sabato 7 febbraio 2009

Io con un uomo mai, capitolo 3


Capitolo tre



Temperance scese dalla sua macchina. Compostamente afferrò la sua borsa posta sul sedile posteriore. Aveva ricevuto una telefonata improvvisa da parte del Jeffersonian. Il teschio, probabilmente appartenuto ad un capo indiano, rinvenuto in Texas, era appena arrivato. E lei doveva occuparsene. Essendo in cattivo stato già sapeva che sarebbe stato un lavoro lungo, complicato e anche un tantino noioso ma era senz’altro meglio che occuparsi delle vittime del killer della centrifuga. Aveva la testa tra le nuvole quando si trovò al cospetto di un Booth affannato. Non era buon segno.
“Non mi dire, un’altra”
“No Bones, non si tratta di questo”
“Ok, allora dimmi. Cosa vuole l’FBI da me?”
“Ehm, Temperance io” Brennan non riusciva a credere alle sue orecchie. Il suo viso era incredulo.
“Come mi hai chiamato?”
“Temperance”
“E da quando in qua sono Temperance?” Lei camminava spedita verso l’ufficio, lui faticava a starle dietro.
“Ok Bones, ti fermi quando ti parlo?” così dicendo l’afferrò per un braccio e la costrinse gentilmente ma con fermezza a guardarlo.
“Mi aspettano, è stato ritrovato un teschio in Texas appartenente ad un”
“Morto, è morto no? Non si offenderà se aspetta qualche minuto, sei d’accordo?” Osservando l’ansia che tradiva ogni gesto, Temperance capì che c’era davvero qualcosa importante che lui doveva confidargli. Erano nel parcheggio del Jeffersonian, non proprio il posto ideale per pianificare un incontro galante. Di sicuro poco romantico. Booth la fissò nel gli occhi cercando di essere sentimentale ma con la paura fondata di apparire ridicolo.
“Usciamo stasera?”
“Usciamo?”
“Sì, usciamo. Intendo a cena”
“Un appuntamento?”
“Sì” lui si guardò le punte delle scarpe ripetendo “Sì”
“Non capisco, c’è qualcosa di cui mi vuoi parlare durante questa cena? Qualcosa che non possiamo dirci al solito bar?”
“No, è un appuntamento Bones. Un appuntamento vero. Lui la viene a prendere, lei è raggiante, o qualcosa del genere”
Nonostante il gelo totale, lei mantenne un atteggiamento quasi inespressivo. Quasi.
“Ho capito” sussurrò. In realtà non aveva capito niente. Temprance Brennan non pensava più al pelle rossa morto duecento anni prima. Avrebbe voluto chiedere spiegazioni ma Booth non le diede la possibilità. Fece sapere che alle sette e mezzo sarebbe venuto a prenderla sotto casa e tanti saluti. Se ne andò impacciato simile ad un adolescente alla prima cotta.
Temperance restò per qualche secondo interdetta. Non riusciva a credere che lui le avesse chiesto un appuntamento, un appuntamento vero e proprio. No, non riusciva a credere che a pochi giorni dalla morte del capitano Osbron e dal rinvenimento dell’ennesima vittima del killer della centrifuga, ma, soprattutto, non riusciva a capacitarsi che stesse pensando intensamente a lui e al sesso? Ora doveva riflettere, era costretta a riflettere su quello che provava per Seeley Booth, questione dalla quale aveva rifugiato da sempre. E ora, in un garage sotto il palazzo che gli forniva il lavoro della sua vita, lei era costretta a prendere coscienza su questo e su tante altre cose, non sarebbe stato più facile rifiutare? Il problema vero era che lui le piaceva. Aveva da tempo smesso di raccontarsi balle, lui le piaceva e da lui si sentiva attratta. E da quando si era messo a far combriccola con quel farabutto di Emmerich non c’era da sperarci tanto.


Se il suo raziocinio non l’avesse abbandonata quel pomeriggio non sarebbe stata chiusa nel suo bagno con un rasoio in mano. Più di una volta, in prossimità di un incontro galante, si era chiesta perché la civiltà evoluta abbordasse in maniera così definita la peluria. In particolare quella femminile. Certo, era igienico, il proliferarsi di batteri era scongiurato, ma non si andavano forse ad intaccare il libero divulgarsi dei ferormoni? L’odore non era responsabile anch’esso della riproduzione e dunque della salvaguardia della specie? Ci passerà delle ore in apnea stanne certa, togliti tutti i peli che puoi, le aveva suggerito Angela. Cosa te lo fa pensare? Le aveva chiesto. Senza reticenze le aveva fatto sapere delle confidenze di Cam, loro superiore non ché ex ragazza di Booth. Così era venuta a conoscenza di questa abilità. Pare che non si stanchi mai. Un vero alcolizzato del clitoride. Aveva precisato la Montenegro. Bones in passato era stata un po’ gelosa di Cam. Tra qualche ora probabilmente sarebbe stata tra le stesse braccia nella quale si era persa Soraya qualche anno prima, allora perché continuava a sentirsi sciocca? Si sentì ancora più stupida quando dalla borsetta prese uno specchietto. Controllò se la depilazione fosse accettabile. Osservò il bocciolo rosa non più grande della punta di una matita. Tornò a pensare alla dottoressa Soraya. Probabilmente la sua origine africana le avrà reso un clitoride molto più attraente di questo. Si sentì infantile e mise da parte lo specchietto. Si sentì talmente giù che fu sul punto di rinunciare.
“Di certo Ian Emmerich non si controlla lo scroto prima dei suoi appuntamenti!” pronunciò ad alta voce. Le venne da ridere. Con chi scopava Ian Emmerich? Probabilmente con nessuno, “è troppo pieno d’io per una vita sessuale appagante”. Si accorse che era tardi. Doveva indossare quel vestito rosa cipria pro-stupro che le aveva imprestato Angela anche se era troppo scollato e la trasparenza non lasciava granché all’immaginazione. Non riuscendo a decidersi su quale perizoma fosse più adatto, osò un nude look, di certo il virgulto agente dell’FBI avrebbe apprezzato. Tanto sarebbe finito brandelli al primo assalto. Considerò. Mise una sciarpa viola attorno al collo e celò la sua femminilità in un cappotto marrone pregando un dio nel quale non credeva che Booth avesse prenotato nel ristorante meglio riscaldato della città.


“Dio mio, Bones, sei bella da togliere il fiato”
“Finiscila di guardarmi come se mi vedessi per la prima volta” non era autentico imbarazzo quello che provava Temperance. Aveva previsto la reazione di Booth. Stavano andando a cena fuori. Lui era in ghingheri almeno quanto lei anche se sarebbe stato attraente pure in tuta da ginnastica.
Aveva prenotato un tavolo al ristorante giapponese più in voga in quel momento. Durante il pasto non riuscirono a trattenersi dal tenere il lavoro lontano dai loro discorsi. Booth non aveva fame. Almeno non di cibo. Il seno esageratamente esposto gli aveva fatto venire una gran voglia di tornare poppante. E poi quel sedere all’aria. Dio mio, se non ci fosse un uomo accanto a lei chiunque si sentirebbe in dovere di saltarle addosso, pensò sentendosi cavaliere e desideroso di proteggerla.
“Dunque quella poveretta portava in grembo il suo primo figlio, Bones?”
“Esatto. Per via dei fianchi”
“C’è un cambiamento, di solito le sceglie già madri”
“Già. Come state messi?”
“Non bene. Non abbiamo molto su cui lavorare. Indizi, false piste, mitomani che continuano a sommergerci di segnalazioni”
“Ancora sakè?”
“Vuoi farmi ubriacare?”
“No, volevo solo essere carina con te”
“Lo sei davvero tanto… carina con me” Booth allungò la mano e accarezzò la sua. Temprance era interdetta. Per qualche secondo le sembrò una specie di sacrilegio. Era quasi incestuoso. Ma i bicchierini di sakè contribuirono a confonderla. E la confusione tenne lontani dubbi e fantasmi.
“Chiedo il conto, Bones?”
“Ottima idea”.
Appena varcata la soglia dell’appartamento di Booth, si saltarono letteralmente addosso. Lei lo sapeva che sarebbe finita così. Si desideravano da impazzire da troppo tempo.
La bocca di Booth era calda e accogliente, il suo sapore inebriante. La guardò con gli occhi lucidi di passione.
“Che c’è?” domandò lei.
“No, solo che ehm, stavo pensando”
“A cosa?”
“A quanto l’ho desiderato, ho desiderato che accadesse senza saperlo davvero, senza rendermene conto”
“Magari senza volerlo ammettere, dirai”
“Già, è come dici tu” e un nuovo attacco di baci, e di nuovo le lingue a duellare.
“Anch’io ti desideravo” ammise la scienziata. Lui le afferrò un seno. Tra le dita il capezzolo si inturgidì. Un gemito roco sfuggì alla ragazza. Lui era pronto per disegnarle una bella sottoveste di saliva ma si rese conto che erano al centro della camera da pranzo. Un uomo tutto d’un pezzo come lui aveva sempre preferito il letto. Lo riteneva il luogo deputato al sesso. In una manciata di secondi Temperance fu nuda. E non pensò più se la grandezza del suo clitoride o la consistenza del suo seno fossero adeguate. Era completamente in balia dei baci che l’uomo stava disseminando sul suo corpo come petali di rose dietro i passi di una sposa.
“Oddio” gemette languidamente quando le labbra di Booth trovarono il bottone. Clik. Avanti. Il pulsante accese anche il resto. Le furono sufficienti pochi minuti per raggiungere l’apice. Booth non aspettò che le contrazioni si fossero placate. Si alzò per spogliarsi. L’atmosfera si era fatta decisamente bollente.
Temperance collaborò alla -svestizione-.
“La tua struttura è magnifica” si lasciò sfuggire una volta che fu completamente nudo.
“Ti sembra il momento di parlare delle mie ossa?”
“Ma non mi riferivo solo alla struttura scheletrica, intendo tutto. Oddio, ho capito, ora da bravo maschio Alfa vorrai un complimento per le dimensioni del tuo pene”
“Beh, se senti che devi” la dottoressa si lasciò sfuggire un sorriso birichino.
“È davvero ehm, grande!”
“Solo grande?”
“Non lo so, che altro dovrei dire?” proseguì con tono da dissertazione scientifica: È privo di prepuzio quindi si evincono diverse possibilità”
“Ora basta parlare. No, decisamente, basta parlare” le fu sopra. I baci divennero di nuovo incandescenti.
“Ora inizia la parte più dura”
“Assicurarmi un orgasmo vaginale?”
“No, infilarmi questo maledetto coso” Booth tirò fuori dalla tasca della giacca l’involucro argentato. Al contrario di quello che raccomandavano le precauzioni d’uso, aprì con i denti.
“Potevi comprare l’extra large”
“Sulla confezione c’è scritto -particolarmente indicato a uomini alti e afroamericani-”
“Sull’altezza ci siamo, magari gli afroamericani hanno un pene lievemente più fino”
“Ok ci sono riuscito” sospirò. Tornò tra le braccia della donna.
“Tieniti forte bambolina, la giostra sta per partire”
“A cosa dovrei aggrapparmi esattamente?”
“E un modo di dire, Bones lascia perdere”. Lei premette la bocca tra l’incavo del collo e la spalla. Si perse nel suo odore virile. E nel momento in cui avrebbe dovuto lasciarsi andare completamente, un dubbio subitaneo e inatteso si frappose tra loro.
“Perché, mi chiedevo perché dopo quattro anni ora”
“Non tergiversare, sei abbastanza umida o devo darci una ripassatina?”
“No, Booth, me lo devi dire”
“Dai, è il momento giusto questo”
“No che non lo è, insisto, no! Siamo in piena crisi, entrambi. Uno spietato serial killer sul quale non abbiamo praticamente nulla ha ucciso barbaramente un tuo superiore e appena quarantotto ore fa eravamo davanti ad una donna scarnificata. Non credo sia questo il momento migliore”
“Magari lo è per me”
“Sarebbe a dire?”
“Ora basta, su sei bellissima”
“Sarebbe a dire?” il tono di lei si era fatto acuto.
“Ma sarebbe a dire cosa?” a quel punto la situazione sotto cominciava a farsi critica. E farsi scivolare di dosso tutto quel lattice non sarebbe stata una bella cosa.

2 commenti:

Alex G. ha detto...

Bellissimo capitolo e stupendo come hai reso il loro primo appuntamento. Mi sembra quasi di vederli quei due e non posso fare altro che ridere alle cose che si dicono, sono esilaranti in alcuni punti, ma anche molto sensuali. Aspetto di leggere il resto e di sapere come reagirà Ian.

Unknown ha detto...

Ti ringrazio. Sì, non ce li vedo proprio smielatissimi con il loro battibeccarsi sempre sarebbe stato sciocco pensare che non lo avrebbero fatto anche durante certi momenti. E Ian? ehehehe, chissà...