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domenica 15 marzo 2009

Bordeline, quattro è il numero perfetto cap 3


Jason Bird


Capitolo 3


La macchina di Jake Keane era una fuoriserie tedesca.
“Cristo è allucinante quanto è bella questa BMW! Sedili in pelle, cambio automatico, per non parlare dell’elettronica, sembra un computer! Frugare vagine è proprio ben pagato.”
“No, è un regalo di Liam” così dicendo si avvicinò a lui e gli baciò il collo.
“Heath, tu stai tremando”
“Un po’. Non è che qui ci vede qualcuno?”
“Secondo te perché avrei dato quella mancia esagerata al posteggiatore?”
“Capito” Heath provò a rilassarsi sul sedile mentre le mani esperte del ginecologo gli aprivano la patta liberando l’erezione.
“Lo sai che questa auto ha anche un ottimo sedile ribaltabile” allungò una mano e l’altro si ritrovò con il viso rivolto verso il tettuccio.
“Così mi piaci piccolo” gli leccò le labbra come se gustasse un delizioso frutto. L’altro catturò la testa e lo strinse a sé. Quando le bocche si staccarono, quella di Jake si spostò sul collo. Di lì a poco mappò il torace. Era liscio e muscoloso. Il gioco erotico volse alla fine nel momento che, esasperato, Heath non diresse l’erezione tra i denti. Jake ci si dedicò finché il ‘lavoro’ non fu portato a termine.
“Ne avevo proprio bisogno” asserì tirandosi su a sedere. La sua erezione era ben visibile attraverso la stoffa dei pantaloni. Divenne serio.
“Vuoi un fazzolettino?” chiese Heath riferendosi alla bocca che aveva appena insudiciato.
“Non importa” Jake chiuse gli occhi. Sembrava triste, pensieroso. Forse si è pentito e sta pensando al suo uomo a casa da solo che dorme. Rifletté il biondino. Tra poco anche lui si sarebbe sentito in colpa, ma la fellatio di Jake era stata talmente straordinaria da sentirsi ancora tra le nuvole. Era in paradiso e non voleva scendere a nessuno costo sulla terra.
“Ti rendo il favore?”
“Grazie, sei un tesoro. Ma è tardi e non voglio che Liam pensi che me ne vado a ciucciare cazzi a destra e manca” Heath sbottò in una risata amara.
“Ad ogni modo... mi è piaciuto un sacco.”
“Anche a me Jake... ”
“Non intendo l’atto. In realtà volevo dire che… sei tu che mi piaci un sacco” si chinò per catturare le labbra ma l’altro si scansò un tantino schifato.
“Che c’è?”
“E per via dello... ” timidamente Heath indicò i lati della bocca.
“Ti da fastidio!?”
“Beh... in effetti.”
“Vuoi dire che tu non vieni in bocca al tuo ragazzo e poi lui bacia?”
“Beh sì, ma dopo che si è lavato i denti.”
“Oddio, come è antierotico il dentifricio in tutto questo discorso. Io e Liam potremmo scrivere un saggio su i vari usi e consumi dello sperma!”
“Un saggio o un libro di ricette? Cristo è disgustoso, non verrei mai a cena da voi, giuro” il tono si era fatto ironico e Jake sorrise costatando che avevano lo stesso senso dell’umorismo.
“Non l’abbiamo mai cotto, se è questo che vuoi dire, però è da prendere in considerazione. Tuttavia mi stupisco che tu non ricambi il favore al tuo ragazzo. È fantastico.”
“A me fa impressione. Ma capisco il tuo punto di vista. Will dice che senza ingoio un pompino non è un pompino.”
“Perfettamente d’accordo con Will. Anche a me piace mandare giù nonostante la mia professione non sono affatto schizzinoso.”
“Lo sai che stai parlando troppo? Il tempo di tutte queste chiacchiere avrei potuto farti venire.”
Jake si pulì la bocca accettando finalmente il fazzoletto. Si avvicinò a lui.
“Voglio venire, voglio venire con te, sì. Ma con te dentro” Heath deglutì imbarazzato. Ne aveva una voglia matta e, sentirselo confermare dal suo ‘adone’, gli procurava un’emozione senza precedenti. Si baciarono. Heath percepì il sapore di sperma. Il suo sperma. E non ne fu affatto disgustato.

Liam si tirò in piedi di scatto. Il rumore della porta lo aveva svegliato. Era certo di aver sentito rientrare Jake da oltre un’ora. Capì di essersi sbagliato. Indossava soltanto un paio di boxer neri aderenti. Nonostante avesse superato i quaranta da poco i quaranta, aveva un fisico da fare invidia a un ventenne. Si teneva in forma con la palestra, curando l’alimentazione e sì, era ricorso pure alla chirurgia estetica per togliere dei microscopici rotoletti sui fianchi.
“Jake. ”
“Amore, sei ancora sveglio?” affermò mentre si toglieva il vestito per poi appoggiare tutto distrattamente sul divano. L’indomani Soraya, la loro fidata domestica cubana, avrebbe riassettato tutto.
“Stavo dormendo quando ti ho sentito rientrare. È quasi l’una, dove sei stato?”
“Niente di ché, ho visto dei vecchi amici e poi, tra una chiacchiera e l’altra..” Liam lo prese tra le braccia. Gli scarmigliò i capelli scuri per poi cercare le sue labbra ancora gonfie di baci e di passione.
“Possibile che diventi ogni giorno più bello? Possibile che dopo dodici anni insieme mi piaci ogni giorno di più?”
“Per me è lo stesso Li.”
“Andiamo a letto” affermò. Lo prese per la vita e lo trascinò in camera. Si chinò su di lui e gli tolse lo slip. Notò la macchia che troneggiava sul tessuto dell’intimo.
“Serata eccitante.”
“Ho perso un po’ di lubrificante, in effetti.”
“Ora ci penso io a mettere le cose a posto, bellezza” accarezzò i testicoli e, di rimando, il beneficiario iniziò a mugugnare. Lo svuotò per bene aiutandosi con la bocca sul sesso e con le dita titillando il punto speciale. Jake ansimò per qualche secondo prima di riprendere il controllo di sé. Chissà se Heath sarebbe stato così bravo. Si domandò. Si sentì prosaico e confuso mentre Liam nettava con la bocca il torace.
“Piccolo ne avevi proprio bisogno, eri pieno.”
“Grazie amore... ”

Heath cominciò a sentirsi in colpa a partire dalle sette del mattino. William aveva scaldato le brioche e spremuto quattro arance. L’aspetto del succo era magnifico.
“Grazie per la colazione.”
“Figurati, per così poco” si salutarono con un bacio a fior di labbra.
“Stai scappando o sbaglio?”
“Devo arrivare dall’altra parte delle città entro le otto” disse infilandosi un paio di scarpe nere lucide, “Come sta tua madre?”
“Bene, ti saluta” rispose cercando di essere naturale. Addentò una pasta. Era squisita.
“Dovremmo invitarla a cena una di queste sere.”
“Perché no” il sorriso di Heath divenne preoccupato. E se uscisse fuori questa mancata visita? Cominciò a dubitare di essere portato per l’infedeltà. Ma quando si ritrovò solo con i suoi pensieri, il ricordo di Jake , il bellissimo dottor Jake Keane, cominciò a prendere forma. Gli piaceva da impazzire e, da quanto aveva affermato, anche lui era parecchio preso. Gli piaccio, a detto che gli piaccio. Pensò, sono o non sono l’uomo più felice di New York? Iniziò a riordinare la casa sentendosi come Samantha di Vita da strega. A lei però bastava strofinare il naso, a Heath costò un bel po’ di sudore. Quando fu convinto di essersi guadagnato il diritto di un sano bagno caldo, suonarono alla porta.
“Stacy, qual buon vento?”
“Devo drogarmi, e di droghe buone.”
“Ma che stai dicendo?”
“Vanilla ha cominciato a tirare bene e mi sta succhiando anche l’anima.”
“Non sei contenta? Ora le tue tette non scoppieranno più.”
“Già ma scoppierò io; stanotte quattro volte. Mi sento come una mucca!”
“Passa all’allattamento artificiale?”
“Heath, ma che cazzo dici? Si vede che qui ci abitano due finocchi guarda un po’ che casa ordinata” sbottò ispezionando l’ambiente. Vanilla cominciò ad urlare, nel suo linguaggio, che aveva fame.
“Ecco ci risiamo” Stacy si tirò fuori un seno. “Niente latte artificiale. Quelle del corso mi farebbero alla griglia. Preferirebbero lasciare che un bimbo muoia di fame piuttosto che dargli un goccetto di quello in polvere.”
“Però in effetti... ”
“Cazzo, lo so, è più sano. Ma io sono una mamma single,per di più disoccupata. Lo sai che stanno facendo le audizioni per Hairspray no?”
“Certo lo sentito. In ogni caso non mi illudo. Per la parte di Zac Efron avranno pensato a... Zac Efron”
“No, figurati se quella checca viene a farsi il culo a Broadway. E John Travolta? Ti piacerebbe quel ruolo? Non staresti male con un po’ di ciccia.”
“Falla tu, non avresti bisogno nemmeno del trucco.”
“Balle, mi mancano tredici chili e sono quella di prima.”
“E ti sembrano pochi?”
“Le cantanti non devono per forza essere magre.”
“Dolcezza, tu non hai mai avuto questo problema.”
“Ok, e allora? Agli uomini veri, un po’ di ciccia piace.”
“Il dottor Keane mi ha fatto un pompino”
“EH?”
“Hai capito bene, ieri sera” Stacy per poco non scivolò dalla poltrona rischiando di trascinare dietro sé la poppante.
“Mi prendi per il culo?”
“Siamo stati a cena da Frank’s e poi, nel parcheggio... ”
“Cristo Heath! Hai fatto sesso con il mio ginecologo!” Stacy stava per dire qualcosa di spiacevole
“È stato inevitabile, ma tu a questo punto non dovresti accusarmi per aver tradito Will? Che problema è se si tratta del tuo ginecologo o di un altro?”
“Sei una puttana, te ne rendi conto?”
“Lo so.”
“Va bene, se proprio ci tieni parliamo di William.”
“Lui... non lo sa, chiaro. Si ucciderebbe se sapesse, e poi ucciderebbe me.”
“Magari il contrario, oppure lui si ucciderebbe e poi io verrei ad uccidere te. Oddio questa notizia potrebbe mandarmi indietro il latte, lo sai?”
“Mi dispiace” era depresso sul serio, “non è solo il pompino, che tra l’altro è stato fantastico.”
“William non te ne fa abbastanza? Mi hai sempre detto che a letto fate faville.”
“Infatti è così, se mi fai finire di parlare, Cristo! Non è solo il sesso, insomma credo di avere una spettacolare cotta. Lui mi piace, mi piace tanto.”
“Vuoi avere una storia con lui?”
“No cara, non hai capito. Io ce l’ho già una storia con lui” Vanilla fece un rutto esagerato. Per poi crollare in uno sonno catartico tra le braccia della madre. Stacy la trasferì sul passeggino.
“Ho voglia di vomitare.”
“Anch’io.”
“Perché me lo hai detto? Ora non mi sentirei così se una volta ogni tanto tenessi la tua bocca fetida chiusa.”
“Sei la mia migliore amica, no?”
“Sì, la tua e di William.”
“Non mi fai stare meglio. Se tu fossi veramente mia amica, a questo punto... non so, dovresti dire qualcosa di saggio. Qualcosa che mi faccia stare meglio.”
“Ecco cosa non va in voi gay. Tre anni e mezzo di idillio amoroso, stai con il maschio finocchio più bello e ambito dello stato di New York e tu che fai? Infili l’uccello nella bocca del primo che passa?”
“Non intendevo questo quando parlavo di qualcosa che mi faccia stare meglio.”
“Perché non voglio farti stare meglio, Cristo! E ora ho bisogno di dolce! Hai del gelato?”
“No, non mi pare.”
“Allora tienimi la bambina, per colpa tua mi toccherà andare da Mcdonald’s e abbuffarmi di Apple pie” . Stacy non scherzava. E se ne andò sbattendo la porta.

martedì 24 febbraio 2009

Bordeline, quattro è il numero perfetto cap 2

Jackson Burton


Capitolo due


Heath voleva aspettare per chiamarla tresca, per darsi dell’infedele. Ma era successo e c’era poco da fare. Curò molto il look quella mattina e non soltanto perché stava per partecipare ad una puntata di In the morning, una trasmissione televisiva tra le più seguite. Cercava di dare il meglio di sé principalmente perché, dopo tre settimane, avrebbe rivisto lui: Jake Keane, l’eroe che aveva aiutato Stacy e Vanilla quel giorno in metro.
Con il cuore in tumulto salì i gradini che lo conducevano dentro gli studi dell’emittente televisiva. Stacy sarebbe venuta in taxi.
“Era ora!”
“Ho fatto tardi?”
“No ma speravo venissi prima. Ho le tette che mi scoppiano. Devo tirarmi il latte, questa birichina non ne vuole sapere di svuotarle per bene” così dicendo gli appioppò la poppante
“Va bene vai” Heath sperò che non rigurgitasse sulla sua bella giacca blu. Aveva scelto quel colore per essere in tono con le iridi di Jake.
La presentatrice televisiva, Marcia Norton, avvicinò l’unico presente dei suoi ospiti.
“Dove sono gli altri?”
“Stacy è in bagno a tirarsi il latte e credo che il dottor Keane... ” non fece in tempo a terminare la frase che il bel ginecologo fu tra loro.
“Scusate il ritardo.”
“Bene bene, quanta gente telegenica! Bambina bella, amico affascinante, dottore che sembra appena uscito da una puntata di Grace Anatomy.”
“Troppo gentile.”
“Dico sul serio, hai mai pensato di fare televisione?” questa vecchia vacca troia sta flirtando con lui? Pensò avvampando. Stava tremando dall’emozione, e una stronza con le tette rifatte faceva la scema con... ma non aveva diritto di farci un pensierino. In ogni caso nemmeno lei, è gay! Sorrise. Di corsa arrivò anche Stacy.
“Bene, ora che siete tutti posso andare a farmi l’impalcatura per la ristrutturazione” Nessuno dei due maschi disse: ‘lei non ne ha affatto bisogno’ e la donna, delusa, si accommiatò.
Jake coccolò la bambina. Lei fece dei leggeri schiamazzi durante i vezzeggiamenti.
“Spiegami perché i bonazzi sono tutti froci.”
“Stacy...”
“Mentre spingevo con i reni a pezzi non ci ho fatto caso. Ora però, Dio, saranno questi cazzo di ormoni ma il dottor Keane è proprio un figo della miseria”
“Stay, ti consiglio di essere meno sboccata durante l’intervista.”
“Come fosse la prima che faccio. So parlare bene se mi ci metto. Non mi hai visto l’altra sera telegiornale delle diciassette?”
“No,anche perché a quell’ora io provo di solito” le chiacchiere furono interrotte dal pannolino da cambiare di Vanilla e, a seguire, dalla diretta televisiva.


Era andata bene. In un clima scanzonato e dissacratorio tutti e tre avevano raccontato il loro punto di vista. Heath voleva essere sicuro che non lo avesse sognato. Che Jake , durante la pausa pubblicitaria non si fosse avvicinato a lui e gli avesse accarezzato la spalla sussurrando: “Un giorno mi spiegherai perché hai scelto hot spot 69 come nikname. Soprattutto a cosa si riferisce sessantanove.”
“Ehm”
“Facciamo stasera a cena?”
Un appuntamento? Jake Keane gli aveva chiesto un appuntamento in piena diretta televisiva! E se qualcuno avesse udito? Se avessero mandato il dialogo in diretta tv? William avrebbe sentito, era rimasto a casa appositamente. Anche il ragazzo di Jake , il misterioso ragazzo di Jake , avrebbe sentito. Per fortuna nessuno se n’era accorto, e, inevitabilmente, Heath aveva accettato.


A William disse che andava da sua madre. Non gliene venne una migliore. Lei si lamentava sempre delle scarsità delle sue visite. A sentire lei il New Jersey era per suo figlio distante quanto Parigi.
“Farò presto.”
“Lo credo. Non vorrai fare le ore piccole da tua madre spero” Heath si chinò su di lui, gli baciò le labbra senza evitare di mordere quello inferiore che era rosso e pieno. Volarono scintille. Era inevitabile.
“Perché prima...”
“Dai...” perché no, pensò Heath. Era così eccitato che se anche Jake si fosse messo a parlare di colli dell’utero dilatati e fibromi tutto il tempo, la sua erezione non avrebbe in ogni caso smesso di fargli male nei jeans. Molto più probabilmente Jake avrebbe fatto quello che gli riusciva meglio, vale a dire: sbattere le ciglia in maniera sincronizzata alla lingua che umidificava le labbra ... Pieno come sono rischio di bagnarmi. William intuì l’assenso e avvicinò la bocca al collo. Lo baciò attirandolo verso di sé. In una manciata di secondi il direttore d’orchestra fu nudo dalla cintola in giù. Heath si abbassò per passargli la lingua tra le cosce. Quando fu saturo di urli e incitamenti, lo prese in bocca. Durò una dozzina di minuti.
“Non sapevo fosse così eccitante la prospettiva di cenare con la propria madre” enunciò mentre si riassestava.
“Non è questo. Tu sei così sexy...” lo era. William McCarthy era uno degli uomini più belli e più sensuali in circolazione almeno secondo la maggior parte delle persone che lo conoscevano. Prima che si fidanzasse ‘per bene’ c’era la fila per venire a letto con lui e Will non trovava disdicevole ammettere che si era divertito. Prima dei trenta almeno. Poi, una volta troppo vicino ai quaranta, aveva provato una relazione con una donna, una suonatrice di Oboe che parlava cinque lingue. Poliglotta e multi orgasmica. Nonostante a letto facessero faville, lui si ritrovò insoddisfatto e annoiato in qualche gay bar nel giro di pochi mesi. Ma fu durante le prove della Turandot che la sua vita subì una svolta decisiva. Heath gli era subito piaciuto, con i suoi capelli lunghi e biondi che si arricciavano ribelli alla fine. Sembrava un cantante pop. Che ci faceva in un coro del genere? Lo aveva sedotto lui, anche se, in un certo senso, si erano sedotti a vicenda. A Will piaceva da impazzire condurre il gioco. Il fatto che fosse prevalentemente passivo non significava che fosse poco -attivo- tra le lenzuola. Adorava far impazzire i suoi partner. E fin a quel momento aveva sempre avuto amanti esperti. Non era stato mai con qualcuno che faceva sesso con un uomo per la prima volta. Trovava così eccitante ogni esclamazione di Heath, che fosse di sorpresa, di gioia, o di eccitazione, era lo stesso. La prima volta che lo avevano fatto erano rimasti chiusi in casa per due giorni e mezzo. Heath non aveva mai provato nulla del genere. E decretò che il sesso gay fosse il migliore possibile. Aveva ventisei anni. E dopo tre anni l’attrazione tra i due era sempre a mille. Malgrado i rispettivi impegni, riuscivano a tenere una media discreta tra le lenzuola, incontri che avvenivano nei rispettivi letti, sì perché fin dai primi giorni di convivenza William aveva messo le cose in chiaro: a ciascuno la propria camera. E il sesso si può fare dappertutto, aveva precisato.
Prima di uscire di casa Heath sospirò. Osservò incerto per l’ultima volta la schiena nuda del suo ragazzo intento a leggere uno spartito e decise che se non avesse chiamato l’ascensore entro un secondo, sarebbe restato con lui.

Il futuro fedifrago giunse davanti al luogo dell’appuntamento con il cuore in gola, la gola in fiamme e le ascelle madide di sudore. Aveva sete. Pensò di ordinare un drink al bancone del ristorante.
“Se si accomoda lo porto direttamente al tavolo” avvisò il barista. Era in leggerò anticipo. Costatò che le sue papille gustative non erano in grado di distinguere i sapori, si scolò il martini con ghiaccio lo stesso.
Il bellissimo ginecologo fece il suo ingresso. A Heath sembrò che il locale intero lo avesse accolto con un’accorata esclamazione. Era semplicemente perfetto. Giacca grigia, camicia a righe blu e bianche, gel sui capelli e occhi talmente blu da sembrare ritoccati da fotoshop. Cercò di dissimulare l’emozione ma, alzandosi per accogliere il suo eroe, intruppò con le ginocchia sul tavolino e per poco il vaso di fiori posto al centro non cadde rischiando di frantumarsi.
“Molto che aspetti?”
“Sono in anticipo.”
“Sorry... ho sempre lo studio pieno. Questa improvvisa popolarità ha i suoi lati negativi” Heath sorrise. Presero posto. Ordinò Heath per entrambi. Jake disse che era talmente affamano da non essere interessato a qual che avrebbe mandato giù. Parlarono del più e del meno fino a quando Heath introdusse un tema particolare.
“Te lo posso chiedere?”
“Ok, spara.”
“Come fai?”
“Come fai cosa?”
“A far nascere i bambini a... a infilare le mani nelle passere di vecchie, o di donne brutte. Per di più sei gay.”
Jake ridacchiò.
“Non è poi così male far nascere i bambini e la passera, come la chiami tu, è il mio strumento di lavoro quando la ventosa e il dilatatore cervicale.”
“Basta così. Non so cosa sia ma solo il termine dilatatore cervicale mi ha fatto chiudere lo stomaco.”
“E tu invece? Parlami del tuo di lavoro” Jake stava civettando un po’ questo mise a dura prova l’erezione di Heath, fu come se la goccia nel cervello avesse cominciato la sua lenta tortura.
“Non c’è molto da dire. Da piccolo cantavo in un coro gospel. Ero l’unico ragazzo bianco, poi qualcuno mi ha notato e non ho fatto altro. Siccome all’occorrenza so anche ballare riesco ad entrare in qualche musical ma solo ruoli minori. Qualsiasi cosa mi consenta di raggranellare i soldi dell’affitto.”
“E poi è arrivato il famoso direttore d’orchestra... ”
“No... no, se intendi che ho fatto carriera grazie a lui ti sbagli, ero già un discreto corista.”
“Non avrei mai affermato una cosa simile.”
“Lo so. Tu no. Ma la gente lo pensa. Lui è ricco, affascinante, famoso. Io sono solo un corista di dubbio talento.”
“E questo fa ben sperare per il proseguo della serata.”
“Vale a dire?”
“Se un direttore d’orchestra ricco e famoso sposa un corista squattrinato... qualche dote particolare ce l’ha.”
“Ehm...Cristo Jake.”
“Cosa?”
“Non fare così. Io...”
“Dimmi pure.”
“Lo sai...”
“Eh?”
“Lo sai nel senso...sei talmente provocante, e bello che... ”
“Intendi dar sfoggio di queste misteriose doti?”
“Non parlare difficile. Io sono uno terra terra. Voglio... !”
“Ho capito benissimo cosa vuoi... ” sorseggiò il suo vino bianco, "ti do tre opzioni.”
“Opzioni?”
“Una cosetta veloce in macchina. La toilette del ristorante, sì un po’ pericoloso o, ancora più audace, a casa mia e di Liam... ”
“Ma”
“Starà già dormendo. È un tipo molto produttivo, quando non è in giro per il mondo si sveglia la mattina presto e se non ci sono io che gli faccio fare le ore piccole... ”
“No, no. Non scherziamo. A casa con il tuo ragazzo non esiste, e al bagno nemmeno, non mi sentirei a mio agio.”
“Dunque.”
“Vada per la cosetta in macchina”.

lunedì 16 febbraio 2009

Io con un uomo mai capitolo 5


Capitolo 5


“Ma non mi dire… ” Ian non riusciva a credere ai suoi occhi! Il linguaggio del corpo, che lui comprendeva anche meglio di quello verbale, gli rivelava tutto! Booth era lì, consenziente, sembrava un vassoio di frutta sul tavolo di un rinfresco, poco prima di essere depredato. Se avesse avuto un cartello appiccicato al petto con scritto sopra -OPEN- e non sarebbe stato più palese.
“Che cosa… cosa stai facendo?” esalò l’agente quando la mano di Emmerich gli sfiorò la gamba
“Stai tranquillo. Non farò niente che non vuoi pure tu” e così dicendo voltò la mascella in direzione delle sue labbra. Per una frazione di secondo l’altro riuscì a sfuggire. Lo guardò pieno d’ira.
“TU, tu… tu” l’altro rideva tenendosi la pancia, “tu volevi, tu hai tentato di… baciarmi!”
“Finiscila, non facevo sul serio”
“Certo che facevi sul serio… se non mi fossi spostato”
“Non ci ho provato davvero”
“Invece sì”
“Invece no” con una mossa felina Ian fu di nuovo con il viso a due centimetri dal suo, “perché se lo volessi sul serio…” e lo baciò.
Booth restò allibito. Era come se gli avessero iniettato una sostanza che bloccava i muscoli. Fu un po’ come il primo bacio. Aveva di nuovo tredici anni e le labbra di Patricia Reginald incontravano le sue. Scosse elettriche, brividi e nuove sensazioni. Tutte cose che non avrebbe mai più dimenticato.
Quando trovò un filino di raziocinio riuscì a staccarsi. Era incazzato nero.
“Lo sai che stai rischiando la vita?”
“Vuoi una citazione cinematografica? Il pericolo è il mio mestiere”
“Non… no, ci posso credere”
“Lo hai voluto pure tu”
“No, non è vero”
“So leggere il linguaggio del corpo meglio di chiunque altro. E il tuo corpo lo gridava che volevi essere baciato” . L’agente Seeley Booth era ad un passo così dal perdere la testa. E, colpito nel suo -io- profondo, reagì scaraventandosi addosso a lui. Ne nacque uno scontro in piena regola. Rotolarono sul tappeto. Ian picchiò la testa contro la gamba del tavolino, nonostante questo non si lamentò, ma l’urto provocò un bel rumore.
“Ti sei fatto male?” chiese Booth premuroso. Era sopra di lui e non riusciva a capacitarci di ciò che provava. Se stava così per via del fiato corto, per il corpo attaccato il suo, per quegli occhi azzurri che lo fissavano intensamente, non lo sapeva. Erano troppe quelle emozioni, troppe e tutte insieme.
“Se era una scusa per saltarmi addosso potevi fare anche meno casino. E poi Parker potrebbe svegliarsi”
Booth era interdetto. Non ricordava nemmeno di avergli fatto sapere il nome di suo figlio. Che razza di memoria aveva, e soprattutto, come riuscire a staccarsi da lui? Tirando fuori una forza inaspettata, Emmerich ribaltò le posizioni. Una volta sotto, a Seeley non rimase che sospirare sconfortato.
“Mi arrendo”
“Che significa -mi arrendo-?”
“Non lo so” era turbato. Anche Ian era turbato nel vederlo in quello stato. Ma la voglia di ritrovare le labbra imbronciate, fu più forte di qualsiasi reticenza. Fanculo la razionalità.
Lo baciò di nuovo. Dopo qualche minuto si staccarono. Il Profiler si tolse andandosi a sdraiare accanto a lui. Furono spalla contro spalla. Il respiro dei due uomini fu l’unico suono in tutta la casa. In lontananza, poteva udirsi una sirena della polizia, sembrava provenisse da un altro emisfero. Booth tornò a sedere. Si girò per osservarlo. Lesse nella sua espressione un’emozione indefinita e fu come se lo guardasse per la prima volta. I modi audaci e spicci erano finiti nella pattumiera. Ian era un fascio di emozioni. Cosa era successo? Il suo disagio era dovuto alla conquista? Aveva ottenuto le labbra più ambite di tutta la sua vita di conquistatore, di predatore, come lo aveva definito Bones, aveva scalato il suo Himalaya. La bandiera americana era stata conficcata in terra lunare per la prima volta. Era solo tronfio del successo o c’era dell’altro? Vedendolo così emotivamente sconvolto, Booth si domandò se non gli sarebbe piaciuto baciarlo di nuovo. Era stato bello baciarlo. Importava davvero se l’indomani sarebbe stato uno schifo? Se i dubbi lo avrebbero assalito di nuovo portandolo ad un passo dal baratro? Voleva capire sì, ma voleva soprattutto vivere.
Alla fine di una stasi che sembrò non finire mai, Ian Emmerich si alzò. Cercò la sua giacca con gli occhi. Quando l’ebbe trovata la indossò. Tornò di nuovo vicino al collega ancora seduto sul pavimento apparentemente intento a riflettere.
“Vuoi una mano?” domandò. L’altro non capì subito a cosa alludesse. Alzò lo sguardo e vide il braccio teso verso di lui. L’afferrò saldamente e si tirò su. Era forte Ian Emmerich, una forza che non era fatta solo di muscoli. E quel gesto rivelava molto.
“Ci vediamo domani?” disse voltandosi. Era già con un piede fuori dalla porta.
“Si capisce”
“Notte, stallone”
“Notte”. E fu tutto come se il mondo non fosse stato distrutto da una collisione fatale con un asteroide.
Una volta fuori dall’ascensore, l’agente speciale Ian Emmerich, dimentico del suo ruolo e dei suoi trent’ anni suonati, urlò come un quarterback dopo un touch down: “SI, SI, SI, SIIIIIIIII”. Una giovane coppia di colore che stava uscendo da una berlina tedesca lo squadrò sconcertata. Non temendo di sembrare completamente fuori di testa iniziò a cantare: Well, I'm a lucky man
With fire in my hands.
E saltellando e canticchiando, raggiunse la sua auto.


Seeley Booth non aveva assolutamente voglia di cantare. Aveva diversi bisogni, tanto per cominciare togliersi la camicia, umida di sudore in maniera oscena. Si infilò in bagno. Si guardò allo specchio sconcertato.
Ho baciato un uomo
Ho baciato un uomo
Ho baciato un uomo
Non ci posso credere...

Era successo, il grande tabù o meglio, uno dei grandi tabù era stato infranto.
Bello mio, sei nei guai fino al collo! Ora ti rimane solo di farti dare lezione di pompini da una squillo ed esercitarti con un ghiacciolo. Ma i ghiaccioli sono freddi ed insipidi, mentre era assai auspicabile che Emmerich fosse caldo e saporito… restò costernato di fronte all’immagine che gli apparve davanti. Non poteva trovare un colpevole di quella situazione. Era una guerra persa.


Temperance tamburellò con le dita accanto al mouse. Malgrado cercasse a tutti i costi di pensare solo al lavoro, la sua anima di donna era spaccata in due. Più passavano le ore e più si sentiva in colpa. Aveva sprecato la sua possibilità con Booth. Doveva chiamarlo e scusarsi. Aveva sciupato l’occasione di essere felice con lui per un possibile abbaglio, o, in ogni modo, con un fantasma con il quale avrebbe potuto combattere ad armi pari. Che aveva in più di lei quel Ian Emmerich? Nulla di nulla, si disse. Fascino e ambiguità possono essere attraenti almeno all’inizio ma alla lunga stancano, considerò. Non ci aveva pensato. Sì, Booth era attratto da lui, ma di certo non ci sarebbe andato a letto, di quello ne era certa. Doveva solo aspettare che fosse terminato il suo mandato. Motivo in più per occuparsi del killer della centrifuga invece di pensare all’amore. L’amore. Quante volte si era sentita così spiazzata davanti ad un uomo? Non riusciva nemmeno a ricordare da quando non pensava seriamente ad una relazione. Aveva osteggiato gli spettri di una sempre crescente attrazione per il collega con tutte le sue forze. Fiera soldato Jane che non teme le debolezze di nessun tipo. Per poi fallire al primo appuntamento crollando ai suoi piedi. L’elemento esterno. Ecco qual’era la soluzione! L’elemento esterno era stato essenziale per far scattare la molla a Booth. Emmerich era l’elemento esterno. Ad un tratto un sussulto la fece vibrare. E se la morte del capitano Osbron fosse legata ad un elemento esterno? Si toccò la fronte. Nel giro di qualche minuto era già per la strada.
Quando Booth sentì vibrare il telefonino ebbe una mezza sincope. Pensò immediatamente a Emmerich. Niente da fare, era Bones.
“Che è successo? Cristo sono quasi le due di notte”
“Ho capito. Forse ho capito perché ha ucciso Osbron”
“Stai scherzando?”
“Un elemento esterno. Qualcuno che disturba il suo disegno iniziale!”
“Già Bones, si chiamano indagini”
“No, pensaci Booth, quando mai un serial killer del genere si preoccupa di centrifugare le ossa di un capitano di polizia? Almeno non uno con la propensione alle madri di famiglia” l’agente ci pensò. Era sensato. Prima di mettere giù, Booth si ricordò di Parker, non poteva recarsi all’appuntamento che Bones gli aveva proposto pochi secondi prima. Inevitabile fu proporle di salire da lui.
Quando giunse in piena notte a casa sua, la donna era fradicia dalla testa ai piedi.
“Ha iniziato a piovere all’improvviso, non avevo un ombrello”
“Si capisce” erano entrambi imbarazzati. Booth con il sapore di Emmerich ancora sulle labbra. Lei con il fuoco mai sopito che la spingeva nella sua direzione.
“Mi dispiace essere piombata così in casa tua. Ma sono davvero convinta di quello che dico”
“Togliti questa roba bagnata” così dicendo le sfilò il soprabito. Inavvertitamente si ritrovarono abbracciati.
“Booth… che fai?”
“No, scusa. Volevo solo… ti prenderai un bel raffreddore se non ti spogli”
“Me ne rendo conto” Temperance accettò un suo pigiama. Dopo essersi asciugata in bagno, uscì con quel buffo abbigliamento.
“Ti sta grande all’inverosimile”
“Perché porti roba tanto brutta per dormire?” domandò riferendosi ai buffi coniglietti stampati sul pigiamone di flanella.
“Mia madre…”
“Ok, non dire altro” annuì prendendo posto accanto a lui sul divano. Booth non resistette alla tentazione di essere galante.
“Il pigiama è brutto da far spavento, lo stesso non si può dire della creatura che ci sta dentro” tossicchiò, “sei stupenda Bones”
“Non è il caso che tu dica questo”
“Non volevo offenderti, scusa”. Dopo qualche secondo di imbarazzo Bones tirò fuori dal portatile tutti gli appunti sul caso. Dibatterono fino alle sei del mattino. A quel punto avevano entrambi troppo sonno. “Dormiamo un po’ o facciamo colazione?” chiese Booth. Si girò e scoprì che si era addormentata circondata dai fascicoli. Booth fu assalito da un senso di tenerezza assoluto. Avrebbe voluto baciarle i capelli, le palpebre chiuse, le mani da bambina. La prese in braccio e cambiò il suo giaciglio. Il divano fu sostituito dal letto matrimoniale. “Sei bellissima” le sussurrò accarezzandole i capelli. Lei emise un gemito sommesso prima di ripiombare nel sonno.

domenica 15 febbraio 2009

Bordeline, quattro è il numero perfetto cap 1

Clayton McCarthy

Capitolo 1


William McCarthy sapeva farsi rispettare, almeno il più delle volte. Se al ristorante qualcuno veniva servito prima di lui, alzava il sopracciglio destro e adocchiava il cameriere in segno di sfida. Ma il più delle volte stava zitto. Sapeva farsi rispettare durante le file al cinema o ai vari spettacoli teatrali. In qualsiasi occasione nella quale la sua supremazia fosse messa in discussione.
Ma a letto non c’era supremazia né rivalità. Tra le lenzuola preferiva stare sotto.

Heath Burton e William McCarthy, il giorno che la loro amica Stacy mise al mondo la sua bambina, a cui ebbe l’infelice idea di metter nome Vanilla, stavano insieme da tre anni, sette mesi e undici giorni.
Un bel record per una coppia perennemente accerchiata da predatori.
Musicisti, compositori, faccendieri, impresari, agenti vari, giornalisti vari, e, naturalmente, spettatori vari. Più specificatamente fans. Sì, perché William di mestiere faceva il direttore d’orchestra, uno dei più in voga a New York e Heath era un cantante e, all’occorrenza, sapeva anche ballare.
Malgrado questo erano sempre stati fedeli l’uno all’altro. Non erano una coppia aperta, anche se erano mentalmente aperti e non giudicavano quelli che preferivano far sesso in giro giustificandosi che, per l’appunto, si trattava solo di sesso e nessun coinvolgimento emotivo. Ecco perché quando Heath incontrò lo sguardo birichino di Jake Keane, un ginecologo fortunatamente nello stesso vagone della metropolitana il giorno che Stacy diede alla luce Vanilla, quando incontrò il suo sguardo dicevamo, beh non parliamo di scintille, né di chimica sessuale, né tanto meno voglia di trasgressione: fu subito amore.


La metropolitana brulicava di gente come ogni giorno. Heath si era svegliato di cattivo umore quella mattina, la continua frequentazione con Stacy lo stava stremando. Era come se gli ormoni in subbuglio della gravida fossero contagiosi e stessero insidiando il suo equilibrio. Ma voleva bene alla sua collega, e da quando lei aveva deciso di tenere il bambino, il risultato di un condom tanto trascurato da rompersi sul più bello, lui e William non le avevano mai fatto mancare nulla. La viziavano, la incoraggiavano, la accompagnavano alle varie visite, ecografie, a comprare culla e tutto l’occorrente per la sua piccolina. Di fatti, quel giorno si stavano recando in clinica per controllare il battito fetale.
Alla data presunta mancavano una manciata di settimane.
“Non puoi capire quanto odio dover salire sulla metro!” esordì in un sospiro, “ci fosse stato almeno un cane che mi avesse offerto il posto”.
“Da qui nemmeno si vedono i posti, Stacy. Porta pazienza”.
“Ma quale pazienza! Ho i piedi gonfi, devo pisciare e questa piccola peste non la smette più di giocare a calcio con il mio fegato” non fece in tempo a pronunciare la parola fegato che una frenata improvvisa e inattesa scaraventò tutti in avanti. Non fu panico ma qualcosa del genere. Tutti iniziarono a vociferare. Bomba, attacco terroristico furono le opzioni più gettonate. Niente di così grave, per fortuna. Ma nemmeno c’era da stare allegri. Il mezzo sul quale viaggiavano aveva problemi. Almeno fu quello che specificò scusandosi il conduttore del mezzo attraverso la radio di bordo.
E fu in quel preciso momento, in quel preciso istante, che Vanilla decise di venire al mondo. Così. Senza preavviso, una mezza secchiata d’acqua cadde tra le gambe della ragazza e sulle Hogan del ragazzo.
“Cosa è stato? Si sta allagando la metro?”.
“Oddio, Heath, no no no!”.
“Cosa?”.
“Mi si sono rotte le acque”.
“Stai scherzando, vero?”.
“Vaffanculo, Heath, secondo te scherzerei su questo?” infatti, non scherzava. Di lì a poco l’attenzione fu tutta per loro due. Le porte si aprirono e miracolosamente la gente cominciò a defluire fuori.
“Stai calma Stacy, ora possiamo scendere e tu presto sarai in clinica dove una brava equipe farà nascere la tua bambina”.
“Ma cazzo, come? Dico: hai visto quanta distanza c’è tra il muro e la metro? Mi dici come cazzo ci passo io?” un sospiro di solidarietà delle poche persone rimaste fece intendere che altre donne e uomini avevano lo stesso suo problema. Non erano incinti, solo obesi. Tutti tranne uno. L’unico uomo in forma si avvicinò alla donna con fare cordiale.
“Ora si stenda”.
“Perché mi dai ordini?”.
“Sono un medico, un ginecologo per sua fortuna”.
“Ah sì? E chi me lo dice che non sei un depravato che vuole frugarmi tra le gambe?”.
“Tranquilla. Sono davvero un ginecologo e sono pure gay” sorrise esibendo il tesserino della Columbia hospital oltre ad un sorriso degno di Hollywood.
La ragazza fu fatta stendere.
“Gli uomini si voltino!” gridò deciso il medico. Sapeva il fatto suo, pensarono.
“Mio Dio... ” enunciò.
“Mio Dio? Perché mio dio?” chiese ansioso Heath.
“Non si preoccupi suo figlio è in buone mani”.
“Perché dice questo?”
“Non è suo figlio” corresse Stacy. L’interesse dei presenti stava diventando palpabile.
“Si sente la testa. Sta uscendo”.
“Ma non è possibile! Cazzo, cazzo, cazzo!” sbraitò Stacy.
“Non si preoccupi, non è il primo bimbo che faccio nascere. Ok, è il primo che tiro fuori dentro una metropolitana ma non è così grave. Deve solo respirare a fondo e quando sente di dover spingere, spinga”.
“Ma non sarà pericoloso?” chiese Heath
“Tranquillo” ammiccò. Era gay, era bello, era un dottore. Heath era già innamorato perso.
E lo fu ancora di più quando lo vide sporco di sangue dalla testa ai piedi, tenere tra le mani un frugoletto poco più grande di un bambolotto.
“Complimenti signora, proprio una bella bambina” tutta la metro si congratulò tanto con Stacy, tanto con l’intrepido dottore. Nell’ora successiva furono condotti fuori.

La nascita di Vanilla fu un vero evento. Ogni emittente televisiva, radiofonica, giornale e qualsiasi altro mezzo di comunicazione ne parlò. Finì persino nella home di Yahoo!
“Donna di ventisette anni partorisce dentro alla metropolitana in avaria” annunciò a gran voce Liam Spencer. “E sapete chi ha permesso questo miracolo? Niente di meno che il mio meraviglioso boyfriend” Jake Keane si ritrovò la bocca tappata da un bacio. Un lungo bacio che significava congratulazioni.
Il direttore della Emilton Life era su di giri. E non era da lui trattandosi di un tipo taciturno, pure un po’ orso. E non gli piaceva mostrare simili manifestazioni d’affetto davanti a chicchessia. Ma gli era piaciuta l’idea di festeggiare il suo ginecologo eroe. Aveva organizzato un piccolo party nel suo attico a Park Avenue.
Non amava pavoneggiarsi quando portava a termine un grosso affare come ad esempio tre mesi prima quando era riuscito nell’impresa di acquistare a prezzo stracciato un’altra industria farmaceutica caduta in disgrazia. Era un asso negli affari Mr. Spancer. Ed era per merito dalla sua passione che gli riusciva facile qualsiasi impresa. Ma quel giorno era Jake al centro dell’attenzione, per un motivo di gran lunga più nobile. Aveva salvato due vite.
Prima della nascita di Vanilla avvenuta in 5 Marzo del 2008 in metropolitana, Jake e Liam stavano insieme da dodici anni, 4 mesi e ventuno giorni. Era, come si usa dire, una coppia consolidata. Tra loro c’era una certa differenza di età quantificabile in diciotto anni anche se, ufficialmente, erano solo tredici. Questo perché quando si erano fidanzati Liam era il suo professore di chimica e Jake uno studentello quindicenne. Jake era talmente abituato a dire che aveva trentadue anni da aver dimenticato la sua vera età. Avrebbe finito per invecchiare prima, temeva, ma il risultato era che tutti gli dicevano che se li portava alla grande.
Dopo essersi congratulati con lui gli impiegati della Hemilton e amici vari tornarono ai loro drink e alle loro chiacchiere.
“Sei contento?”.
“Sono un po’ stufo”.
“Dovresti goderti tutta questa notorietà, hai lo studio sempre pieno zeppo ultimamente, no?”.
“Già, fantastico, ormai non ho più nemmeno il tempo di dormire”.
“Sei un eroe, quelle donne si fidano di te”.
“Chiunque lo avrebbe fatto al mio posto”.
“Scherzi? Non fare il modesto” E diede una forte pacca sulla spalla al suo fidanzato. Dopo di ché tornò a parlare con Patricia Weber, il suo vicedirettore.


William baciò teneramente la spalla del suo uomo. “Ti aspetto a letto” enunciò. Heath annuì con disinteresse. Fingendo di controllare la posta, attendeva che la luce con il nickname Victim for love comparisse su msg. Sbuffò. Decise di chiamarlo. Non poteva continuare ad aspettare. Avevano chattato solo una volta e a lui era sembrato meglio di fare l’amore. Pensò che fosse proprio un comportamento da deficienti. Il suo ragazzo lo esortava a venire a dormire con sensualità, e lui che faceva? Invece di ingranare la quarta e buttarsi tra le sue braccia aspettava una luce in fondo allo schermo? Era furioso con se stesso ma non fu capace di evitarlo. Prese il cellulare e scrisse l’sms.
Ti aspetto su msg, vieni?
Sono occupato ora, se resti, sveglio magari dopo, ti chiamo…
Non posso, il mio ragazzo mi vuole. Allora ci si vede domani?
Certo, a domani.

domenica 19 ottobre 2008

La mia parte


Me lo sono perso. Colpa di quel maledetto virus intestinale, mi sono perso l’addio al celibato del mio migliore amico. Mi è dispiaciuto una cifra, ma stavo con la faccia attaccata al cesso, e non solo quella… da 24 ore. Senza mangiare e quasi senza bere, non me la sono sentita proprio. L’addio al celibato, già. Il primo della comitiva che si sposa, a 25 anni. Un po’ pochi direi… e poi quella Francesca, con il suo accento abruzzese, ma che c’avrà di speciale? Ma questo è un altro discorso.

Sei arrivato due giorni dopo verso le due del pomeriggio. Io ero a casa ancora sotto malattia che guardavo uomini e donne sorridendo perché mi ricorda Claudiano –e brava brava- e allora mi faccio due risate, poi sfotto mia madre che invece lo guarda perché le piace proprio.
Era da quella sera che non ti sentivo, e quando ti ho guardato in faccia, ho capito subito che c’era qualcosa che non andava.
“Allora, com’è che sei sparito così?” ti ho chiesto, lascia stare mi hai risposto e ci siamo spostati in camera mia. “Ma non puoi essere triste dai, tra 4 giorni ti sposi e ti rode il culo?” mi domando se sono un po’ ironico ma lascio perdere quell’atteggiamento. Ale ha bisogno di me e non del me più stronzo. “Allora, raccontami come è andato l’addio al celibato?”
Tossicchi prendi fiato e poi dici: “Non hai sentito nessuno della comitiva?”
“In verità nessuno. Ma che c’è di speciale?” fai un sospiro, ti sdrai sul mio letto e ti metti un cuscino sotto la testa.
Alessandro si guarda attorno e poi comincia la narrazione degli eventi: “Siamo stati al Babilonia come tu sai, è un locale gay. C’erano tutti, Davide, Antonio, Roberto, Luigi… ”
“Ok li conosco, insomma?”
“La musica era carina, e poi c’erano pure delle ragazze. Alcune lesbiche che si baciavano…”
“Forte!”
“Sì, mi stavo divertendo anch’io. C’era pur un travestito che è andato sul palco e ha sparato due cazzate contro il mio matrimonio, insomma ci sta”.
“E lo credo bene!”
“Infatti. Tutto ok finché Roberto e quel pistola di Francesco non mi trascinano in una specie di privè. Mi bendano e mi legano a una poltrona. Io me la rido, anche perché so già mezzo alticcio, e dunque mi diverto con loro. Li sento ridere li lascio fare”.
“Perché, che fanno?”
“Gli scemi, come sempre! Mi accarezzano, mi aprono la camicia sul davanti, mi dicono che non mi devo sposare, che sono troppo bello, che posso avere tutte le donne che voglio e poi… all’improvviso, sento una bocca sul mio collo”.
“AH, e di chi è?”
“Non so di chi è cazzo ma so che mi piace. Mi lecca lungo la giugulare. Si abbassa verso il petto, mi stuzzica i capezzoli, insomma me lo fa venire duro duro.”
“Continua”
“Me lo tira fuori, io sono un po’ in imbarazzo perché li sento ridere, so che stanno tutti a guardare me che mi faccio fare un pompino.”
“E chi era che ti faceva questo pompino”
“Non lo so ma sono ubriaco, e la bocca che me lo ciuccia ci sa fare. Sto godendo e non me ne frega niente del resto, insomma mi lascio andare”
“Sei venuto?!”
“Certo Simò, che domande, so’ venuto si! Tra l’altro con Francesca si fa poca roba, da quando si è avvicinata la data delle nozze, capirai! Sai come sono le donne, no? Tutte prese dal vestito, le bomboniere, il viaggio di nozze”
“Arriva al dunque, alla fine?”
“Qualcuno mi pulisce. E senza togliermi la benda mi portano in un’altra stanza, anzi no mi portano in macchina”
“In macchina?”
“Sì, non è la mia perché non riconosco il rumore, sai che io ho un buon orecchio con i motori, e s’era la Mercedes mia l’avrei riconosciuta sicuro!”
“E ‘mbè?”
“Mentre sono in macchina mi viene sonno, e dormo appoggiato sulla spalla di qualcuno, potrebbe essere chiunque, Antonio, Leonardo, ma anche uno sconosciuto o la persona che mi ha fatto il lavoretto. Comunque arriviamo da qualche parte. Scendiamo e siamo dentro questa casa o villa non so. Penso villa perché non c’è ascensore e sento sai… come te lo spiego? L’odore di campagna.”
“Tipo puzza di sterco, fieno, quella roba li?”
“Esatto, una cosa del genere. Mi trascinano in una camera da letto e mi legano di nuovo, sono sempre gli stessi credo, non so se c’è qualcuno di nuovo. Io mi sento in imbarazzo e ho anche un po’ di paura, non so spiegarti perché ma finché ero alticcio netto, non mi fregava un cazzo di niente, ora invece… penso che debbano farmi scopare con una ragazza. Penso che faranno le solite cose che si fanno in questi casi e a me non va. Ho già messo le corna a Francesca con il pompino non mi va di fare altro… lo so che gli addii al celibato servono a quello ma io sono di un’altra pasta. Torniamo al resoconto. Una volta che mi hanno legato comincio a sentire tante mani che mi accarezzano e mentre mi accarezzano mi spogliano. In pochi minuti sono nudo ma, ti giuro non so come spiegartelo… la paura si è volatilizzata, e sono eccitatissimo. Penso che non ce l’ho mai avuto duro così sto pure facendo una bella figura. Ce l’avrò almeno diciotto centimetri, mi sento gasato.” Alessandro arrossisce e si guarda le mani.
“Perché hai smesso di parlare?”
“Sei sicuro che vuoi sentire tutto? Non è tanto carino, sai?”
“Vabbè lascia giudicare me, e poi non ti volevi sfogare?”
“Ok ma… ma tu sei il migliore amico mio, non mi puoi giudicare, lo sai!”
“Ma cazzo, ale! Lo sai il bene che ti voglio, come cazzo ti viene in mente che ti potrei giudicare.”
In quella viene mia madre che propone un tè. La vorrei uccidere. La mando via alla svelta. Mi sento eccitato da morire dal racconto di Alessandro e nemmeno me ne vergogno.
“Ora vai avanti” gli ordino.
“Sono nudo sul letto, con le gambe libere e le braccia legate alla testiera. Sento che mi frugano tra le gambe, insomma mi mettono un dito nel culo… e mi piace! Non te lo so spiegare ma mi piace proprio. Sento Antonio che dice –infilalo bene tutto, vedi come gli piace alla puttana- e io sono ancora più eccitato da questo. E sussurro che mi piace, e mi piace per davvero da morire! Poi sento che il dito se ne va e mi dispiace. Ma dopo ne arriva un altro, che si muove dentro me. Tutti credo ce ne infilano uno, mi sento rovistare tra le gambe e sono sempre più voglioso di venire ma non posso, non ci riesco, perché non mi posso toccare e io sono un bisogno incredibile di toccarmi!”
Come ti capisco, penso, ma non glielo dico, è lo stesso bisogno che ho io mentre mi racconta queste porcherie. Cribbio, è meglio che vedere un porno a 13 anni!
“Quando sento quella cosa che mi si struscia in bocca… sono un po’ disgustato, non ci metto molto a capire che è una cappella. Fanculo. Mi ribello –e ora finitela- grido. Ma niente. La punta del cazzo vuole entrare per forza. Mi sento male, ho i conati di vomito ma qualcuno mi tappa il naso e allora socchiudo poco le labbra e… mi lascio profanare.”
“E lo hai succhiato?!”
“Si, cazzo, si! E la cosa tremenda che non mi fa più schifo, anzi! Mi piace! Mi piace proprio! Mi piace da matti! E così mi do da fare di brutto, come una troia esperta ed è esasperante il piacere che mi si propaga per ogni cellula, una roba disumana, quasi insopportabile. Uno per volta, tutti quelli della comitiva me lo fanno succhiare. Alcuni, umanamente, si scansano prima di venire, altri no. E quel sapore invece di disgustarmi, cazzo Simò, mi piace! Sono arrapato ancora di più! Ma questo è solo l’inizio. Mi sciolgono e, ridendo e costatando che ho bisogno di venire, un bisogno da crepare, e mi lasciano masturbare. Mi danno del frocio, capirai! Già sono arrapato e quelle parole non fanno che aumentare il mio godimento. Quando penso che sia finita, ti giuro pensavo fosse finita li! Ma niente. Mi sdraiano di prepotenza sul letto, mi allargano le gambe e mi umidificano con della crema. Di li a poco, me lo mettono nel culo tutti! Saranno almeno in nove, forse dieci! Tutti! Si muovono feroci dentro di me, mi fa male ma poi mi piace, godo coscientemente! Sono la vostra troia, si! Così, grido! È fantastico. Perdo il numero degli orgasmi. E, finalmente, mi tolgono la benda. E sono tutti lì, i miei amici. Mi guardano ansimante e sgocciolante. Antonio grida –un applauso al futuro frocio, ops volevo dire SPOSO!” E di li a poco ricominciamo. Succhio, mi faccio farcire il culo, fino al mattino e anche oltre, mancavi solo tu Simone”.
Ho capito, finalmente ho capito. Alessandro è venuto a darmi la sua parte. Sogghigno, e mi avvicino a lui, sto per baciarlo. Le labbra sono a meno di un centimetro. Scoppia a ridere e mi fa:”Ma che cazzo fai?”
“Come che cazzo faccio? Mi prendo la mia parte, no?”
“Ahahah, ma tu sei tutto scemo!”
“No, non sono scemo, ho capito benissimo. Mancavo solo io vuol dire che…”
“Vuol dire che sei una testa di minchia!” ride quasi a sentirsi male, si piega in due sul letto e lo vedo ridere come poche altre volte l’ho visto prima d’ora.
“Che cazzo ridi, ale?”
“Ma c’iai creduto? No, ti prego, c’iai creduto davvero?”
“Che cazzo mi stai dicendo? Che era tutta una cazzata” continua a ridere, ma a ridere istericamente, di brutto! “Ma santo iddio, certo che è una cazzata! Ma ti rendi conto? Io che mi faccio scopare da tutta la comitiva, ahahah! Cazzo ero venuto per farti uno scherzo, mi sarei limitato al pompino ma tu stavi li tutto interessato, che pareva proprio vero, allora non ho potuto fare a meno di continuare l’interpretazione, sono stato bravo, eh?”.
Non so se sono più grato del fatto che sia uno scherzo o incazzato perché voglio farmelo lì, seduta stante e non posso. Mi avvicino a lui e lo prendo le il coletto della Lacoste. “Lo sai che sei un testa di cazzo?”
“Ma dai finiscila che se stringi così mi fai male” invece lo stringo più forte e me lo avvicino al viso. Lo bacio. All’inizio si dibatte, non vuole ma poi, piano piano, accetta l’invadenza della mia lingua. Ci baciamo di brutto. Un carnevale di saliva e sospiri. Gli apro la patta dei pantaloni, ce l’ha duro. Poi apro pure la mia. I nostri uccelli stridono e già così siamo su di giri.
“Adesso fai tutto quello che avresti dovuto”
“Che intendi dire?”
“Facciamo finta che quello che ti sei inventato è vero. Ora voglio la mia parte” Alessandro sorride, dio se è bello quando sorride! L’ho sempre pensato che è bello. Ma non glielo ho mai detto, o forse sì? Tanto lo sa, gli voglio bene, ma non credevo che… che sarebbe successo. Così lo facciamo proprio come nel suo racconto solo che ci siamo solo noi due, nella mia stanza, nel mio letto. Mentre me lo succhia, mentre me lo inculo. È bellissimo. Lo sento preso, felice, ne vuole e non ci metto molto a capire che non è la prima volta che lo fa, ma non importa, niente può scalfire questo momento. Poi verrà da me a piangere, il giorno prima di sposarsi. Che è gay, che ha sempre mentito a tutti e pure a se stesso. Ma poco importa. Sono felice mentre scivolo di nuovo dentro di lui, e sento che talmente perfetto, che nemmeno mi mancherà troppo quella sua fantasia porca. Anzi, che quel racconto orgiastico, sarà solo il primo di una lunga serie. Quando verrà qui, lontano dalla mogliettina, a prendersi il piacere che solo un maschio può dargli.