mercoledì 25 febbraio 2009

Io con un uomo mai capitolo 7



Capitolo 7


Booth avrebbe voluto leggere del risentimento nel volto di Ian. Un piccolo, minuscolo, risentimento. Una leggera gelosia. Un sussulto. Niente, Ian Emmerich aveva superato lui e Bones con la stessa indifferenza con la quale sarebbe passato accanto a due perfetti estranei.
Temperance non si accorse di lui. Ma percepì il disagio di Booth.
“Che c’è?”
“Scusami Bones”
“Non importa” impallidì. Si era già pentito? Senza dargli il tempo di proporle un passaggio, entrò nel primo taxi che trovò libero. Si sentiva così scema e fu certa di essere finita dentro un tunnel nel quale non riusciva a vedere la fine. Booth l’aveva baciata, di nuovo ma era come se fosse la prima volta. Dal modo in cui l’aveva guardata, a come aveva pronunciato -provo dei sentimenti per te-, aveva capito che Booth era cambiato. Era successo qualcosa, di nuovo. O era di nuovo successo qualcosa. Nonostante il bacio l’avesse gettata nella confusione continuava ad essere in collera con Emmerich, con lui e Emmerich.


Ian Emmerich tornò a casa sbattendo la porta. Il cane dei vicini abbaiò. Accese la luce, prese una birra dal frigorifero e se la tracannò all’istante. Aveva gli occhi rossi e, chiunque lo avesse visto in quel momento avrebbe pensato che aveva pianto. Ma i cazzuti Profiler dell’FBI non piangono, non sarebbe normale. Soprattutto non piangono a causa di un collega.
Si doveva essere assopito perché non sentire il telefono. Quando lo prese in mano lesse il nome di Booth. Che doveva dirgli? Mi dispiace ma sto iniziando una storia con Temperance e tante grazie per avermi dato la possibilità di capire che l’amavo? Era quello che faceva più male. Lei aveva vinto. La guerra, non la battaglia. E a lui restava solo il ricordo di un bacio dolcissimo. Di un tappeto sul quale avevano lottato. Di un altro bacio dopo la meravigliosa corsa in moto. Se chiudeva gli occhi Ian Emmerich, poteva ancora sentire le braccia intorno alla sua vita. Una lacrima solcò il bel viso. Non piangono i soldati, non piangono gli uomini duri. Non c’è tempo di innamorarsi. Avrebbe trovato il killer e poi avrebbe portato le sue ossa dalla Brennan, quella sarebbe stata la fine, si disse. Era il suo dono per Booth, per i momenti di felicità che gli aveva donato, forse gli unici di tutta una vita. La suoneria del suo telefono riprese vita. La luce lampeggiava il nome di chi lo aveva ferito. Prima di rispondere tossicchiò per dare alla sua voce l’intonazione giusta. Doveva tornare Ian Emmerich, almeno quello che lasciava vedere agli altri.
“Emmerich”
“I... io”
“Che c’è”
“Vieni da me, dobbiamo parlare” la voce di Booth era perentoria. Ian non poteva rifiutare anche se l’orgoglio gli avrebbe suggerito di chiudere dopo averlo mandato a quel paese. Invece prese il casco e, venti minuti dopo, era sotto casa di sua.
Booth gli aprì la porta con il cuore in fiamme. Ian mostrava l’aria svagata di sempre. Perché aveva letto amore dopo quei baci? Era una svista dovuta a quello che provava. Vedeva ciò che voleva vedere?
“Entra”
“Di cosa dobbiamo parlare?”
“Perché fai così?”
“Non capisco”
“Non farlo di nuovo!” Booth stava perdendo la pazienza. Era sul punto di prendere in mano qualcosa e di romperla ma cercò di trattenersi. E gli occhi tersi dell’amico lo confondevano.
“Non prendermi per i fondelli. Tu hai visto me e Bones baciarci e non hai fatto niente”
“E cosa avrei dovuto fare?”
“Non lo so dimmi tu se quello è il mondo di reagire!”
“Sei arrabbiato per questo? Perché non ho reagito?”
“Sono arrabbiato? Tu mi chiedi se sono arrabbiato? Sono furibondo!” gli venne vicino e puntò il dito contro il suo petto “Tu non puoi entrare nella mia vita, destabilizzarla dal profondo e poi comportarti come se niente fosse!”
“Questa è bella, Booth, davvero, questa è proprio bella! Tu baci la tua cara amichetta e tu sei quello incazzato?”
“A te non frega”
“Ma certo che mi frega! Secondo te sarei qui a sentire le tue ragioni se non mi fregasse?”
“Le mie ragioni?” sibilò Booth.
Ian era interdetto. Non ci stava capendo niente. Booth era o non era innamorato solo ed esclusivamente della dottoressa Brennan? E lui era una divagazione? Tutto giusto, no?
L’agente moro non sapeva che pesci prendere. Prese posto sul divano. Scaricò la tensione afferrando un cuscino. Lo portò alla bocca e strinse un angolo tra i denti.
“Vuoi sapere perché l’ho baciata?”
“Non devi dare spiegazioni a me”
“Lo so, ma tu vuoi sapere perché ho baciato Bones?”
“Onestamente no”
“Cosa? Lo vedi? Vuol dire che non ti interessa”
“Sinceramente, è così. Non mi interessa sapere perché l’hai baciata” tossicchiò sedendosi accanto a lui. “Magari quello che vorrei sapere in verità è perché hai baciato me”
“Finiscila, lo sai benissimo come è andata. Tu... tu... mi hai fatto qualcosa. Lo sapevo che non dovevo fidarmi, tu hai approfittato di me, del fatto che sono un’anima semplice. Un bravo ragazzo e... ”
“La colpa è la tua Booth, mi mandi tutti quei segnali discordanti. Ma stai tranquillo. Ora che ho capito come stanno le cose, esco dalla vostra vita” si alzò.
“Come, come? Hai capito? Come esco? Beh, se hai capito, fammi capire pure a me”
“Non importa. Hai fatto tutto da solo. Nemmeno per un attimo ti sei domandato cosa provo io”
“Ma certo che me lo sono domandato” Booth si accigliò. Non sapeva niente ma di una cosa era certo: non voleva che se ne andasse. “Me lo sono domandato eccome”
“Continua a domandartelo allora” replicò freddamente. Si allontanò da lui. Prese in mano la maniglia che lo conduceva fuori dalla casa. Seeley Booth ci mise la sua sopra. Quel contatto come sempre lo turbò.
“Resta... ti prego” Ian non poteva credere alle sue orecchie. Booth lo stava pregando? Di restare?
“Ok” rispose e la maschera scivolò via.
Scivolarono l’uno nelle braccia dell’altro. In piedi vacillarono e poi furono di nuovo sul tappeto. Cadendo Booth avvertì una fitta alla schiena. Ma i baci di Emmerich lo stavano ubriacando a tal punto che non vi badò.
“Allora dimmelo” pronunciò quando fu in grado di parlare.
“Cosa... ”
“Quello che provi per me Ian, dimmelo”
“Non ti è chiaro, brutto testone?”
“Forse ora, forse ora che ti lasci guardare davvero. Forse ora è chiaro”
“Sì è così hai indovinato. Ti amo”
“Perfetto” Booth si liberò del peso di Emmerich con una spinta. L’altro rotolò fino all’altro lato del tappeto.
“Tu non hai fame, stallone?”
“Come fai a... ok” sorrise. Ian Emmerich non si smentiva mai.
“Ordiniamo cinese?”
“Il cinese non mi sazia mai”
“Ne ordiniamo in quantità industriali”.
Il ristorante cinese quella sera sembrava proprio essere irraggiungibile al telefono. Ian controllò quanti contanti avesse prima di uscire di casa. Si sarebbe recato direttamente a lui a procurarsi il cibo.
Attendendo il Profiler, Booth si addormentò. Dormì mezz’ora sdraiato davanti al televisore acceso. Quando si svegliò, scorse due occhi blu che lo fissavano.
“Ian... come... ” Emmerich non gli diede il tempo di finire e rispose cantando:
“Potrei stare sveglio solo per ascoltare il tuo respiro
Ti guardo sorridere mentre stai dormendo
Mentre sei lontano nei tuoi sogni
Posso passare la mia vita in questo dolce abbandono
Posso essere perso in questo momento e per sempre
Ogni momento passato con te è un momento di cui faccio tesoro”*
“Cosa? Io... ”
Booth ancora stordito dalla sorpresa non meno dalla canzone, cercò di tornare razionale.
“Come hai fatto ad entrare?”
“Tu sei il tipo che mette la chiave dentro il vaso di fiori”
“Veramente prima lo mettevo sotto lo zerbino”
“So anche questo”
“Quanto tempo è che sei qui?”
“Un’ po’”
“Perché non mi hai svegliato?”
“Non ce l’ho fatta. Sei una meraviglia mentre dormi”
Booth si stiracchiò. Le sue mani finirono sulle spalle dell’amico. Quel gesto diede a Ian lo stimolo di abbracciarlo. Tra un bacio e l’altro si trasferirono nella stanza da letto, la stessa camera dove solo pochi giorni prima aveva quasi fatto l’amore con Bones. E ora, un ragazzotto biondo, testosterone puro dalla testa ai piedi, sostituiva la bella antropologa. C’era di sicuro qualcosa che non andava.
Goffamente Emmerich planò sulla trapunta senza smettere di guardare l’amico negli occhi. Si tolse gli scarponcini.
“Vieni vicino a me, che aspetti? Dai!” spronò. Booth, in piedi accanto al suo letto, sembrava di sasso. Finalmente si mise di fianco a lui. Subito le mani si trovarono. Ian Emmerich gli baciò il palmo. Voleva dire qualcosa, magari di romantico, ma si sentiva in difficoltà, e non era da lui. Perché una volta che mi serve davvero, non ho la situazione sotto controllo? Si chiese.
Booth, dal canto suo, era turbato da tutte quelle emozioni nuove non meno dalla situazione. Stare con Ian gli faceva un effetto strano. Non era come con una donna. Chiaramente non lo era! Non aveva valutato la possibilità di sentirsi lui come una donna. Voleva essere il soggetto passivo, voleva che lui facesse la prima mossa, che lo guidasse in un certo senso. Si era sempre occupato di tutti lui. Di suo fratello, di sua moglie. Di Bones. Gli piaceva proteggerla. E ora, per la prima volta, voleva essere lui quello protetto. Sarebbe stato facile per lui raccapezzarsi in quella situazione tutta nuova? Improbabile. Come se l’avesse letto nel pensiero, cosa fattibile, dato il suo mestiere, Emmerich lo spinse facendolo finire supino. Booth afferrò saldamente i bicipiti per liberarsi del peso. Ne nacque un piccolo scontro.
“Non sei abbastanza forte per liberarti di me, eh?”
“Smettila di fare il ragazzino, Emmerich”
“E perché? È la sindrome di Peter Pan il mio maggiore fascino!”
“Non avevo dubbi in proposito” dopo quella frase Booth fu stufo di giocare. E si arrese alle labbra dell’amico.
Restarono a sbaciucchiarsi per una buona mezz’ora interrompendosi solo per delle impacciate risatine e qualche battuta
Ian gli accarezzò i capelli, “Lo sai che sei proprio bello?”
“Certo che lo so... ”
“Modesto”
“Lo so perché è tutta la sera che me lo ripeti. Ho finito per crederci”
“E fai bene” come se niente fosse Emmerich si alzò. Booth si sentì’ subito strano senza quel peso.
“Dove vai?”
“A casa. Se continuiamo a limonare poi va a finire che facciamo le cosacce” sibilò.
Booth sapeva che era una decisione saggia ma si sentiva in ogni caso dispiaciuto. Pensò che se Emmerich fosse stato una ragazza non avrebbe avuto dubbi sul chiederle di restare tutta la notte con lui.
“Ian io... se ti va puoi anche restare... ”
“Vuoi fare l’amore con me?”

*I Don't Want To Miss A Thing, Aerosmith

1 commento:

Alex G. ha detto...

Stupendo capitolo e la fragilità di Ian ha fatto breccia nel mio cuore.E' incredibile vedere un uomo sempre così duro e risoluto sul punto di piangere e poi la scena con Booth.Non ho parole se nn continua.