire mai, Ian Emmerich si alzò. Cercò la sua giacca con gli occhi. Quando l’ebbe trovata la indossò. Tornò di nuovo vicino al collega ancora seduto sul pavimento apparentemente intento a riflettere.
“Vuoi una mano?” domandò. L’altro non capì subito a cosa alludesse. Alzò lo sguardo e vide il braccio teso verso di lui. L’afferrò saldamente e si tirò su. Era forte Ian Emmerich, una forza che non era fatta solo di muscoli. E quel gesto rivelava molto.
“Ci vediamo domani?” disse voltandosi. Era già con un piede fuori dalla porta.
“Si capisce”
“Notte, stallone”
“Notte”. E fu tutto come se il mondo non fosse stato distrutto da una collisione fatale con un asteroide.
Una volta fuori dall’ascensore, l’agente speciale Ian Emmerich, dimentico del suo ruolo e dei suoi trent’ anni suonati, urlò come un quarterback dopo un touch down: “SI, SI, SI, SIIIIIIIII”. Una giovane coppia di colore che stava uscendo da una berlina tedesca lo squadrò sconcertata. Non temendo di sembrare completamente fuori di testa iniziò a cantare: Well, I'm a lucky man
With fire in my hands.
E saltellando e canticchiando, raggiunse la sua auto.


Seeley Booth non aveva assolutamente voglia di cantare. Aveva diversi bisogni, tanto per cominciare togliersi la camicia, umida di sudore in maniera oscena. Si infilò in bagno. Si guardò allo specchio sconcertato.
Ho baciato un uomo
Ho baciato un uomo
Ho baciato un uomo
Non ci posso credere...

Era successo, il grande tabù o meglio, uno dei grandi tabù era stato infranto.
Bello mio, sei nei guai fino al collo! Ora ti rimane solo di farti dare lezione di pompini da una squillo ed esercitarti con un ghiacciolo. Ma i ghiaccioli sono freddi ed insipidi, mentre era assai auspicabile che Emmerich fosse caldo e saporito… restò costernato di fronte all’immagine che gli apparve davanti. Non poteva trovare un colpevole di quella situazione. Era una guerra persa.


Temperance tamburellò con le dita accanto al mouse. Malgrado cercasse a tutti i costi di pensare solo al lavoro, la sua anima di donna era spaccata in due. Più passavano le ore e più si sentiva in colpa. Aveva sprecato la sua possibilità con Booth. Doveva chiamarlo e scusarsi. Aveva sciupato l’occasione di essere felice con lui per un possibile abbaglio, o, in ogni modo, con un fantasma con il quale avrebbe potuto combattere ad armi pari. Che aveva in più di lei quel Ian Emmerich? Nulla di nulla, si disse. Fascino e ambiguità possono essere attraenti almeno all’inizio ma alla lunga stancano, considerò. Non ci aveva pensato. Sì, Booth era attratto da lui, ma di certo non ci sarebbe andato a letto, di quello ne era certa. Doveva solo aspettare che fosse terminato il suo mandato. Motivo in più per occuparsi del killer della centrifuga invece di pensare all’amore. L’amore. Quante volte si era sentita così spiazzata davanti ad un uomo? Non riusciva nemmeno a ricordare da quando non pensava seriamente ad una relazione. Aveva osteggiato gli spettri di una sempre crescente attrazione per il collega con tutte le sue forze. Fiera soldato Jane che non teme le debolezze di nessun tipo. Per poi fallire al primo appuntamento crollando ai suoi piedi. L’elemento esterno. Ecco qual’era la soluzione! L’elemento esterno era stato essenziale per far scattare la molla a Booth. Emmerich era l’elemento esterno. Ad un tratto un sussulto la fece vibrare. E se la morte del capitano Osbron fosse legata ad un elemento esterno? Si toccò la fronte. Nel giro di qualche minuto era già per la strada.
Quando Booth sentì vibrare il telefonino ebbe una mezza sincope. Pensò immediatamente a Emmerich. Niente da fare, era Bones.
“Che è successo? Cristo sono quasi le due di notte”
“Ho capito. Forse ho capito perché ha ucciso Osbron”
“Stai scherzando?”
“Un elemento esterno. Qualcuno che disturba il suo disegno iniziale!”
“Già Bones, si chiamano indagini”
“No, pensaci Booth, quando mai un serial killer del genere si preoccupa di centrifugare le ossa di un capitano di polizia? Almeno non uno con la propensione alle madri di famiglia” l’agente ci pensò. Era sensato. Prima di mettere giù, Booth si ricordò di Parker, non poteva recarsi all’appuntamento che Bones gli aveva proposto pochi secondi prima. Inevitabile fu proporle di salire da lui.
Quando giunse in piena notte a casa sua, la donna era fradicia dalla testa ai piedi.
“Ha iniziato a piovere all’improvviso, non avevo un ombrello”
“Si capisce” erano entrambi imbarazzati. Booth con il sapore di Emmerich ancora sulle labbra. Lei con il fuoco mai sopito che la spingeva nella sua direzione.
“Mi dispiace essere piombata così in casa tua. Ma sono davvero convinta di quello che dico”
“Togliti questa roba bagnata” così dicendo le sfilò il soprabito. Inavvertitamente si ritrovarono abbracciati.
“Booth… che fai?”
“No, scusa. Volevo solo… ti prenderai un bel raffreddore se non ti spogli”
“Me ne rendo conto” Temperance accettò un suo pigiama. Dopo essersi asciugata in bagno, uscì con quel buffo abbigliamento.
“Ti sta grande all’inverosimile”
“Perché porti roba tanto brutta per dormire?” domandò riferendosi ai buffi coniglietti stampati sul pigiamone di flanella.
“Mia madre…”
“Ok, non dire altro” annuì prendendo posto accanto a lui sul divano. Booth non resistette alla tentazione di essere galante.
“Il pigiama è brutto da far spavento, lo stesso non si può dire della creatura che ci sta dentro” tossicchiò, “sei stupenda Bones”
“Non è il caso che tu dica questo”
“Non volevo offenderti, scusa”. Dopo qualche secondo di imbarazzo Bones tirò fuori dal portatile tutti gli appunti sul caso. Dibatterono fino alle sei del mattino. A quel punto avevano entrambi troppo sonno. “Dormiamo un po’ o facciamo colazione?” chiese Booth. Si girò e scoprì che si era addormentata circondata dai fascicoli. Booth fu assalito da un senso di tenerezza assoluto. Avrebbe voluto baciarle i capelli, le palpebre chiuse, le mani da bambina. La prese in braccio e cambiò il suo giaciglio. Il divano fu sostituito dal letto matrimoniale. “Sei bellissima” le sussurrò accarezzandole i capelli. Lei emise un gemito sommesso prima di ripiombare nel sonno.

domenica 15 febbraio 2009

Bordeline, quattro è il numero perfetto cap 1

Clayton McCarthy

Capitolo 1


William McCarthy sapeva farsi rispettare, almeno il più delle volte. Se al ristorante qualcuno veniva servito prima di lui, alzava il sopracciglio destro e adocchiava il cameriere in segno di sfida. Ma il più delle volte stava zitto. Sapeva farsi rispettare durante le file al cinema o ai vari spettacoli teatrali. In qualsiasi occasione nella quale la sua supremazia fosse messa in discussione.
Ma a letto non c’era supremazia né rivalità. Tra le lenzuola preferiva stare sotto.

Heath Burton e William McCarthy, il giorno che la loro amica Stacy mise al mondo la sua bambina, a cui ebbe l’infelice idea di metter nome Vanilla, stavano insieme da tre anni, sette mesi e undici giorni.
Un bel record per una coppia perennemente accerchiata da predatori.
Musicisti, compositori, faccendieri, impresari, agenti vari, giornalisti vari, e, naturalmente, spettatori vari. Più specificatamente fans. Sì, perché William di mestiere faceva il direttore d’orchestra, uno dei più in voga a New York e Heath era un cantante e, all’occorrenza, sapeva anche ballare.
Malgrado questo erano sempre stati fedeli l’uno all’altro. Non erano una coppia aperta, anche se erano mentalmente aperti e non giudicavano quelli che preferivano far sesso in giro giustificandosi che, per l’appunto, si trattava solo di sesso e nessun coinvolgimento emotivo. Ecco perché quando Heath incontrò lo sguardo birichino di Jake Keane, un ginecologo fortunatamente nello stesso vagone della metropolitana il giorno che Stacy diede alla luce Vanilla, quando incontrò il suo sguardo dicevamo, beh non parliamo di scintille, né di chimica sessuale, né tanto meno voglia di trasgressione: fu subito amore.


La metropolitana brulicava di gente come ogni giorno. Heath si era svegliato di cattivo umore quella mattina, la continua frequentazione con Stacy lo stava stremando. Era come se gli ormoni in subbuglio della gravida fossero contagiosi e stessero insidiando il suo equilibrio. Ma voleva bene alla sua collega, e da quando lei aveva deciso di tenere il bambino, il risultato di un condom tanto trascurato da rompersi sul più bello, lui e William non le avevano mai fatto mancare nulla. La viziavano, la incoraggiavano, la accompagnavano alle varie visite, ecografie, a comprare culla e tutto l’occorrente per la sua piccolina. Di fatti, quel giorno si stavano recando in clinica per controllare il battito fetale.
Alla data presunta mancavano una manciata di settimane.
“Non puoi capire quanto odio dover salire sulla metro!” esordì in un sospiro, “ci fosse stato almeno un cane che mi avesse offerto il posto”.
“Da qui nemmeno si vedono i posti, Stacy. Porta pazienza”.
“Ma quale pazienza! Ho i piedi gonfi, devo pisciare e questa piccola peste non la smette più di giocare a calcio con il mio fegato” non fece in tempo a pronunciare la parola fegato che una frenata improvvisa e inattesa scaraventò tutti in avanti. Non fu panico ma qualcosa del genere. Tutti iniziarono a vociferare. Bomba, attacco terroristico furono le opzioni più gettonate. Niente di così grave, per fortuna. Ma nemmeno c’era da stare allegri. Il mezzo sul quale viaggiavano aveva problemi. Almeno fu quello che specificò scusandosi il conduttore del mezzo attraverso la radio di bordo.
E fu in quel preciso momento, in quel preciso istante, che Vanilla decise di venire al mondo. Così. Senza preavviso, una mezza secchiata d’acqua cadde tra le gambe della ragazza e sulle Hogan del ragazzo.
“Cosa è stato? Si sta allagando la metro?”.
“Oddio, Heath, no no no!”.
“Cosa?”.
“Mi si sono rotte le acque”.
“Stai scherzando, vero?”.
“Vaffanculo, Heath, secondo te scherzerei su questo?” infatti, non scherzava. Di lì a poco l’attenzione fu tutta per loro due. Le porte si aprirono e miracolosamente la gente cominciò a defluire fuori.
“Stai calma Stacy, ora possiamo scendere e tu presto sarai in clinica dove una brava equipe farà nascere la tua bambina”.
“Ma cazzo, come? Dico: hai visto quanta distanza c’è tra il muro e la metro? Mi dici come cazzo ci passo io?” un sospiro di solidarietà delle poche persone rimaste fece intendere che altre donne e uomini avevano lo stesso suo problema. Non erano incinti, solo obesi. Tutti tranne uno. L’unico uomo in forma si avvicinò alla donna con fare cordiale.
“Ora si stenda”.
“Perché mi dai ordini?”.
“Sono un medico, un ginecologo per sua fortuna”.
“Ah sì? E chi me lo dice che non sei un depravato che vuole frugarmi tra le gambe?”.
“Tranquilla. Sono davvero un ginecologo e sono pure gay” sorrise esibendo il tesserino della Columbia hospital oltre ad un sorriso degno di Hollywood.
La ragazza fu fatta stendere.
“Gli uomini si voltino!” gridò deciso il medico. Sapeva il fatto suo, pensarono.
“Mio Dio... ” enunciò.
“Mio Dio? Perché mio dio?” chiese ansioso Heath.
“Non si preoccupi suo figlio è in buone mani”.
“Perché dice questo?”
“Non è suo figlio” corresse Stacy. L’interesse dei presenti stava diventando palpabile.
“Si sente la testa. Sta uscendo”.
“Ma non è possibile! Cazzo, cazzo, cazzo!” sbraitò Stacy.
“Non si preoccupi, non è il primo bimbo che faccio nascere. Ok, è il primo che tiro fuori dentro una metropolitana ma non è così grave. Deve solo respirare a fondo e quando sente di dover spingere, spinga”.
“Ma non sarà pericoloso?” chiese Heath
“Tranquillo” ammiccò. Era gay, era bello, era un dottore. Heath era già innamorato perso.
E lo fu ancora di più quando lo vide sporco di sangue dalla testa ai piedi, tenere tra le mani un frugoletto poco più grande di un bambolotto.
“Complimenti signora, proprio una bella bambina” tutta la metro si congratulò tanto con Stacy, tanto con l’intrepido dottore. Nell’ora successiva furono condotti fuori.

La nascita di Vanilla fu un vero evento. Ogni emittente televisiva, radiofonica, giornale e qualsiasi altro mezzo di comunicazione ne parlò. Finì persino nella home di Yahoo!
“Donna di ventisette anni partorisce dentro alla metropolitana in avaria” annunciò a gran voce Liam Spencer. “E sapete chi ha permesso questo miracolo? Niente di meno che il mio meraviglioso boyfriend” Jake Keane si ritrovò la bocca tappata da un bacio. Un lungo bacio che significava congratulazioni.
Il direttore della Emilton Life era su di giri. E non era da lui trattandosi di un tipo taciturno, pure un po’ orso. E non gli piaceva mostrare simili manifestazioni d’affetto davanti a chicchessia. Ma gli era piaciuta l’idea di festeggiare il suo ginecologo eroe. Aveva organizzato un piccolo party nel suo attico a Park Avenue.
Non amava pavoneggiarsi quando portava a termine un grosso affare come ad esempio tre mesi prima quando era riuscito nell’impresa di acquistare a prezzo stracciato un’altra industria farmaceutica caduta in disgrazia. Era un asso negli affari Mr. Spancer. Ed era per merito dalla sua passione che gli riusciva facile qualsiasi impresa. Ma quel giorno era Jake al centro dell’attenzione, per un motivo di gran lunga più nobile. Aveva salvato due vite.
Prima della nascita di Vanilla avvenuta in 5 Marzo del 2008 in metropolitana, Jake e Liam stavano insieme da dodici anni, 4 mesi e ventuno giorni. Era, come si usa dire, una coppia consolidata. Tra loro c’era una certa differenza di età quantificabile in diciotto anni anche se, ufficialmente, erano solo tredici. Questo perché quando si erano fidanzati Liam era il suo professore di chimica e Jake uno studentello quindicenne. Jake era talmente abituato a dire che aveva trentadue anni da aver dimenticato la sua vera età. Avrebbe finito per invecchiare prima, temeva, ma il risultato era che tutti gli dicevano che se li portava alla grande.
Dopo essersi congratulati con lui gli impiegati della Hemilton e amici vari tornarono ai loro drink e alle loro chiacchiere.
“Sei contento?”.
“Sono un po’ stufo”.
“Dovresti goderti tutta questa notorietà, hai lo studio sempre pieno zeppo ultimamente, no?”.
“Già, fantastico, ormai non ho più nemmeno il tempo di dormire”.
“Sei un eroe, quelle donne si fidano di te”.
“Chiunque lo avrebbe fatto al mio posto”.
“Scherzi? Non fare il modesto” E diede una forte pacca sulla spalla al suo fidanzato. Dopo di ché tornò a parlare con Patricia Weber, il suo vicedirettore.


William baciò teneramente la spalla del suo uomo. “Ti aspetto a letto” enunciò. Heath annuì con disinteresse. Fingendo di controllare la posta, attendeva che la luce con il nickname Victim for love comparisse su msg. Sbuffò. Decise di chiamarlo. Non poteva continuare ad aspettare. Avevano chattato solo una volta e a lui era sembrato meglio di fare l’amore. Pensò che fosse proprio un comportamento da deficienti. Il suo ragazzo lo esortava a venire a dormire con sensualità, e lui che faceva? Invece di ingranare la quarta e buttarsi tra le sue braccia aspettava una luce in fondo allo schermo? Era furioso con se stesso ma non fu capace di evitarlo. Prese il cellulare e scrisse l’sms.
Ti aspetto su msg, vieni?
Sono occupato ora, se resti, sveglio magari dopo, ti chiamo…
Non posso, il mio ragazzo mi vuole. Allora ci si vede domani?
Certo, a domani.